Abbiamo un tempo da usare: da oggi al giorno in cui qualcuno ci dirà «il vostro lavoro non serve più, l’intelligenza artificiale lo fa meglio e costa meno». Non sappiamo quanto durerà questo intervallo, né quante e quali persone coinvolgerà e con quale velocità.
Ma per prepararci non dobbiamo aspettare di conoscere il numero dei licenziamenti. Il tempo che separa una mansione automatizzabile dalla perdita del reddito è anche un tempo politico: possiamo usarlo per cambiare come distribuiamo i guadagni, anche quando a lavorare è l’AI.
Vorrei che lo riempissimo di questo: costruire diritti, forme di proprietà collettiva e strumenti che ci permettano di scollegare progressivamente il reddito dal lavoro. L’eresia è arrivare al momento in cui la nostra mansione sarà sostituibile avendo già le condizioni economiche per vivere senza doverla difendere a ogni costo.
Le stime ci sono, ma scegliere come prepararci non può dipendere dal numero di persone che si prevede perderanno il lavoro, tanto meno dal conteggio di quelle che lo avranno già perso. Quanto dell’automazione diventerà perdita di reddito dipenderà anche dalle decisioni prese nel frattempo. E quel tempo dobbiamo usarlo, senza affidarci alla promessa che nasceranno nuovi mestieri: nessuno può garantirci che resteranno umani soltanto perché oggi li immaginiamo creativi o fondati su capacità che consideriamo esclusivamente umane.
L’automazione può avanzare in un paese e trasformare il lavoro in un altro, mentre i guadagni si concentrano altrove. Non possiamo progettare una liberazione dal lavoro riservata ai paesi che possiedono la tecnologia. Nel Sud del mondo una minore esposizione all’IA potrebbe significare continuare a lavorare per poco mentre altrove cresce la ricchezza dell’automazione. Oppure perdere una commessa perché il cliente straniero ha automatizzato il servizio. L’AI può anche rafforzare capacità e servizi locali, ma occorre che quelle comunità possano utilizzarla e partecipare ai benefici, senza rimanere soltanto mercati, fornitori di risorse o manodopera a disposizione di altri.
Che una macchina possa liberarci da un’attività non mi scandalizza. Mi preoccupa che la nostra possibilità di vivere continui a dipendere dall’essere più convenienti della macchina. Se produrre richiederà meno lavoro umano, dobbiamo costruire da adesso le condizioni perché questo diventi tempo disponibile e sicurezza economica anche per chi vive di stipendio.
C’è anche chi ama il proprio lavoro, vi esprime un talento, trova soddisfazione nel farlo bene. Ha ragione a non considerare un reddito sostitutivo una risposta sufficiente. Scollegare il reddito dal lavoro dovrebbe permetterci anche di continuare a ricercare, insegnare, progettare, costruire senza dipendere interamente dalla convenienza economica della nostra prestazione. Ma molti mestieri richiedono strumenti, luoghi e altre persone: non basta dirci che potremo coltivarli nel tempo libero. Per questo dobbiamo poter partecipare alle decisioni su cosa automatizzare, cosa affidare all’AI e quale spazio mantenere al lavoro umano. La maggiore efficienza di una macchina è un elemento della decisione, non una ragione sufficiente per lasciare che qualcuno decida al nostro posto.
Comincerei guardando meglio ciò che già facciamo quando lavoriamo. Christophe Dejours, distinguendo tra lavoro prescritto e lavoro reale, e Norbert Alter, studiando dono e reciprocità nelle imprese, hanno mostrato quanto le organizzazioni dipendano da una collaborazione che nessuna procedura riesce a prescrivere interamente.
Le persone condividono conoscenze che potrebbero tenere per sé, aiutano un collega invece di lasciarlo fallire, discutono una decisione sbagliata anche quando sarebbe più conveniente tacere, tengono insieme interessi e persone che altrimenti si separerebbero. Costruiscono la possibilità stessa di lavorare insieme: un patrimonio di conoscenza, fiducia e reciprocità che si accumula nel tempo. Questa parte del lavoro viene spesso data per scontata, assorbita nello stipendio, richiesta senza essere riconosciuta, mentre l’organizzazione continua a beneficiarne.
Vorrei partire da qui per proporre un passaggio ulteriore. Possiamo anche accettare che l’organizzazione affidi sempre più lavoro all’AI, a patto che le persone possano continuare a farne parte senza dover giustificare la propria presenza con una mansione. L’appartenenza deve allora dare diritto a una quota della ricchezza prodotta e a partecipare alle decisioni su come utilizzarla. La produzione automatizzata diventerebbe una risorsa a disposizione della comunità che la governa. È proprio questo titolo a rimanere, attraverso forme di proprietà collettiva e diritti economici e decisionali, che dobbiamo costruire nel tempo politico che abbiamo davanti.
Il reddito deve essere un diritto di appartenenza, che rimane anche quando possiamo contribuire meno o siamo in disaccordo. Se dobbiamo guadagnarcelo dimostrando quanto siamo collaborativi, abbiamo soltanto cambiato la prestazione richiesta.
Si può cominciare nelle organizzazioni, destinando risorse a fondi collettivi e attribuendo alle persone diritti economici che sopravvivano alla scomparsa della mansione. Ma la protezione di chi lavora in settori poveri, informalmente, di chi è già fuori dall’occupazione e di chi deve ancora entrare nel mondo del lavoro va costruita fin dall’inizio, attraverso istituzioni territoriali e pubbliche. L’appartenenza a una singola azienda non può diventare il confine del diritto al reddito.
Occorre anche intervenire sulla proprietà delle infrastrutture, dei sistemi e delle imprese che producono questa ricchezza. Fondi con partecipazioni collettive, infrastrutture pubbliche e cooperative, prelievo fiscale sui profitti e sulle rendite possono concorrere a finanziare una quota crescente di reddito indipendente dal lavoro. Vanno stabiliti obblighi, beneficiari e garanzie: una concessione revocabile dal datore di lavoro non basta.
E ricevere denaro non esaurisce la partecipazione. Servono poteri effettivi sulle decisioni di automatizzare, sugli usi della tecnologia e sulla destinazione dei guadagni. Anche oltre i confini nazionali, perché chi perde lavoro nelle filiere internazionali deve poter partecipare ai benefici della trasformazione.
Dobbiamo usare questo tempo perché quel diritto diventi stabile e rimanga nostro anche se l’ambizione delle Big Tech di superare le capacità umane arriverà a investire la collaborazione e le relazioni. Altrimenti, a ogni progresso della tecnologia, dovremo ricominciare a dimostrare perché meritiamo un reddito. Il nostro diritto a vivere non può dipendere dalla ricerca di un’ultima capacità che la macchina ancora non possiede.
Il tempo politico che abbiamo davanti serve a questo: arrivare al giorno in cui il nostro lavoro sarà sostituibile con diritti che non lo siano, perchè quando qualcuno ci dirà che dobbiamo fare altro, dovremo avere già un reddito per poterlo scegliere.
Immagine: Georges Seurat, Bagnanti ad Asnières (1884). In primo piano persone sulla riva, immerse nell’acqua o distese sull’erba; sullo sfondo ponti, fabbriche e ciminiere. Il mondo industriale è presente, ma la scena è occupata dal tempo delle persone.