Da anni ormai si moltiplicano manifesti sull’intelligenza artificiale, firmati da filosofi, scienziati, teologi, imprenditori, a volte dagli stessi che l’intelligenza artificiale la costruiscono e la vendono. Nascono centri di ricerca, alcuni seri, molti decorativi, molti finanziati da chi ha già deciso in quale direzione andare. Si aprono dibattiti pubblici in cui si discute se quello che abbiamo di fronte sia un pappagallo stocastico o qualcosa che assomiglia a un’intelligenza vera, se i sistemi attuali possano soffrire, se abbiano diritti, se vadano regolati o lasciati correre. Tutto questo è necessario, anche se in alcuni casi esagerato e in altri casi è invece coraggioso.
C’è poi una parola che ricorre in tutti i documenti della politica e che andrebbe guardata con molta più diffidenza di quanta generalmente le si riservi: sovranità digitale. Viene usata come risposta, come soluzione, come orizzonte da raggiungere, ma nasconde una domanda che nessuno vuole fare: sovranità di chi, su cosa, a beneficio di quale comunità e a spese di quale altra.
Quel che stupisce è che anche l’Unione Europea parla di sovranità digitale, come se questo fosse un orizzonte naturale verso cui tendere, quasi ovvio. Ma l’Unione Europea nasce esattamente per superare la logica della sovranità, nasce come scommessa storica sull’idea che tra popoli e culture diverse sia possibile costruire forme di convivenza, di cooperazione e di governo condiviso che non passino attraverso la pretesa di ciascuno di essere sovrano su tutto ciò che lo riguarda. La sovranità digitale europea non è quindi soltanto una risposta sbagliata a una domanda giusta, è una contraddizione nei termini, perché applica alla dimensione tecnologica esattamente la logica che il progetto europeo avrebbe dovuto mettere definitivamente in archivio, quella della chiusura come forma di protezione, della separazione come garanzia di identità, del controllo esclusivo come condizione di libertà.
Mentre altrove esistono già organismi pubblici dotati di poteri straordinari, nati all’incrocio tra sicurezza nazionale, sviluppo economico e interessi militari, entità poco conosciute al grande pubblico ma capaci di intervenire direttamente sul governo del territorio, ridefinendo l’uso delle risorse, la fiscalità locale e la pianificazione urbana senza che questo costituisca, in senso tecnico, una violazione di alcuna norma. Non si tratta di istituzioni fuori dalla legge, al contrario: operano attraverso strumenti perfettamente legali che consentono di sospendere, in determinate circostanze, una parte delle normali dinamiche della democrazia locale, e questa è forse la cosa più interessante da capire. Nello Utah questa entità ha un nome: la Military Installation Development Authority, più nota come MIDA.
La MIDA nasce nel 2007 con un obiettivo, quello di proteggere le installazioni militari dello Utah dal rischio di ridimensionamento o chiusura, salvaguardando migliaia di posti di lavoro e una quota importante dell’economia legata alla difesa. Per raggiungere questo obiettivo il parlamento dello Utah le ha attribuito poteri che normalmente appartengono ai governi locali, e la base giuridica su cui tutto questo poggia è la cosiddetta Dillon’s Rule, una dottrina storica del diritto americano secondo cui comuni e contee non possiedono una sovranità propria ma esercitano soltanto i poteri che lo Stato decide di delegare loro. La dottrina risale alla seconda metà dell’Ottocento e riflette una visione centralista della sovranità in cui gli enti locali esistono per grazia del legislatore statale, non per diritto proprio, il che significa che lo Stato può creare autorità speciali come la MIDA e attribuire loro competenze che di fatto scavalcano quelle dei governi locali ordinari senza violare alcuna norma costituzionale.
Quando la MIDA dichiara un territorio “project area” la sua autorità prevale in larga misura su quella delle amministrazioni locali, e pianificazione urbanistica, infrastrutture, incentivi fiscali e sviluppo economico vengono gestiti dall’autorità stessa attraverso un consiglio di amministrazione nominato e non eletto direttamente dai cittadini residenti nelle aree interessate. Le entrate fiscali generate dall’incremento del valore immobiliare possono essere trattenute per decenni e reinvestite nello sviluppo delle infrastrutture del progetto invece di confluire nei bilanci ordinari delle amministrazioni locali, producendo una ridistribuzione del potere fiscale che avviene in modo del tutto legale ma che modifica sostanzialmente il rapporto tra territorio e decisione politica.
Pochi mesi fa è arrivato in Utah lo Stratos Project precisamente nella contea di Box Elder; un progetto che prevede la realizzazione di un vasto polo di infrastrutture digitali destinato ad attività di calcolo avanzato, gestione di grandi flussi di dati e applicazioni connesse all’intelligenza artificiale e alla sicurezza nazionale.
A capo degli scenario dello Stratos Project c’è Kevin O’Leary e questo svela la saldatura materiale tra il capitalismo estrattivo del Novecento e l’escatologia tecnocratica della Silicon Valley. O’Leary non è un filosofo della Singolarità, né un teorico del transumanesimo; è il cinismo finanziario fatto carne, un predatore da Shark Tank che traduce i deliri cosmologici dei signori del silicio nella lingua brutale del realismo immobiliare e geopolitico. Quando accusa i cittadini della contea di Box Elder che difendono la propria acqua di lavorare per la Cina, O’Leary attiva il più classico dei dispositivi di sicurezza: eleva un asset speculativo privato a imperativo patriottico, trasformando il dissenso ecologico e democratico in un atto di sabotaggio nazionale. È la normalizzazione definitiva dell’eccezione. Al tecnocapitalismo reazionario non serve più convertire le masse al postumano; gli basta l’alleanza d’acciaio con i pescecani della finanza tradizionale per blindare i territori, privatizzare le risorse metaboliche e sottrarre le infrastrutture al giudizio delle comunità, cementificando i rapporti di forza prima ancora che la democrazia possa formulare una domanda.
La parolina fiabesca della nuvola, la cloud, continua a fare disastri, perché i data center non esistono nel cloud; esistono in luoghi concreti, consumano energia, occupano territorio e richiedono risorse idriche per il raffreddamento e il funzionamento degli impianti.
Una parte numerosa della popolazione locale ha contestato il progetto sostenendo che l’insediamento potrebbe aumentare la pressione sulle risorse idriche in una regione che già convive con problemi di scarsità d’acqua e con il progressivo declino del Great Salt Lake, ma la preoccupazione non riguarda soltanto l’impatto ambientale, riguarda anche qualcosa di più fondamentale, ovvero la capacità delle comunità locali di influenzare decisioni che incidono direttamente sul proprio territorio. Molti cittadini hanno scoperto che gran parte delle leve decisionali non si trovavano più presso le istituzioni comunali o di contea ma all’interno di un’autorità dotata di competenze straordinarie, e questa scoperta è il punto di partenza di una riflessione che va molto al di là del caso specifico dello Utah.
Questo caso rivela una tensione che attraversa oggi molte democrazie occidentali, e per comprenderla è utile cominciare da una distinzione che spesso viene trascurata nel dibattito pubblico. Da anni si parla di sovranità digitale, sovranità tecnologica, sovranità energetica, e il termine viene utilizzato come risposta alla dipendenza da infrastrutture, piattaforme e sistemi di calcolo controllati da pochi attori globali, ma il caso della MIDA suggerisce che la questione potrebbe essere molto più complessa di come viene solitamente presentata, perché la democrazia non vive di sovranità, vive di distribuzione del potere e non è la stessa cosa.
La tradizione democratica europea ha elaborato da tempo un principio alternativo che risponde a questa logica, quello della sussidiarietà, secondo cui le decisioni dovrebbero essere prese al livello più vicino possibile alle persone coinvolte, mentre i livelli superiori dovrebbero intervenire soltanto quando quelli inferiori non sono in grado di affrontare un problema in modo efficace. Nessuno chiede di costruire meno infrastrutture anche se un ragionamento andrebbe fatto. Ma dovremo capire chi decide, con quali procedure e con quali forme di controllo democratico, e quando il governo del territorio viene progressivamente trasferito verso organismi sempre più lontani dai cittadini. La promessa della sovranità digitale è già quello che è: il linguaggio attraverso cui il potere si sottrae al controllo democratico mentre finge di difenderlo.
A questo punto vale la pena avanzare un’ipotesi che mi sembra necessaria per leggere correttamente quello che sta succedendo. Da alcuni anni governi democratici, autoritari e ibridi utilizzano lo stesso lessico, sovranità digitale, autonomia strategica, sicurezza tecnologica, controllo delle infrastrutture critiche, e la spiegazione più comune che viene offerta è quella della protezione dei cittadini dalle Big Tech e dalle dipendenze geopolitiche, ma esiste una seconda lettura possibile che non esclude la prima e anzi la completa: che la sovranità digitale stia diventando il linguaggio attraverso cui gli Stati recuperano poteri che per decenni erano stati limitati, distribuiti o condivisi.
La storia moderna della democrazia occidentale è stata, almeno in parte, una storia di frammentazione del potere attraverso comuni, regioni, autonomie territoriali, corti indipendenti, associazioni, cooperative, corpi intermedi, con l’idea che nessun centro unico dovesse poter decidere tutto, e la retorica dell’emergenza tecnologica sembra muoversi nella direzione esattamente opposta. Queste risorse sono sempre state considerate strategiche, e per questo in ogni tradizione democratica sono state sottoposte a forme di governo collettivo, di proprietà pubblica, di controllo comunitario: strategico significava appartenente a un bene comune che nessun attore privato poteva appropriarsi senza rispondere a qualcuno. Oggi quella parola ha cambiato verso senza che quasi nessuno se ne accorgesse. Se l’intelligenza artificiale viene presentata come una competizione esistenziale tra potenze allora strategico smette di significare di tutti e comincia a significare sottratto a tutti, sottratto cioè esattamente a quelle comunità che quella risorsa la abitano, la usano, la custodiscono da generazioni, e questo non è un effetto collaterale del processo ma il suo punto di arrivo.
La MIDA potrebbe essere letta come una manifestazione locale di questa dinamica più generale, ovvero la costruzione di spazi in cui l’eccezione viene normalizzata e la partecipazione democratica viene subordinata a un interesse superiore definito altrove, e se questa ipotesi fosse corretta il problema non sarebbe soltanto il potere delle Big Tech ma il rafforzarsi dell’ alleanza tra apparati statali, capitalisti new e old e interessi militari e grandi operatori tecnologici, un ecosistema nel quale cittadini e comunità locali vengono progressivamente trasformati da soggetti politici in variabili amministrative di un progetto che li riguarda senza che ne possano governare le condizioni.
La comunità della contea di Box Elder che contesta il data center non sta soltanto difendendo l’acqua del Great Salt Lake, sta affermando qualcosa di più preciso, anche se spesso senza usare questo linguaggio: che esiste un rapporto tra un territorio e le sue risorse che non è riducibile a variabile amministrativa, e che le scelte tecnologiche non sono neutrali rispetto ai luoghi in cui atterrano. Questo è ciò che intendo con tecnodiversità: il riconoscimento che c’è bisogno di tentativi che non riconoscano un unico modello tecnologico inevitabile e che è possibile sviluppare tecnologie adattate ai limiti ecologici, energetici e sociali dei territori invece di adattare i territori alle esigenze delle infrastrutture, ma anche qualcosa di più, la capacità di ogni cultura tecnologica di relazionarsi con le altre, di confrontarsi, di ibridarsi, di imparare in reciprocità senza che nessuna pretenda di essere il modello a cui tutte le altre devono convergere. E con noodiversità intendo la stessa cosa sul piano della conoscenza e del senso: la diversità dei modi in cui le comunità interpretano il proprio rapporto con la tecnica e con il potere, la capacità di stare in dialogo con culture altre senza dissolversi in esse, perché ogni volta che dati, energia e processi decisionali vengono centralizzati non si riduce soltanto la pluralità tecnologica ma si riduce la capacità stessa di incontro, di reciprocità, di confronto tra mondi diversi, che è esattamente l’opposto di quella sovranità digitale che invece promette protezione attraverso la chiusura.
I cittadini della contea di Box Elder non hanno perso un’idea o un principio astratto di autodeterminazione, hanno perso l’accesso a una decisione concreta che riguardava la loro acqua e il loro futuro, e l’hanno perso prima ancora che il conflitto emergesse, perché le infrastrutture, fisiche e non digitali, erano già in mano ad altri nel momento in cui la questione è diventata pubblica.
Finché le basi metaboliche dell’intelligenza artificiale, la capacità di calcolo, i dati, lo storage, l’energia, restano proprietà di pochi soggetti privati o di apparati statali che non rispondono a nessuna comunità reale, la pluralità delle forme di vita rimane un principio che si enuncia ma che non si riesce a difendere quando l’eccezione arriva a dichiarare che quella pluralità è incompatibile con l’interesse strategico.
Serve allora qualcosa di più radicale di una buona politica culturale o di una sensibilità ecologica diffusa, serve una proprietà collettiva e policentrica delle infrastrutture stesse: capacità di calcolo, dati, storage, energia, governati non da uno Stato centralizzato che riproduce la stessa logica verticale che vogliamo superare, ma da consorzi di comunità, università, municipalità, corpi civici, le ecclesie metaboliche, in quello che si potrebbe chiamare uno stack civico distribuito, un’architettura in cui le infrastrutture portino l’impronta dei luoghi che le ospitano e rispondano al giudizio delle popolazioni che ne subiscono i costi e non solo di quelle che ne traggono i benefici.
E poi c’è la questione del valore, perché quando milioni di persone contribuiscono con dati, conoscenza e interazione sociale e i rendimenti finiscono nei bilanci di chi controlla le piattaforme, il contratto sociale che regge la democrazia è già incrinato molto prima che qualcuno se ne accorga: un modello alternativo immagina che una parte di ciò che le infrastrutture producono torni alle comunità che le rendono possibili, non come sussidio, non come welfare, ma come quota di proprietà collettiva che sottosta al bene comune su un sistema produttivo che è già, nei fatti, sociale.
C’è un principio antico che può tenere insieme questa visione, ma che ha bisogno di una declinazione nuova per essere all’altezza della complessità del presente, e che potremmo chiamare sussidiarietà federata, non soltanto per distinguerla dalla sussidiarietà classica ma per indicare qualcosa di preciso sul suo funzionamento. Non basta stabilire che le decisioni debbano essere prese al livello più vicino possibile alle persone coinvolte, perché questo principio, per quanto giusto, non dice nulla su come si costruisce il livello superiore e su quale debba essere il suo rapporto con quelli inferiori: bisogna costruire il livello superiore come federazione dei livelli inferiori, non come loro sostituto, e questo cambia tutto sul piano istituzionale e politico.
Ciò che può essere interpretato e deciso da una comunità locale non deve essere centralizzato; ciò che richiede cooperazione può essere gestito da federazioni di comunità che mantengono la propria autonomia interpretativa mentre condividono le infrastrutture che da soli non potrebbero governare; ciò che eccede le capacità territoriali può essere affrontato attraverso infrastrutture condivise e non proprietarie, mai attraverso la delega a soggetti che non rispondono ad alcun mandato democratico e che definiscono l’interesse superiore senza dover rendere conto a nessuna comunità reale. Una federazione di comunità non è uno Stato più piccolo, è qualcosa di strutturalmente diverso: è una rete di soggetti che mantengono la propria capacità interpretativa mentre cooperano su ciò che non possono affrontare separatamente, e la differenza tra partecipazione politica e amministrazione della società dipende esattamente da questo, da chi possiede la capacità materiale di calcolo, chi governa i modelli, chi decide cosa non debba essere ridotto a dato.
Il futuro non si giocherà sulla competizione tra Stati e tecnologie ma sulla capacità delle comunità di ricostruire un’intelligenza del mondo che non sia catturabile da un’unica infrastruttura privata, e se i dati sono nostri, come diciamo e come crediamo, allora lo è anche il futuro, ma solo a condizione che siano nostre anche le infrastrutture su cui quei dati vivono e producono valore. Questa volta, diversamente da quanto accadde la prima volta che abbiamo consegnato la rete nelle mani sbagliate, abbiamo ancora tempo per costruirlo insieme.
Il caso della MIDA non è soltanto una controversia locale su un data center nel deserto dello Utah, anche se a questo livello è già sufficientemente importante da meritare attenzione. Dove arriva un grande data center non arrivano soltanto server e cavi, cambiano le relazioni tra istituzioni, imprese, risorse naturali e comunità, cambia chi decide sull’acqua, sull’energia, sulla fiscalità e sul futuro di un territorio, e queste non sono conseguenze collaterali di una scelta tecnica ma la sua sostanza politica.
Quando la tecnologia viene dichiarata strategica l’eccezione tende a diventare normale, e quando l’eccezione diventa normale la prima risorsa a essere consumata non è l’acqua, né l’energia, né il territorio, è la democrazia stessa.