Il 24 settembre, a Berlino, Peter Thiel ha ricevuto l’Axel Springer Award, il premio del gruppo editoriale che pubblica, fra gli altri, Bild, Welt, Politico e Business Insider. Ad accompagnare il riconoscimento, un’intervista con Mathias Döpfner, amministratore delegato e comproprietario del gruppo, nella quale Thiel parla di intelligenza artificiale, democrazia, Cina e futuro dell’Europa. E definisce ancora una volta Papa Leone un «utile idiota» del Partito comunista cinese.
Thiel può criticare chiunque, naturalmente, anche papa Leone. Io considero invece Leone una delle poche voci al mondo che oggi meritino un ascolto particolarmente attento. Thiel gli aveva già rivolto quell’epiteto e ho già scritto delle ragioni di quell’attacco mentre qui vorrei soffermarmi sul premio e sulle sue motivazioni, per poi leggere l’intervista dentro questo contesto.
Nel comunicato ufficiale, Axel Springer presenta Palantir, l’impresa di cui Thiel è cofondatore, come un’azienda che svolge un ruolo cruciale nel rafforzare la resilienza democratica. Il riconoscimento del successo imprenditoriale comprende dunque un giudizio politico: a un’impresa privata viene attribuita una funzione di protezione della democrazia.
Oltre alle testate già citate, Axel Springer comprende Morning Brew e, dal giugno 2026, Telegraph Media Group. Friede Springer e Mathias Döpfner ne possiedono insieme circa il 95 per cento, secondo la ricostruzione pubblicata dal gruppo. Döpfner intervista quindi Thiel nella duplice posizione di amministratore delegato e comproprietario dell’editore che lo celebra.
Nello stesso perimetro proprietario convivono la stampa popolare tedesca, l’informazione economica internazionale e il giornalismo rivolto a chi segue professionalmente la politica e le istituzioni. Questa presenza permette di raggiungere pubblici differenti, di partecipare alla formazione del senso comune e al dibattito fra decisori. Il potere editoriale si esercita anche attraverso la scelta delle persone alle quali attribuire autorevolezza, dei problemi da rendere urgenti, delle soluzioni da presentare come credibili.
Nell’intervista, Thiel, che sul terreno politico considero da prendere sul serio molto più di Amodei o Altman, descrive società occidentali indebolite dalla stagnazione, incapaci di mantenere la promessa di un futuro migliore per i figli. Döpfner introduce l’immagine dell’AI come un coltello, buono per cucinare o per uccidere secondo chi lo usa; Thiel raccoglie l’argomento deplorando l’eccesso di moralizzazione della tecnologia. Fra persone che conoscono così bene il potere delle infrastrutture, la favola del coltello suona come un’assoluzione reciproca: le responsabilità vengono scaricate sull’utilizzatore, lasciando fuori le scelte di chi progetta, finanzia e controlla. Ogni tecnologia incorpora decisioni su quali informazioni raccogliere, quali operazioni consentire e a chi attribuire potere. Thiel rivendica una visione politica dell’Occidente che dovremmo poi considerare estranea alle tecnologie che finanzia.
Il ragionamento è comodo: l’Europa è in ritardo, la Cina avanza, affidarsi a imprese come Palantir diventa una necessità e porre condizioni un favore all’avversario. Il premio di Axel Springer offre autorevolezza a questa trasformazione dell’interesse privato in necessità collettiva. Il successo negli affari diventa una credenziale per indicare la direzione delle nostre società.
Questa investitura avviene nell’Europa che si riarma, e Palantir partecipa direttamente a quel processo. Il 25 marzo 2025 la NATO ha acquisito il suo Maven Smart System per il Comando alleato per le operazioni.
L’impresa celebrata da Springer come presidio della democrazia fornisce dunque anche strumenti con cui l’Alleanza organizza le proprie capacità militari. Il premio attribuisce a questo ruolo industriale un’autorità politica e morale. Intanto il riarmo diventa una prospettiva di crescita per una parte dell’industria europea. Rheinmetall, un gruppo industriale tedesco, fra i maggiori produttori europei di armamenti, ha annunciato nel giugno 2026 un accordo per vendere le attività automobilistiche e concentrarsi sulla difesa. Il collegamento è fra le funzioni che queste imprese assumono: produzione militare e infrastrutture digitali concorrono al rafforzamento degli apparati di sicurezza, mentre possono offrire investimenti, occupazione e nuovi mercati. Dentro questa prospettiva, il proprietario può presentarsi insieme come produttore di ricchezza e protettore della società.
È qui che vedo una possibile reciprocità, un vero modus operandi comune, fra Thiel e una parte delle classi dirigenti europee. Thiel riceve una legittimazione che supera il suo ruolo di imprenditore; chi lo celebra può trovare nella sua visione una giustificazione del proprio potere. Un governo può promettere protezione quando fatica a promettere benessere; un’impresa può trovare nella domanda militare una prospettiva di espansione; un editore può dare a questi interessi l’autorevolezza di una missione comune.
Saper fornire una tecnologia militare non conferisce una competenza superiore sulla democrazia, né il diritto di stabilire il futuro di chi dovrebbe esserne protetto. Il premio contribuisce proprio a questa estensione: dall’impresa necessaria alla sicurezza all’imprenditore accreditato come interprete dell’interesse collettivo.
Ciascuno ottiene qualcosa dal racconto di un Occidente che deve affidarsi ai suoi uomini più potenti per salvarsi. Chi dispone dei mezzi economici e tecnologici per intervenire sul futuro ha anche un titolo privilegiato per stabilirne la direzione. La concentrazione di potere viene così presentata come una condizione della libertà collettiva, proprio mentre dovrebbe essere sottoposta al suo esame.
L’Europa ha una responsabilità propria in questo processo. La celebrazione di Thiel avviene a Berlino, per iniziativa di un gruppo europeo che parla ogni giorno a pubblici di paesi diversi. La sua autorevolezza viene costruita anche da questa parte dell’Atlantico. Descrivere gli europei soltanto come destinatari della potenza americana lascia fuori chi la accoglie, la accredita e può servirsene per rafforzare la propria posizione. Una dipendenza può essere conveniente per alcuni anche quando viene presentata agli altri come destino.
La motivazione del premio investe poi il significato della democrazia. Se difenderla significa soprattutto accrescere la forza tecnologica e militare dell’Occidente, il potere dei cittadini di decidere come quella forza venga costruita, distribuita e impiegata rischia di diventare secondario. Potremmo avere un Occidente più potente nel quale le persone contano meno e i proprietari delle infrastrutture contano di più, continuando a chiamare questo processo difesa della libertà.
In questa contraddizione prende forma un’idea d’Europa nella quale la difesa della democrazia legittima la concentrazione del potere. Quella che può riconoscere in Thiel la promessa di conservare il proprio ruolo senza redistribuire il potere di decidere. Un grande editore contribuisce a rendere rispettabile questa prospettiva quando celebra come custode della democrazia chi possiede strumenti capaci di condizionarla. La necessità di difenderci non assegna ai proprietari della forza il diritto di decidere in quale società dovremo vivere