Marica Sartori, dirige Co.Di.Pr.A., il Consorzio per la difesa dei produttori agricoli di Trento. Una storia di agricoltori che hanno scelto di condividere il rischio, costruendo insieme strumenti per affrontare gelate, grandinate e crisi di mercato.
Ospito oggi il suo contributo che ci porta dentro una responsabilità che tendiamo a lasciare agli altri. Dall’agricoltura ci aspettiamo cibo, cura del paesaggio, presidio delle montagne, comunità vive. Ma quanto siamo disposti, come società, a partecipare alle condizioni che rendono possibile tutto questo? Se i benefici sono collettivi, possiamo lasciare il rischio soltanto a chi produce.
Parte dall’esperienza della cooperazione trentina per ragionare su un nuovo patto tra agricoltura e società. La mutualità diventa un modo concreto di assumersi una parte di quella responsabilità. E dati, satelliti e intelligenza artificiale possono contribuire a prevenire i danni, come nell’esperienza della polizza digitale prato-pascolo.
Come scrive Marica è una questione che riguarda tutti noi, anche quando ci sentiamo lontani da un campo: come condividere la responsabilità di ciò da cui dipendiamo. La ringrazio.
di Marica Sartori
Ogni giorno chiediamo all’agricoltura di produrre cibo di qualità, tutelare l’ambiente, conservare il paesaggio e contribuire alla vitalità economica dei territori e delle comunità. Consideriamo tutto questo un patrimonio collettivo, fondamentale e “quasi” assodato, un’esternalità positiva, oggi, con un insufficiente riflesso nelle dinamiche dei prezzi dei prodotti agricoli e delle condizioni di sostenibilità che impongono una reciprocità delle norme, rispetto ai prodotti importati dall’estero Eppure, quando una gelata compromette un raccolto, una grandinata distrugge mesi di lavoro o una crisi di mercato mette in difficoltà le imprese agricole di un settore, il rischio continua a essere percepito prevalentemente come un problema afferente all’aspetto imprenditoriale dell’agricoltore. È una contraddizione sulla quale tutti dovremmo attentamente riflettere. Perché se i benefici dell’agricoltura appartengono all’intera comunità, anche la responsabilità di garantirne la continuità di esse dovrebbe essere, almeno in parte, condivisa. L’agricoltura produce molto più di ciò che raccoglie. Dietro una mela, un grappolo d’uva, una spiga di mais o un litro di latte non c’è soltanto il valore commerciale di un prodotto. Ci sono imprese, famiglie, investimenti, competenze, occupazione e relazioni economiche che contribuiscono alla tenuta dei territori. Nelle aree montane come il Trentino, in particolare, la presenza agricola rappresenta anche un presidio fondamentale per la cura dell’ambiente e del paesaggio, la gestione del territorio e la vitalità delle comunità locali. Quando un’impresa agricola entra in difficoltà, quindi, le conseguenze non si esauriscono nel suo bilancio ma si riflettono sulle filiere, sulle economie locali e, nel tempo, sulla capacità di un territorio di mantenere vive le proprie attività produttive ed il proprio contesto economico-sociale. L’ultima rilevazione dell’Istat conferma che il Pil complessivo generato a cascata dal settore primario supera il 20% dell’intero Pil nazionale.
È proprio questa dimensione che dovrebbe portarci a considerare la protezione dell’agricoltura, nella sua gestione del rischio, non soltanto come una necessità per le singole imprese agricole, ma come un investimento nell’interesse, anche economico, della collettività in generale. Una seconda considerazione che dovrebbe indirizzare le strategie e le politiche pubbliche, è che ogni euro investito oggi in pianificazione e realizzazione di interventi e strategie di adattamento permette di evitare, domani, una spesa pubblica più che doppia per interventi di soccorso ex post, di ricostruzione ed indennizzatori.
Il cambiamento climatico sta rendendo questa riflessione sempre più urgente. Gli eventi meteorologici estremi non rappresentano più soltanto episodi eccezionali da affrontare quando si verificano ma sono diventati una variabile con la quale ogni imprenditore agricolo deve confrontarsi nelle proprie decisioni. Il rischio sta diventando sistemico e multidimensionale, fino a cambiare paradigmi produttivi. Vi è, inoltre, un aspetto che spesso rimane sullo sfondo: l’agricoltore assume rischi che non può controllare completamente, pur essendo chiamato a garantire produzioni sempre più efficienti e sostenibili in una logica di competitività. Un’impresa industriale può, entro certi limiti, programmare i propri processi produttivi e intervenire sulle condizioni che ne determinano i risultati. In agricoltura, invece, una parte essenziale della produzione rimane esposta a fattori naturali che possono compromettere in poche ore il lavoro di un’intera stagione. Il rischio fisico arriva però sempre più frequentemente ad una compromissione della vocazionalità territoriale che impatta sulle rese e sullo sviluppo di nuovi incontrollabili patogeni. Questo non significa che il rischio agricolo debba essere trasferito integralmente alla collettività ma è importante essere consapevoli e riconoscere che la sua gestione non può essere lasciata esclusivamente alla capacità economica del singolo produttore. La sicurezza alimentare, la continuità delle filiere e la salvaguardia dei territori dipendono anche dalla capacità delle imprese agricole di affrontare gli imprevisti senza compromettere il proprio futuro. Proteggere chi produce significa, in definitiva, proteggere anche il mondo in cui viviamo e ciò di cui ci nutriamo.
Esiste un principio, profondamente radicato nella storia dell’agricoltura italiana, che offre una risposta concreta a questa esigenza: la mutualità. Condividere il rischio significa riconoscere che eventi imprevedibili possono colpire ciascuno in momenti diversi e che affrontarli insieme permette di costruire una capacità di risposta superiore a quella del singolo o della semplice somma dei singoli. Non è soltanto una questione finanziaria ma, piuttosto, una scelta organizzativa e culturale, fondata sulla fiducia, sulla partecipazione e sulla consapevolezza di appartenere a una comunità economica. In Trentino questa cultura ha radici profonde, ben radicata nel territorio e condivisa con lo spirito cooperativistico. L’esperienza di Co.Di.Pr.A., che nel 2026 celebra cinquant’anni di attività, racconta un percorso nel quale gli agricoltori hanno progressivamente costruito strumenti collettivi per proteggere le proprie produzioni e affrontare le difficoltà. In mezzo secolo sono cambiati i rischi, le esigenze delle imprese e le modalità di protezione. Questa esperienza territoriale si inserisce in una dimensione più ampia, rappresentata a livello nazionale da Asnacodi Italia e dalla rete dei Condifesa, che costituiscono un punto di riferimento per la diffusione della cultura della gestione del rischio e lo sviluppo di strumenti di protezione collettiva. Anche in questo contesto, il principio di fondo è rimasto lo stesso: nessuno dovrebbe essere lasciato solo davanti a eventi che possono compromettere la continuità della propria attività. Le assicurazioni agevolate, i fondi mutualistici e gli strumenti di stabilizzazione del reddito rappresentano oggi espressioni diverse di questa stessa idea: non eliminano l’incertezza e, neppure, possono garantire che ogni perdita venga integralmente compensata ma consentono di distribuire una parte delle conseguenze economiche degli eventi avversi e di rafforzare la capacità delle imprese di governarli e di superarli. La mutualità, in questa prospettiva, rappresenta quindi lo strumento attraverso il quale gli agricoltori assumono collettivamente una responsabilità verso il proprio futuro. Come Consorzio abbiamo dato il via a numerosi Fondi mutualistici, già a partire dai primi anni 2000 con le prime esperienze nell’attivazione e gestione di questi strumenti, sino ad arrivare all’implementazione dei fondi settoriali per la stabilizzazione del reddito, IST, dedicati al mondo zootecnico, melico e viticolo. Esempi concreti di valorizzazione della mutualità tra agricoltori.
Quando si parla di gestione del rischio in agricoltura, l’attenzione si concentra spesso sugli importi dei risarcimenti, sulle risorse pubbliche messe a disposizione sui “capitoli di spesa” della P.A.C. o dei bilanci nazionali o locali ovvero sui danni provocati dagli eventi meteorologici. Sono dati importanti, perché raffigurano la dimensione economica dei fenomeni e l’efficacia degli strumenti di protezione ma, certamente, non sono in grado di raccontare tutto. Il valore di un sistema di gestione del rischio si misura anche in ciò che, grazie alla sua esistenza, non accade. Il pensiero corre naturalmente all’impresa che non è costretta a interrompere l’attività dopo una calamità; al giovane agricoltore che può affrontare con maggiore fiducia un investimento; alla cooperativa che mantiene la propria base produttiva. Sono risultati difficili da rappresentare attraverso un unico indicatore economico, ma costituiscono una parte essenziale del valore generato dalla protezione agricola in quanto contribuiscono in modo fondamentale a preservare la capacità di produrre valore nel tempo. Questo aspetto assume, inoltre, un significato particolare in un settore caratterizzato da investimenti pluriennali: un frutteto o un vigneto richiedono programmazione, risorse e anni di lavoro prima di esprimere pienamente il proprio potenziale. La possibilità di affrontare gli imprevisti diventa quindi una condizione importante per continuare a investire. Tale condizione di consapevolezza nel corretto ed efficace approccio di sistema, consente da un lato di aumentare la percezione di fiducia nel futuro degli agricoltori e quindi nell’aumentare la convinzione e la determinazione degli stessi nell’impegno per la gestione delle imprese e dall’altro una maggior sensibilità collettiva nel rendere partecipi della sfida inevitabile la società civile e le istituzioni.
La crescente complessità dei rischi impone oggi un’evoluzione degli strumenti di protezione. Non basta più intervenire dopo una calamità: occorre sviluppare una capacità sempre maggiore di conoscere, anticipare e governare l’incertezza. È qui che la gestione del rischio incontra una delle trasformazioni più interessanti per il futuro dell’agricoltura. La disponibilità di dati, le tecnologie digitali e l’intelligenza artificiale possono contribuire a superare approcci standardizzati, favorendo soluzioni costruite sulle caratteristiche delle singole aziende, delle produzioni e dei territori. Significa poter valutare meglio le esposizioni, orientare gli interventi di prevenzione e rendere più efficiente l’impiego delle risorse, pubbliche e private. Per noi è di fondamentale importanza, basti pensare agli sviluppi delle polizze digitali che stiamo seguendo, come il caso della polizza prato-pascolo, che usa i satelliti e i dati meteo per calcolare perdite di produzione e i conseguenti indennizzi. L’innovazione tecnologica sta dunque entrando nei nostri prodotti e nei nostri processi ma, da sola, non è sufficiente; occorre accompagnarla con un’evoluzione culturale e organizzativa, nella quale istituzioni, imprese agricole e organizzazioni collettive sappiano condividere conoscenze, competenze e obiettivi. Il vero salto di qualità sarà passare da un sistema che interviene prevalentemente sulle conseguenze degli eventi avversi a uno capace di integrare protezione, prevenzione e programmazione. Non per eliminare un rischio che rimarrà inevitabilmente parte dell’attività agricola, ma per rendere le imprese più preparate ad affrontarlo. Siamo convinti che la tecnologia non possa sostituire l’esperienza e la conoscenza umana, ma che sia un forte strumento che amplifica la capacità di interpretare ampie fonti di banche dati traducendola in veloce supporto alle decisioni.
Nei prossimi anni la capacità dell’agricoltura di affrontare l’incertezza influenzerà non soltanto i risultati economici delle singole aziende, ma anche la vitalità delle filiere e la tenuta di molti territori. Per questo credo che il dibattito sulla gestione del rischio debba uscire da una dimensione esclusivamente tecnica e coinvolgere più direttamente il mondo economico, le istituzioni e i cittadini. Non si tratta soltanto di discutere quali strumenti utilizzare o quante risorse destinare alla protezione. Si tratta di decidere quale valore attribuiamo all’agricoltura ed alle sue esternalità e quanto siamo disposti a investire per conservarne la capacità produttiva nel tempo. L’esperienza della mutualità ci insegna che condividere i rischi non significa cancellare le responsabilità individuali, ma riconoscere che alcune sfide possono essere affrontate meglio insieme; facilità una responsabile consapevolezza ed una naturale disponibilità a perseguire soluzioni trasversali, diversificate e proporzionate che possono riassumersi nell’atteggiamento del “buon padre di famiglia”. In fondo, la domanda dalla quale siamo partiti rimane aperta: chi protegge chi produce il nostro cibo? La risposta non può riguardare soltanto gli agricoltori perché l’agricoltura è vitale ed il futuro dell’agricoltura non è un interesse di pochi ma è una responsabilità che riguarda tutti.
Immagine: Agnes Denes, Wheatfield — A Confrontation (1982) World Trade Center. Un campo di grano coltivato a Manhattan, vicino a Wall Street. Un’installazione che mette fisicamente in relazione produzione di cibo, valore della terra e priorità economiche. L’agricoltura dentro la città, davanti a chi può pensare che produrre cibo sia una responsabilità altrui.