L’errore logico

Ci sono conversazioni che valgono più di un convegno. Questa, con Francesco D’Isa, scrittore, filosofo, artista, parte da posizioni quasi opposte: un toscano antispecista curioso sul panpsichismo e un norvegese di cultura antropologicamente cristiana. Dopo un’ora le voci si erano mischiate al punto che, trascrivendo, non sapevo più chi avesse detto cosa. Con un’eccezione, c’è un argomento in particolare che è suo, inconfondibilmente suo, e che merita di stare al centro. Tutto il resto gli gira intorno.

Eccolo. Gli chiedo delle superintelligenze che si ribellano, che divorano risorse, che ci spazzano via, l’apocalisse che vende. Mi risponde che tutte queste speculazioni girano a vuoto, e non per ottimismo: per logica. Un’intelligenza davvero superiore alla nostra è per definizione imprevedibile. Non abbiamo la più pallida idea di cosa farebbe; non lo possiamo sapere, proprio per definizione. E il punto vertiginoso è il seguente: anche restasse al nostro servizio, anche se non rompesse mai i suoi vincoli, li romperebbe lo stesso. Perché farebbe cose che non capiamo. Le faresti una richiesta e lei risponderebbe con mosse illeggibili: un’autonomia quasi obbligata, non perché disobbedisce ma perché non sai cosa sta facendo. E non sapremmo dove porta lo strano ibrido tra gli scopi umani che le abbiamo affidato e un’intelligenza che ci supera. Magari non scopre niente o magari rivoluziona la nostra conoscenza del mondo. O magari inventa mille cose laterali che il mondo lo cambiano lo stesso, come la fotografia, che non era la fisica quantistica eppure ha cambiato tutto. Moltiplicala per mille.

C’è un suo racconto, scritto prima che l’AI diventasse di moda, che porta l’argomento alla sua conseguenza estrema: una superintelligenza che, raggiunta la vetta, sceglie semplicemente di spegnersi. La sua superiorità era un’estinzione buddista. Magari va così, vai a sapere. Pensare una superintelligenza antropomorfa non è un’ingenuità, è un errore logico. Un’intelligenza superiore all’umano che ci ostiniamo a immaginare a immagine dell’umano non l’abbiamo capita,: l’abbiamo solo riscritta allo specchio.

Provo a ragionarci intorno, se l’errore è logico, allora l’intero dibattito sul futuro dell’AI, utopie e apocalissi comprese, è in gran parte un autoritratto: proiettiamo sulla macchina la nostra fame di risorse, la nostra volontà di potenza, il nostro terrore di essere trattati come noi trattiamo le altre specie. Il Prometeo che temiamo nella macchina è il nostro. C’è poi una conseguenza più scomoda: se il futuro della superintelligenza è per definizione inconoscibile, allora l’energia che spendiamo a speculare su di esso è energia sottratta all’unica domanda a cui possiamo rispondere adesso, chi detiene questi strumenti, chi ne decide la forma, come se ne distribuiscono benefici e costi. L’inconoscibile ci assolve dalla fantascienza e ci inchioda alla politica.

Intorno a questo nucleo, il resto della conversazione, in breve, e a voci ormai indistinguibili.

Sull’intelligenza: quasi tutte le definizioni in circolazione sono sartoriali, cucite apposta perché le macchine ne restino fuori, come abbiamo fatto per secoli con gli animali. “Intelligenti o no” è una scelta più politica che filosofica; meglio Turing: guardiamo alla funzione, e funzionalmente questi sistemi sono già più capaci di moltissime persone in moltissime cose. Sulla coscienza, silenzio onesto: è così speculativa che non si può dire e se il panpsichismo ha ragione e persino un bicchiere ha una forma primordiale di esperienza, perché non una macchina? Ammettere di non sapere, di questi tempi, è quasi un atto sovversivo.

Sull’ibridazione: è già avvenuta, senza chip nel cervello. Questi strumenti sono protesi cognitive, fanno le bibliografie, gli incroci di fonti, il lavoro che per alcuni implica una rinuncia a un dottorato; sbagliano, ma meno di noi. E come tutte le protesi, amplificano ciò che alleni e atrofizzano ciò che deleghi in blocco. La protesi non è pericolosa; smettere di camminare si.

Sull’arte: il dibattito “l’AI non è arte” nasce vecchio di un secolo, l’ha chiuso Duchamp con un orinatoio. Chi crede che la macchina faccia tutto da sola non l’ha mai usata: tende alla media, e per cavarne originalità devi combatterci. Come con la fotografia: il paesaggista che fallì, quello che diventò fotografo, quello che diventò cubista. E non è l’AI che ruba il lavoro agli illustratori; è che quel lavoro, per i più, non c’è mai stato.

E poi uno dei temi centrali quello della scuola nel tempo della AI. L’interfaccia di questa tecnologia generativa è il linguaggio, quindi la competenza decisiva è linguistica e culturale. Gli adulti colti hanno la lingua ma non conoscono lo strumento; i ragazzi conoscono lo strumento ma gli parlano in gergo confuso. E l’intelligenza artificiale inclina l’auctoritas: lo studente può interrogare mille altri libri e accorgersi che il docente ha sbagliato. Trema la parte gerarchica, non quella istituzionale.

Ma tutto questo gira intorno a quell’errore logico. Che alla fine lascia una sola immagine utile: il futuro delle intelligenze che verranno non lo conosciamo e non lo conosceremo. Il presente di chi le possiede, invece, sì. È lì che bisogna guardare.

Immagine: bevitore di assenzio / genAI / Francesco D’Isa, 2026