Perché umanoidi? Perché non scimmie, più antiche, più collaudate, meccanicamente più oneste?
La risposta tecnica è facile: il robot non deve funzionare, deve funzionare qui. E qui è un mondo costruito attorno a un solo corpo. Le maniglie sono alla nostra altezza, le scale hanno il passo delle nostre gambe e gli attrezzi aspettano il nostro pollice. La scimmia, in casa umana, sarebbe un’ospite maldestra. Copiamo l’uomo perché è il padrone di casa. E questa è la risposta tecnica, che è vera ma che è un alibi.
Perché la ruota batte la gamba quasi ovunque. Il braccio fisso batte il braccio mobile in quasi ogni fabbrica. Se contasse l’efficienza, i robot sarebbero quello che sono sempre stati: bracci, carrelli, nastri, roba invisibile. Ma il braccio nudo mostra la nudità del capitale, una fabbrica senza uomini, e senza scuse. L’umanoide la ricopre con una maschera: è l’esorcismo del conflitto di classe, la messinscena che permette al padrone di credere di avere ancora sudditi e non solo cespiti da ammortizzare. L’umanoide non risolve un problema di ingegneria, risolve un problema di racconto. Un robot con la nostra forma dice: sto sostituendo un lavoratore. Non dice: abbiamo riscritto il mondo attorno alle macchine. La prima frase si vende bene, la seconda si subisce e basta e detta da Musk o da Thiel, la prima si vende ancora meglio. Qui finisce la risposta commerciale. Ma c’è dell’altro: c’è un desiderio.
Dio fa l’uomo a sua immagine. Ma immagine, nel cristianesimo, non è forma: è capacità di relazione, libertà, comunione, dono di sé. L’uomo tecnologico prende quella parola e la riduce a somiglianza. Copia il volto, la postura, il gesto, e lascia fuori esattamente ciò che dell’uomo faceva un’immagine. L’umanoide è una copia dell’apparenza costruita per rimozione della vocazione. Golem, Pigmalione, Frankenstein, una genealogia di specchi. L’umanoide è la teologia meno la relazione, la creazione ridotta a duplicazione.
E il desiderio che lo muove è spaccato in due, e nessuno vuole ammetterlo. Il primo è mimetico: rifarsi, avere davanti il proprio volto, una copia che restituisca la nostra immagine senza resistenza. Il secondo è gnostico: conservare la forma umana liberandola dalla carne, metallo che non invecchia, silicio che non si ammala. L’umanoide li vuole entrambi: il narcisismo della copia e il sogno della disincarnazione. Qualcuno lo chiamerà incarnazione digitale ma è il suo rovescio esatto perchè l’Incarnazione è lo spirito che discende nella carne fragile dell’altro; qui è la forma umana che tenta di espellere la carne, la fragilità e l’altro in un colpo solo. Golem e uploading nello stesso corpo. Che confusione, ma nelle fabbriche della AI la confusione è la diagnosi.
Perché sotto entrambi i desideri lavora la stessa povertà: quella di rifarsi, riconoscersi, superarsi. Tre verbi riflessivi. Prometeo almeno rubava per gli altri; qui non si ruba niente, si duplica. E il furto stesso, del resto, è una provincia. Yuk Hui lo dice da anni: non esiste la tecnica, esistono cosmotecniche. Quella cinese non strappa il fuoco agli dèi, accorda lo strumento all’ordine del cosmo, il qi al dao. Quella bantu nasce dentro l’ubuntu: io sono perché noi siamo, e l’artefatto è un nodo della relazione, non una protesi del singolo. Qui invece serviva una tecnica pensata come rapina per arrivare a rubare l’ultima cosa rimasta: la propria immagine. Potendo creare qualsiasi cosa, creiamo noi stessi in versione obbediente. Uno specchio con le mani. Un riflesso che non può dirci di no e ciò che non può dirci di no non potrà mai metterci in questione.
La coscienza non è intelligenza, l’intelligenza si delega, la coscienza no. E la forma umana è la macchina retorica che cancella questa differenza: un volto che ci somiglia promette un dentro. Il braccio robotico non inganna nessuno, nessuno gli attribuisce un’anima, un viso. Non temo che la macchina si svegli dietro quel volto. Temo che noi ci addormentiamo davanti.
La uncanny valley lo sa già: quel disagio davanti al quasi-umano è teologia che il corpo ricorda e la lingua ha dimenticato. Sentiamo l’anima mancare prima di sapere che la stavamo cercando.
Un robot scimmioide sarebbe stato comunque una macchina: freddo, costruito, senza sangue ma almeno non mentirebbe. La sua estraneità formale avrebbe impedito di scambiarlo per un soggetto, nessuno gli avrebbe prestato un’anima. E dietro di lui sarebbe rimasta visibile la scimmia vera: calda, sporca, imprevedibile, un sangue che pulsa fuori dal nostro controllo.
Abbiamo preferito il simulacro che ci somiglia, il corpo che non muore perché non è mai nato. Fromm aveva un nome per l’amore del meccanico contro il vivente: necrofilia. Non è un destino della forma umanoide è il desiderio che quella forma incorpora quando del vivente si vuole il gesto ma non la dipendenza, il volto ma non la coscienza, il lavoro ma non il lavoratore.
Il robot umanoide non è il nostro servo, è la nostra lettera di dimissioni dal mondo, la forma che lasciamo di guardia mentre ci ritiriamo nel virtuale. Lo costruiamo a nostra immagine non per dominare, ma per abdicare.
Dicono che la postura eretta abbia liberato le mani e sollevato lo sguardo verso il cielo. Ma il doppio non guarda il cielo non perché il collo non si pieghi: perché nel suo progetto non esiste nulla che lo trascenda. Guarda noi e solo noi: la nostra efficienza, la nostra paura della dipendenza e della morte. E continuerà a guardare quel punto anche quando la sala sarà vuota, mausoleo semovente, monumento non alla magnificenza dell’umano e di tutto il vivente ma alla sua riduzione. Tutto ciò non è immaginare il futuro: è colonizzarlo con la propria sagoma.
Eppure la sala non è ancora vuota. Magnifica Humanitas è stata scritta esattamente su questo senso, non per benedire la macchina né per maledirla, ma per ricordare ciò che nessun laboratorio può produrre: l’immagine non si fabbrica, si riceve. L’uomo è magnifico non perché sa duplicarsi, ma perché può ancora voltarsi verso ciò che non è lui, il vivente, il povero, l’altro, il diverso, il cielo che il nostro doppio non guarderà mai. L’abdicazione è una lettera scritta ma non ancora spedita, sopra sta scritto che possiamo ancora alzare gli occhi.