La via cinese dell’AI per l’Europa

Il modello americano dell’AI è improponibile come futuro civico ed economico dell’Europa. Ci assegna il ruolo di clienti di un’intelligenza alla quale affidiamo conoscenze, processi e informazioni, mentre il controllo della tecnologia e delle sue condizioni di utilizzo rimane altrove. Paghiamo per rendere più produttive le nostre attività e, nel frattempo, le organizziamo dentro infrastrutture dalle quali diventa sempre più costoso uscire. Il potere del fornitore cresce con il costo della nostra uscita.
Dentro questa relazione entra il patrimonio che permette ancora all’Europa di produrre valore: conoscenze industriali, ricerca, competenze professionali, saperi dei territori. Persino Alex Karp, il signor Palantir, denuncia il rischio che le imprese, pagando l’accesso ai modelli, trasferiscano ai produttori il sapere dal quale dipende il proprio vantaggio competitivo. Un programma di abbonamenti, anche accompagnato da incrementi di produttività, non costituisce una politica industriale.
La via cinese offre una possibilità diversa. Una parte importante dell’industria dell’AI cinese sta costruendo la propria espansione permettendo ad altri di scaricare i modelli, adattarli e costruirvi servizi. Lascia spazio nella filiera affinché la propria tecnologia venga adottata, accettando che altri gestiscano il rapporto con gli utilizzatori e trattengano una parte del valore.
Perché una parte dei produttori cinesi mette a disposizione i propri modelli invece di venderne soltanto l’accesso? Perché sfidare le piattaforme americane sul loro terreno significa accettare una corsa fatta di capitali enormi, infrastrutture sempre più costose, restrizioni all’accesso ai chip più avanzati e perdite da sostenere in attesa di una redditività futura. Cambiare il terreno dello scontro permette di competere senza replicare integralmente quella macchina finanziaria: lavorare sull’efficienza, contenere i costi e lasciare che altri investano negli adattamenti e nella diffusione.
Questa strategia, però, ha bisogno di numeri: più imprese, più territori, più utilizzatori, più paesi. In America Latina, in Africa, in Europa, deve trovare soggetti che trasformino quei modelli in servizi e attività. La rinuncia a controllare ogni utilizzo acquista senso industriale se permette di estendere la presenza della propria tecnologia.
Per chi punta sulla diffusione, lasciare agli interlocutori il governo dei dati, la gestione dei servizi e una parte del valore può essere il prezzo conveniente da pagare per entrare in nuovi contesti. Per chi fonda il proprio vantaggio sulla dipendenza dalla piattaforma, quelle stesse richieste toccano il meccanismo attraverso cui trattiene clienti e ricavi.
È questa diversa convenienza industriale, prima ancora della AI open weight, a dare all’Europa una leva negoziale: offrire un’adozione organizzata ed estesa in cambio di una distribuzione effettiva del potere lungo la filiera.
L’Europa deve presentarsi a questa trattativa con qualcosa di più della disponibilità a comprare. Territori, università, imprese e servizi pubblici, quando si muovono isolatamente, portano ciascuno il proprio bilancio; quando si organizzano, possono offrire una domanda stabile, competenze, infrastrutture e accesso a contesti nei quali la tecnologia acquista utilità. Una filiera che ha bisogno di diffusione ha interesse a discutere le condizioni di questo incontro.
La forza negoziale europea nasce da ciò che possiamo organizzare insieme. Se continuiamo a sottoscrivere servizi uno alla volta, resteremo clienti anche dei produttori cinesi. Il cambio di fornitore, da solo, non produce alcuna redistribuzione del potere. La disponibilità tecnica diventa forza politica quando incontra una convenienza industriale e una comunità capace di negoziare.
Anche la questione dei dati supera l’apertura del modello dei pesi aperti e il luogo in cui vengono conservati. Riguarda le conoscenze che una comunità genera, chi può utilizzarle e trasformarle in capacità produttive, dove quelle capacità possono essere trasferite e chi ne ricava valore. I dati possono rimanere su server europei mentre tutte queste decisioni continuano a essere prese altrove.
L’intera proposta si regge sulla concessione: il patto tra i territori europei e i proprietari dell’intera infrastruttura dell’AI attraverso il quale la disponibilità ad adottare una tecnologia si traduce in potere sulle condizioni del suo sviluppo e utilizzo. Una diversa distribuzione del potere lungo la filiera. Una relazione che riconosca ciò che ciascuno apporta e le responsabilità che assume, attribuendo alla comunità potere deliberativo sulle condizioni di funzionamento della filiera, sugli impieghi dell’AI prodotta e sulla distribuzione dei benefici e dei costi.
Un territorio porta nella relazione saperi, lavoro, istituzioni, risorse e relazioni senza le quali la tecnologia non troverebbe quegli impieghi. Eppure, nella contabilità dell’innovazione, il valore di questi contributi tende a scomparire: il produttore vende l’intelligenza, il territorio paga, tutto ciò che il territorio rende possibile viene considerato disponibile.
La concessione deve tradurre quel contributo in diritti esercitabili. Si stabiliscono i diritti sui dati e sui saperi conferiti, chi può accedervi, per quali finalità e con quali limiti; la titolarità dei modelli e degli adattamenti sviluppati attraverso il lavoro comune, le condizioni del loro trasferimento e della commercializzazione, gli impieghi da escludere. La comunità deve poter decidere anche dove va a finire l’AI che contribuisce a produrre e chi ne ricava ricchezza.
Nello stesso patto entrano l’energia necessaria e la sua provenienza, i consumi d’acqua e di suolo, gli impatti delle infrastrutture e la ripartizione dei costi ambientali. Occorre rendere esplicito chi li genera, chi li sostiene, quali limiti deve rispettare e quali obblighi di riduzione e ripristino assume. Un territorio non può essere considerato abbastanza importante da fornire risorse e abbastanza irrilevante da non partecipare alle decisioni.
Gli impegni devono coinvolgere chi controlla davvero le diverse componenti. La promessa di un gestore locale vale poco se il produttore del modello o il fornitore del calcolo possono impedirgli di mantenerla. La concessione deve collegare poteri e responsabilità, prevedendo alternative praticabili dove non riesce a ottenere garanzie sufficienti.
La concessione è più importante del fornitore, perché stabilisce chi governa la relazione dopo l’ingresso della tecnologia. La scelta degli interlocutori deve dipendere anche dalla loro disponibilità ad accettare questa distribuzione dei poteri. La via cinese orientata alla diffusione offre un interesse industriale con cui negoziarla.
La prova arriva quando il rapporto finisce. Alla comunità devono rimanere dati utilizzabili, documentazione, adattamenti trasferibili, persone competenti e condizioni tecniche che permettano a un altro gestore di continuare. Se il territorio perde la capacità di funzionare insieme al fornitore, gli investimenti hanno costruito soprattutto il potere di chi poteva andarsene.
Questa proposta tocca interessi precisi: riduce le rendite fondate sulla difficoltà di uscire, obbliga gli intermediari a mostrare quali dipendenze stanno rivendendo e chiede alle amministrazioni di assumersi il costo e la responsabilità di governare un’infrastruttura. Anche la comunità deve dotarsi di luoghi nei quali decidere, competenze indipendenti e risorse per controllare. Essere convocati alla presentazione di un progetto già approvato non significa partecipare al suo governo.
L’apertura cinese può restringersi quando cambiano le convenienze industriali o politiche. Il margine disponibile va quindi usato per costruire capacità europee. Se tra cinque anni sapremo soltanto scaricare il modello successivo, avremo consumato l’occasione; se saremo capaci di adattare, mantenere, sviluppare e sostituire i sistemi, potremo negoziare anche con chi avrà cambiato le condizioni. Questa crescita deve essere un obbligo della concessione.
L’Europa dispone di qualcosa che una strategia di diffusione cerca: imprese, territori, conoscenze e milioni di possibili utilizzatori. Deve smettere di concedere questa adozione senza negoziare il potere che può ricavarne. La via cinese dell’AI offre uno spazio per farlo; la concessione è la proposta per trasformare quello spazio in una relazione governata dalle comunità.
Immagine: Diego Rivera, L’uomo controllore dell’universo (1934), Palacio de Bellas Artes di Città del Messico. Al centro c’è un lavoratore ai comandi di una macchina; intorno, scienza, organismi viventi, industria e conflitto sociale. La tecnologia dentro i rapporti di potere che ne decidono l’impiego, insieme alle persone e alle risorse che la fanno esistere. La macchina occupa il centro, ma il suo destino riguarda tutta la società.