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Umano, transumano e postumano

Unknown

Quando nostra figlia ci chiederà di voler diventare una trans cercheremo di capire, come affrontare la cosa, cosa fare, come aiutarla, magari a fargli cambiare idea. Ma poi scopriamo che non è alla ricerca di un cambio del proprio corpo fatto di ormoni e interventi chirurgici; vuole diventare transumana. Come ci comporteremo? Nostra figlia vuole diventare una donna/macchina, una transumana, non ancora una cyborg che è per la maggior parte già una macchina e algoritmi, ma una transumana. Un insieme di bit e carne fluttuante nell’etere e itinerante sulla strada di asfalto. Un corpo con delle protesi, dei sensori, dei chip appiccicati fuori e dentro il suo corpo. Come l’accoglieranno a scuola, nella società, che futuro le aspetta? Sarà una diversa e sappiamo tutti come la gente tratta i diversi. Trovate come va a finire nella serie tv Years and Years in onda in questi giorni in Inghilterra e presto in Italia. Uscendo dalla finzione, ancora per quanto?, troviamo Neil Harbisson, un artista inglese. Dalla nascita non può vedere i colori. Agli inizi del 2000 decide di farsi  impiantare in testa un’antenna per riconoscere i colori attraverso una serie di sensori e algoritmi che grazie all’antenna vengono trasformati in onde sonore per il suo cervello. Ma Neil ha un problema; non riesce a uscire dal suo paese perché la foto del passaporto non è valida con l’antenna in testa. Medici, professori e tecnologi convincono il governo inglese che Harbisson è un cyborg e cosi sta scritto sul suo passaporto. Diventa il primo cyborg artist. Crea una fondazione, la cyborg foundation per garantire i diritti degli uomini e delle donne transumani e sviluppa e  ricerca il concetto di roboetica. Per desiderio, per necessità, per vivere, comunque vada il confine del nostro corpo sta per essere superato. La tecnologia, l’intelligenza artificiale che non hanno limiti, non sono neutre, hanno bisogno di essere condotte con metodo per riconoscere la vulnerabilità, la dignità  e il senso del limite umano. Un tacchino un giorno come l’uomo decide di affidarsi alla scienza e ai dati per avere una visione scientifica del mondo. Osserva e raccoglie dati dell’allevamento in cui è nato. Il cibo arriva alle 9, di lunedì e mercoledì. Ma non è contento di cosi pochi dati, vuole big data e allora osserva che il cibo arriva sia che faccia caldo, sia che faccia freddo. Sia che ci siano le pecore nell’aia che non ci siano. Quando piove o quando c’è il sole. Alla fine può finalmente determinare che qualsiasi cosa succeda il cibo gli arriverà ogni giorno alla mattina alle 9. Ma una mattina, l’ultima,  tutte le sue osservazioni e i suoi dati risultano falsi, finisce cotto in forno per la vigilia di Natale. La storia è di Bertrand Russel. Per cercare di capire e non fare la fine del tacchino il 15 ottobre al Muse di Trento, ci sarà (ROB)ETICA. Siamo pronti a guidare stando seduti sul sedile posteriore? Umanità e responsabilità al centro dell’Intelligenza Artificiale. Per chi vuole ci vediamo lì.