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La lunga notte, di Facebook, nello Gestemani

Orazione nell'orto, 1455, National Gallery, Londra
Andrea Mantegna. Orazione nell’orto, 1455, National Gallery, Londra

Dall’arrivo dei social network, grandi media di divulgazione globale di ogni pensiero umano, pare che l’odio nel mondo sia aumentato. Odio verso il diverso, verso i migranti, verso l’altro schieramento politico, verso il non amico o il non follower. L’odio verso il singolo e l’odio verso un gruppo. E’ un affermazione plausibile? C’è più odio oggi di quanto non ce ne fosse nei secoli scorsi? Una cosa è certa; l’odio oggi è visibile molto più di un tempo. Ma cosa non è più visibile oggi di come lo era solo 20 anni fa? I social amplificano qualsiasi cosa passi nel loro streaming di notizie, emozioni, informazioni, cultura, la foto del gatto del vicino. Passa tutto e tutto prende una dimensione enorme e senza filtro. Compreso l’odio. L’amore spesso si trasforma facilmente in odio e quasi mai quest’ultimo si trasforma in amore. E questo sui social cosi terzi, pieni di finte community e non di vere comunità è ancora più vero. Sui social siamo come Gesù nel Getsemani. Nella nera notte dell’orto degli ulivi, siamo anche noi in una grande solitudine, abbandonati e traditi. Fragili e inermi. Siamo finiti nella nostra condizione umana senza niente e nessuno. E siamo un’ umanità che non è preparata a gestire l’amplificazione dell’odio. L’odio universale non ci appartiene e fatichiamo a vedere gli strumenti per combatterlo. Come prepararsi a gestire questa amplificazione dell’odio è compito di ognuno di noi. Ma come? Che l’odio esista dalla notte dei tempi è stato dimostrato ormai qualche anno fa da numerosi neuroscienziati, tra questi Semir Zeki un neurobiologo dell’University College di Londra che nel 2008 attraverso le immagini del cervello ottenute con la risonanza magnetica funzionale (FMRI) ha potuto dimostrare come esista un unico pattern di attività del cervello collegata all’odio ben distinto da quello di altre emozioni. Le immagini del cervello mostrano come ci siano alcune zone che si illuminano più o meno intensamente a seconda degli stimoli a cui il soggetto in esame è sottoposto. L’odio in gran parte è una reazione chimica del nostro cervello davanti a determinate condizioni o scelte da fare. Negare che l’odio sia naturale è uno dei grandi errori del passato. E molte culture e civiltà con utopie e ideologie hanno provato a creare l’uomo perfetto senza odio. Non è questo il compito che ci aspetta ma possiamo provare a capire come ridurre sui social questo urlo d’odio continuo. Si può iniziare senza mettersi sullo stesso piano verbale dell’odiatore; certo sembra impossibile rispondere civilmente a questi atteggiamenti ma è importante provarci, tutti insieme, perchè ancora molti preferiscono con un senso di impotenza starne fuori. Un linguaggio narrativo diverso può dare una mano ma probabilmente non basta. Possiamo porgere l’altra guancia in alcuni casi riconoscendo quando dietro un tweet o un post c’è una persona, probabilmente debole, povera di relazioni e di misericordia, povera di tutto questo non per sua volontà ma perchè forse l’abbiamo lasciata sola. E allora in quel caso la risposta può essere di fioretto. Diverso è il caso se l’odio e la disinformazione arriva a prioristicamente, costruito scientemente, da gruppi o da algoritmi, spesso da entrambi e insieme. In quel caso è necessaria la sciabola. Un nuovo agire, un nuovo vocabolario. Essere veri è il modo migliore per comunicare la verità di quel che si testimonia. Se partiamo come dicevamo dal presupposto che la maggior parte dell’odio è amplificata nei social network dobbiamo provare a capirli e iniziare forse a frequentare quelli un po’ più civici. Perchè siamo così a servizio, compresi le nostre emozioni, dei social network che qualche anno fa il più grande di tutti, Facebook, ha fatto un esperimento su un gran numero di account inserendo notizie negative in ogni pagina degli utenti ignari. Alla fine dell’esperimento gli utenti a loro volta erano diventati molto più negativi e pessimisti. Nulla vieta che domani l’esperimento sia fatto con l’odio, con il male o con qualsiasi altra emozione. Il meccanismo è terribile e noi ci siamo dentro. Compreso questo meccanismo di amicizia virtuale mentre poi dietro l’odio avanza. L’amicizia abusata dei social network, di piattaforme dell’ospitalità dove si dovrebbe diventare amici anche tra turisti e albergatori tra stellette, like e commenti. L’amicizia con gli autisti spesso disoccupati e sfruttati. Un’amicizia benevola che ti da quel calore connettivo senza contenuto a volte anche nelle forzate social street o nelle feste di quartiere. Un’amicizia che sta in tutti i posti e in nessun luogo. Quell’amicizia per cui non ci sono più nemmeno i nemici con cui prendersela e contro cui varrebbe ancora la pena di combattere, perché ormai nessuno qui combatte più. E proprio ora sarebbe il momento di farlo. Un mondo pieno di comunità conviviali e fittizie, comunità prefabbricate, di comunità emotive simulate dove ci fanno credere di essere davvero amici, stretti tra whatsapp, facebook e email in affetti collettivi. Tanto da farci credere che l’individualismo sia diventato comunità, la competizione cooperazione e tutte le cose difficili user friendly tanto cara alle interfacce dei nostri amichevoli smartphone. Cosi la bellezza dell’empatia diventa un network di legami amichevoli, convenevoli e markettari. Ma l’amicizia è un’altra cosa. E’ un’ esistenza solidale con delle fondamenta importanti come la lealtà, la resilienza, la misericordia, il civismo e la reciprocità. C’è bisogno nel virtuale, che ormai virtuale non è più, di un luogo terzo. Il luogo terzo è tutto da costruire e da abitare. I social network sono una grande opportunità, sociale, economica e culturale. Ma deve essere un luogo frequentato in maniera civica, consapevole e responsabile. Un luogo dove viene riconosciuto il valore dell’impegno delle persone nella cura del bene comune, dove viene riconosciuta la loro mitezza, la loro disponibilità, la loro sapienza e il loro senso del dono. Gli altri social continueranno a fare quello per cui sono stati legittimamente sviluppati, il profitto. Continueranno a generare potere. Nel luogo terzo ci sarà potere, ma sarà il potere della misericordia, perchè l’odio non può essere spiegato ma sconfitto con il dono che Cristo ci ha fatto nella crocifissione.