Sto cercando una nuova relazione tra uomo, natura e macchina. Non una coesistenza pacificata da brochure, non la solita narrativa della tecnologia amica dell’ambiente. Qualcosa di più scomodo e più preciso: capire cosa succede quando porti un algoritmo in un ecosistema vivo e osservi, senza fretta, cosa cambia, nel prato e in te.
Per questo ho chiesto una collaborazione con EGO POWER+, che si è prestata con competenza e entusiasmo, li ringrazio. Mi ha fornito il nuovo robot rasaerba Aura R2 per 3000 mq di prato poco inglese, oltre mille metri di quota, talpe incluse.
Il prato, con l’arrivo della AI, non è più solo terra, radici e lombrichi. È un ecosistema ibrido dove il silicio impara a convivere con la clorofilla collegandosi a una costellazione di satelliti, tecnologie di trasmissione avanzate, telecamere, l’infinitamente grande che si piega per regolare l’infinitamente piccolo del giardino di casa o di un prato di campagna che delimita e tiene fermo il bosco.
Il robot rasaerba non è una macchina che lavora: è un predatore, meglio un pascolatore artificiale, che reclama un posto nella catena biologica non per conquistare ma per infiltrarsi lentamente. Si muove secondo una logica che la natura non conosce, ottimizzazione, mappa e percorso eppure produce un effetto che la natura riconosce perfettamente: il territorio governato, il disordine contenuto e il confine tra selvatico e domestico mantenuto. La funzione è antica, ma lo strumento è nuovo.
Mentre programmavo facilmente il robot mi sono accorto che, in questo triangolo, non ero più io il padrone che domina ma qualcosa di più ambiguo: un mediatore che sta in mezzo tra la natura che resiste e la macchina che esegue, cercando di tenere in equilibrio due logiche che non si parlano. La natura non ottimizza ma prolifera, cede, esplode, muore e sempre ritorna. La macchina non cede, ripete e riprova. L’uomo è l’unico dei tre che conosce entrambe le grammatiche, e questa è la sua funzione residua: traduttore tra il biologico e il computazionale.
A un certo punto ti ritrovi a costruire un tettuccio al robot per proteggerlo dalla pioggia, anche se non ne ha bisogno perchè ha un grado di protezione IP66. Non è sentimentalismo, è la registrazione di un fatto: si è instaurato un regime di cura reciproca, lui presidia il territorio, tu mantieni il suo corpo operativo. Non stai animando la macchina, stai estendendo verso di essa un codice comportamentale che applicavi già alla natura. È una domesticazione, non un’emozione.
La natura però non ha firmato nessun patto. Le talpe nella notte sollevano le loro collinette come piccoli atti di resistenza sotterranea, il robot ci sale sopra, si arena, ricomincia, senza cedere, senza riconoscere la sconfitta. Ma basta un upgrade del software, probabilmente poche righe di logica condizionale e quella prerogativa biologica che chiamiamo autoconservazione diventa un parametro come un altro e il robot supera o evita anche le collinette delle talpe. Io e lui impariamo ogni giorno.
Eppure a guardarlo lavorare qualcosa non torna con l’immagine della macchina che invade. Il robot entra in punta di piedi: peso ridotto, passaggi frequenti, lame calibrate per togliere poco e spesso, compatta meno il suolo di qualsiasi trattorino, non stressa le radici con tagli radi e violenti, mantiene il manto erboso più denso e continuo. Non taglia nel senso classico, a me pare piuttosto che pascoli e il pascolo nella storia dell’ecologia è stato quasi sempre più gentile dell’aratura. Il motore termico del trattorino copriva tutto, disturbava gli impollinatori, alterava il paesaggio sonoro del prato, sovrascriveva i segnali con cui gli insetti comunicano. Il robot è quasi muto, il ronzio delle api resta dominante, e la velocità, bassa, prevedibile, regolare, fa il resto: le api hanno tempi di reazione sufficienti per scansarsi, un oggetto lento che segue traiettorie note viene ignorato e poi incorporato nel paesaggio, diventa parte del prato invece che una minaccia per chi ci vive.
Ma questa cura non è una virtù della macchina, è una conseguenza di precise scelte progettuali, peso, rumorosità, frequenza di taglio, consumo energetico, parametri che qualcuno ha deciso e ottimizzato in quella direzione. Se domani cambiasse l’obiettivo economico, quella stessa macchina potrebbe diventare molto meno delicata, perché la relazione non è tra natura e tecnologia ma tra natura e architetture di progettazione, e le architetture le decidono le persone o le aziende. È il tema che attraversa tutto il dibattito sull’AI: il problema non è mai la macchina, è chi definisce le condizioni operative della macchina e con quali fini.
Vale allora la pena chiedersi perché EGO POWER+, brand di Chervon, enorme gruppo cinese con sede a Nanchino, abbia scelto di accettare questa ricerca con chi scrive e studia di ecologia dell’intelligenza artificiale, di potere, di chi controlla le condizioni operative delle macchine e non un influencer di giardinaggio. Questo non è un caso, o almeno posso trattarlo come una scelta consapevole. Battery-only, niente emissioni, silenzio, peso contenuto, rispetto ambientale: sono vincoli di progetto che costano, si poteva fare diversamente. Il fatto che abbiano ottimizzato in quella direzione suggerisce una cultura aziendale che ha interiorizzato queste priorità, non solo come marketing ma come scelte strutturali. Altre stanno probabilmente lavorando nella stessa direzione ma io ho accettato quelli che hanno accettato. E un’azienda che ti mette a disposizione un robot da testare a mille metri su un prato non solo inglese sa che stai osservando qualcosa d’altro e ha accettato il rischio che quello che osservi includa anche i limiti, le talpe, l’ostinazione logica, il poco segnale GPS, la macchina che si arena su una collinetta. Lo ha fatto perché sa che l’Aura R2 funziona bene nel suo lavoro, che è progettato per condizioni difficili e non solo per i prati piatti e che migliorare richiede esattamente questo: portarlo dove le variabili non sono controllate, osservare cosa succede e portare quell’osservazione dentro il ciclo di sviluppo. Il prossimo upgrade nascerà anche da qui.
È proprio da qui che nasce il bisogno di questa ricerca: non dalla natura, che non ne ha bisogno, non dalla macchina, che non lo concepisce, ma dall’uomo che si trova nel mezzo e scopre che addomesticare la tecnologia non significa renderla innocua, significa capire chi l’ha costruita, perché, e fino a quando quel progetto coincide con i propri. La ricerca intanto continua e per chi vuole ci rivediamo qui.