La partecipazione alla messa di papa Leone a Parigi rende visibile qualcosa che fatichiamo a leggere attraverso le sole categorie del consenso e della mobilitazione. Oggi è difficile raccogliere tante persone intorno a una presenza che rimanda oltre se stessa. Il Papa rappresenta una tradizione, una comunità, un riferimento che precedono chi ricopre quell’incarico e gli sopravvivono. La celebrazione raccoglie le persone intorno a un riferimento che anche chi la presiede è chiamato ad ascoltare e dal quale lasciarsi interrogare.
Una piazza non dimostra un ritorno generalizzato del sacro, né possiamo conoscere le ragioni di ciascuno dei presenti. Quella partecipazione ci chiede comunque di prendere sul serio una domanda spirituale che rimane spesso ai margini del nostro racconto della società.
Le tradizioni cristiane, buddiste, islamiche, animiste, induiste, tutte, possono aprire percorsi nei quali l’essere umano interroga la propria centralità, il desiderio di possesso, il rapporto con la morte e con gli altri viventi.
Con spiritualità intendo un’esperienza del rapporto con ciò che ci oltrepassa, coltivata attraverso pratiche che coinvolgono l’intera persona: preghiera, meditazione, silenzio, attenzione, vita condivisa. Per chi crede, questo rapporto trova in Dio il proprio fondamento; fuori da una fede religiosa può prendere forma nell’interrogazione sul mistero dell’esistenza e sui legami che ci precedono e ci sopravvivono. La sua specificità riguarda il lavoro sui desideri, sulle abitudini, su ciò a cui attribuiamo importanza.
L’etica interroga i nostri doveri e la filosofia politica le forme della convivenza; la spiritualità investe anche il modo in cui diventiamo capaci di vivere ciò che riconosciamo come giusto. Questi percorsi si intrecciano, senza coincidere.
È a questa livello che vorrei rileggere la Magnifica Humanitas. Finora l’abbiamo discussa soprattutto attraverso le sue riflessioni sull’intelligenza artificiale e sulla concentrazione del potere nelle mani di chi la possiede. La sua forza straordinaria emerge e si completa quando riconosciamo quanto abbia da dirci oltre l’attualità tecnologica.
Per me il centro dell’enciclica sta nelle pagine sul cuore, da cui prende forza la direzione spirituale sviluppata nella conclusione. Il cuore nomina il centro da cui una persona desidera, giudica, sceglie e orienta la propria libertà. È lì che si forma anche il nostro rapporto con il potere: in ciò che amiamo abbastanza da servirlo, in ciò a cui siamo disposti a sacrificare il tempo, gli altri, noi stessi.
Il sacro riguarda ciò a cui riconosciamo un valore ultimo, capace di giudicare anche i nostri interessi. Una società può credersi lontana dalla religione mentre sottrae alla discussione le finalità alle quali obbedisce. Quando la crescita o la potenza tecnica giustificano qualsiasi sacrificio, quando chi ne paga il prezzo viene considerato un ostacolo e ogni fallimento richiede nuova fiducia nella stessa promessa, diventa legittimo interrogare quel rapporto come una forma di devozione. La spiritualità comporta anche un esame di ciò a cui ci affidiamo senza chiamarlo fede: le promesse che accettiamo, le autorità a cui riconosciamo il diritto di indicare il nostro destino.
È su questo terreno che leggo le promesse di Thiel, Musk e dei profeti del longtermismo: pur nelle loro differenze, vi riconosco i tratti di una nuova religione, nella quale il superamento tecnologico della condizione umana diventa un destino a cui aderire. Una promessa che affida ai possessori dei mezzi tecnici anche l’autorità di indicare il fine. Il rischio è che l’umanità concreta, fatta di persone che vivono adesso, diventi materiale sacrificabile in nome dell’umanità futura. Contesto quella pretesa di salvezza quando il bene promesso a chi verrà autorizza a disporre dell’esistenza di chi c’è: il futuro diventa una giustificazione del dominio.
Nella prospettiva cristiana dell’enciclica, l’Incarnazione rende la vita corporea, esposta alla dipendenza e alla ferita, luogo dell’incontro con Dio. Con una conseguenza radicale: nessun aumento di potenza rende trascurabile una vita fragile. Quella vita rivolge una richiesta anche a chi avrebbe i mezzi per ignorarla. A Parigi, le persone si sono raccolte intorno a una celebrazione che riconosce nel dono di sé una sorgente di comunione.
Il legame tra cuore e limite passa attraverso il riconoscimento della nostra dipendenza. La vulnerabilità può aprire alla compassione, ma può anche generare paura, risentimento, desiderio di dominio: contano le relazioni e le istituzioni attraverso cui impariamo a sostenerla. Curare una malattia, compensare una disabilità, alleviare il dolore sono responsabilità verso la vita. Accogliere la finitezza significa riconoscere che il diritto a essere riconosciuti, ascoltati e tutelati resta intero anche quando un limite non può essere rimosso. Nessuno deve conquistare la propria dignità attraverso il rendimento o il superamento della propria fragilità.
Il tempo dell’intelligenza artificiale rende questa ricerca più urgente perché mette in discussione capacità attraverso le quali abbiamo imparato a riconoscere il nostro valore: lavorare, conoscere, creare, risolvere problemi. Se affidiamo la dignità alla superiorità delle nostre prestazioni, ogni capacità riprodotta da una macchina può diventare una ragione per considerarci meno necessari. Finiremmo per dover dimostrare continuamente di meritare un posto nel mondo, mentre chi possiede quelle macchine acquisterebbe anche il potere di fissare i criteri della nostra ammissione. Il sacro e la spiritualità diventano importanti a questa profondità: permettono di cercare un senso dell’esistenza che preceda la sua utilità e continui a sostenerla quando quell’utilità viene meno. Una persona può ricevere significato dall’essere in relazione, dall’appartenere a una storia, dal rispondere dell’esistenza di altri, senza dover vincere una competizione di capacità. Per me ripartire da qui significa impedire che la capacità delle macchine di sostituire un’attività diventi un criterio per svalutare l’esistenza di chi la svolgeva. Questa convinzione deve poi trovare diritti, risorse e istituzioni che la rendano praticabile, perché il riconoscimento del nostro valore abbia conseguenze anche sulle condizioni in cui possiamo vivere.
Questa lettura incontra il potere dell’AI. Chi possiede le infrastrutture attraverso cui conosciamo, lavoriamo e comunichiamo può incidere anche sui criteri con cui attribuiamo valore all’esistenza. Quando il rendimento diventa la misura delle persone, i legami vengono organizzati come servizi e ogni possibilità tecnica si presenta come una ragione sufficiente per realizzarla, una visione del mondo entra nelle condizioni concrete della vita quotidiana. La dipendenza si approfondisce quando coinvolge la nostra capacità di immaginare un futuro diverso da quello offerto da quelle infrastrutture. Riconoscere che la vita vale indipendentemente dalla produttività, che la conoscenza comporta responsabilità e che le relazioni non si esauriscono in servizi acquistabili offre criteri per giudicare quel futuro e ragioni per cambiarlo. Su questo terreno possono incontrarsi convinzioni religiose e percorsi laici, senza richiedere una fede comune.
La spiritualità può maturare la disponibilità a rinunciare a un vantaggio personale; le forme di proprietà e di governo delle infrastrutture richiedono ragioni politiche proprie, fondate sui diritti, sulle dipendenze e sulla distribuzione del potere. Possiamo celebrare la comunione e sostenere istituzioni che escludono, affermare la dignità di tutti e lasciare a pochi il governo delle condizioni della vita comune. Le comunità possono educare, custodire conoscenza e organizzare bisogni; per incidere sulle infrastrutture da cui dipendono devono federarsi, disporre di risorse e agire attraverso istituzioni capaci di intervenire sulla proprietà, sull’accesso al calcolo, sulla gestione dei dati e sulla distribuzione della ricchezza. Anche un diverso assetto proprietario deve prevedere partecipazione e controlli indipendenti, perché la concentrazione del potere resta un problema anche quando è pubblica.
Dostoevskij ha raccontato la possibilità che la promessa di salvezza diventi una giustificazione del dominio dentro il cristianesimo stesso. Nei Fratelli Karamazov, il Grande Inquisitore rimprovera a Cristo la libertà lasciata agli uomini e rivendica il potere di liberarli dal peso della scelta: «noi raggiungeremo la meta e diverremo Cesari, e allora sí che provvederemo all’universale felicità degli uomini». La promessa di felicità giustifica l’assunzione di un potere senza limiti.
Rileggo oggi quelle parole pensando a chi chiede di affidargli decisioni sempre più estese perché dispone di strumenti che promettono di scegliere meglio di noi. L’Inquisitore considera la libertà un peso dal quale proteggere gli uomini e trova in questa convinzione la giustificazione del proprio potere. È una possibilità che riguarda anche il nostro rapporto con l’AI: affidarsi può diventare il modo di sottrarsi alla fatica del giudizio, fino a perdere l’abitudine di interrogare i fini di chi decide per noi. Una vita spirituale dovrebbe tenerci dentro questa responsabilità, anche quando ci espone al dubbio e alla possibilità di sbagliare.
Nella Magnifica Humanitas cerco questa relazione tra ciò che amiamo e il mondo che contribuiamo a costruire. Rileggere l’enciclica a partire dal cuore significa riconoscervi una direzione che rimanga feconda quando saranno cambiati i modelli, le imprese e i protagonisti dell’AI. Una direzione che ci impegna nell’uso dei beni, nella disponibilità a condividere il potere, nella responsabilità verso chi non può offrirci nulla in cambio. Riconoscere qualcosa di sacro nell’esistenza pone un limite alla disponibilità che ciascuno può rivendicare sulla vita altrui. Quel limite riguarda anche chi possiede le tecnologie con cui pretende di salvarla.