Francesca Ravanelli si occupa di media education, insegna alla Libera Università di Bolzano e lavora su una questione che continuiamo a trattare troppo spesso dalla parte sbagliata: non che cosa vietare ai ragazzi, ma che cosa dobbiamo costruire perché possano stare nel digitale senza esserne semplicemente catturati. In questo articolo parte dai social, dai divieti e dalla protezione dei minori, ma arriva molto più in là: alla scuola, agli adulti, alle disuguaglianze, alla qualità del tempo digitale. E soprattutto a una domanda che mi pare quella giusta: cosa trovano bambini e ragazzi quando spegniamo loro lo smartphone?
di Francesca Ravanelli
La recente decisione del Conseil constitutionnel francese sul divieto generalizzato dei social agli under 15 dovrebbe suggerirci qualcosa di più della consueta contrapposizione tra favorevoli e contrari. I giudici riconoscono che la protezione dei minori può giustificare limiti all’accesso, ma hanno censurato l’articolo 1 della legge perché introduceva un divieto di portata generale, senza considerare adeguatamente né le diverse situazioni dei minori né i differenti rischi dei servizi interessati. Anche la verifica dell’età è stata censurata, perché il legislatore non ne aveva definito condizioni e limiti sufficienti a tutelare la vita privata. Non viene dunque messa in discussione la necessità di proteggere, ma il modo in cui si sceglie di farlo.
È un punto che riguarda da vicino anche il dibattito italiano. La tutela dei più giovani è imprescindibile e le piattaforme devono rispondere delle proprie scelte, dalla profilazione ai sistemi di raccomandazione e ai meccanismi di cattura dell’attenzione. Ma una regola, per quanto necessaria, non può sostituire un progetto educativo. Vietare rassicura: stabilisce un confine e sembra risolvere il problema. Educare è molto più faticoso.
La media education ci invita da tempo a superare l’alternativa tra entusiasmo tecnologico e demonizzazione. Da Buckingham ai “nuovi alfabeti” di Rivoltella, il punto non è soltanto saper utilizzare i media, ma comprenderne linguaggi, rappresentazioni e logiche economiche per partecipare consapevolmente alla società digitale.
Oggi questi alfabeti comprendono necessariamente anche la data literacy. Ogni clic, ricerca, like o tempo di permanenza lascia una traccia; le tracce diventano dati; i dati alimentano algoritmi che contribuiscono a selezionare ciò che vedremo dopo. Educare significa rendere comprensibile questa catena e insegnare che i dati raccontano qualcosa di noi, ma non raccontano tutto.
Anche il recente caso della pubblicità Apple con un bambino molto piccolo e un iPhone tra le mani può essere letto in questa prospettiva. È legittimo interrogare la responsabilità di un brand. Ma resta una domanda più scomoda: quante volte siamo noi adulti a mettere quello stesso smartphone nelle mani di un bambino per tranquillizzarlo, intrattenerlo o riempire un’attesa?
Eppure la responsabilità adulta non può essere ridotta alla responsabilità delle famiglie. Chi ha alfabetizzato gli adulti? E quali alternative abbiamo costruito per i bambini?
Soprattutto, non possiamo cominciare a occuparci di educazione digitale quando un adolescente chiede di iscriversi a un social. Michele Marangi, nel suo testo “Addomesticare gli schermi”, riporta opportunamente la questione alla prima infanzia: il digitale entra molto presto nelle case e nei contesti educativi e proprio per questo deve essere accompagnato, orientato, reso sostenibile. L’attenzione pedagogica viene prima della competenza tecnologica.
Le tre A di Serge Tisseron — accompagnamento, alternanza, autoregolazione — indicano bene questa prospettiva. Accompagnare significa esserci; autoregolarsi significa imparare progressivamente a scegliere e a fermarsi; alternare significa mantenere plurali le esperienze.
Plurali devono rimanere anche le forme dell’attenzione e dell’apprendimento. Maryanne Wolf, in Lettore, vieni a casa, parla della necessità di un cervello “bialfabetizzato”, capace di muoversi tra le modalità della lettura digitale e quelle della lettura profonda. Non si tratta di scegliere tra carta e digitale, ma di evitare che una modalità cancelli l’altra, preservando la capacità di sostare, comprendere, inferire e pensare criticamente.
L’alternanza diventa così anche una questione politica. Chiedere a un bambino di trascorrere meno tempo davanti allo smartphone significa poco se non ci chiediamo quali alternative abbia realmente a disposizione: gioco, sport, lettura, natura, associazionismo, luoghi di incontro. Il rapporto Tempi digitali di Save the Children ha mostrato quanto l’esperienza digitale sia intrecciata alle disuguaglianze educative e territoriali. Una politica che invita a spegnere lo smartphone dovrebbe preoccuparsi anche di ciò che bambini e ragazzi trovano quando lo spengono.
Ma alternare non significa contrapporre digitale e non digitale. Viviamo, direbbe Luciano Floridi, una condizione onlife, nella quale online e offline si intrecciano nelle nostre esperienze e relazioni. E Vittorio Gallese, nel recente Il sé digitale, ci ricorda che anche negli ambienti digitali il corpo non scompare, ma viene riconfigurato attraverso schermi e interfacce. Con un’intelligenza artificiale ormai capace di generare volti, voci e presenze sempre più plausibili, educare al digitale significa interrogarsi anche su identità, corporeità, relazione ed esperienza dell’altro.
Per questo l’alternativa allo scroll non deve necessariamente essere l’assenza di digitale. Mitchel Resnick e il Lifelong Kindergarten del MIT mostrano da anni un’altra possibilità: il digitale come spazio di progettazione, creatività, collaborazione e gioco. Projects, Passion, Peers, Play: imparare costruendo qualcosa, seguendo interessi e passioni, insieme agli altri.
Un bambino che per mezz’ora scorre video selezionati da un algoritmo e uno che per mezz’ora costruisce con altri una storia interattiva o programma un piccolo gioco stanno entrambi davanti a uno schermo. Ma non stanno facendo la stessa esperienza.
Forse dovremmo allora parlare meno soltanto di screen time e molto di più della qualità del tempo digitale.
La scuola può fare moltissimo: leggere criticamente una pubblicità, comprendere come le tracce diventino dati, interrogare un algoritmo, creare un podcast, programmare un gioco, utilizzare criticamente l’intelligenza artificiale. Può accompagnare bambini e ragazzi nel passaggio da utenti da proteggere a cittadini progressivamente capaci di comprendere, scegliere, creare e partecipare.
Ma non può farlo da sola.
La media education diventa allora anche un’azione politica: formare insegnanti e adulti, investire nei territori, creare opportunità culturali, sportive, sociali e digitali accessibili a tutti. Significa regolare le piattaforme e tutelare i minori senza illudersi che una soglia anagrafica possa sostituire l’educazione.
La regola delimita uno spazio. L’educazione insegna ad abitarlo.
Forse è anche questo che la vicenda francese ci invita a ricordare: proteggere i minori è necessario, ma non basta stabilire da che cosa tenerli lontani. Occorre chiedersi quali competenze, esperienze e opportunità stiamo costruendo perché possano abitare consapevolmente il mondo in cui stanno crescendo.