Conosco Arturo Di Corinto da molti anni. Ci incrociammo all’Internet Governance Forum di Trento, nel 2011, in un evento che oggi sembra appartenere alla preistoria. C’erano persone che avevano contribuito a costruire Internet in Italia, le sue infrastrutture e la cultura dei diritti, della condivisione e della partecipazione. Arturo è parte di quella storia e continua a starci dentro, a studiarla, a raccontarla e a contribuire alla sua direzione.
Per me è sempre rimasto un hacker civico, che ha portato dentro il digitale la propria sensibilità sociale e il proprio senso di responsabilità politica, facendone, con coerenza e umiltà, il filo del suo lavoro. Accanto all’attività di divulgatore, giornalista, ricercatore ed esperto del digitale, credo che uno dei suoi talenti sia proprio questo: aver tenuto la barra dritta mentre intorno cambiavano le promesse e gli oggetti dell’entusiasmo. Lontano dal clamore dei grandi “wow”, dai like e dai numeri elevati a misura del valore, alla ricerca di futuri prossimi possibilmente migliori.
È con questo spirito che ho letto il suo ultimo libro, Guerra profonda. Hacker, bugie e l’architettura segreta dei nuovi conflitti, pubblicato da Luiss University Press.
Di Corinto attraversa attacchi informatici, disinformazione, intelligenza artificiale, apparati militari e piattaforme private, seguendo le connessioni fra infrastrutture e potere. Dentro questa ricostruzione ho trovato una questione che riguarda la forma delle nostre società: quanto della capacità di governarci stiamo trasferendo nei sistemi dai quali dipendiamo per vivere.
La profondità di questa guerra si misura anche nella distanza che riesce a percorrere dentro la vita ordinaria. Le reti attraverso cui lavoriamo, gli archivi nei quali conserviamo informazioni, i sistemi che ricostruiscono relazioni fra persone possono diventare strumenti per sorvegliare, selezionare bersagli, interrompere servizi, orientare comportamenti. Una parte delle condizioni del conflitto si prepara nelle scelte che compiamo in tempo di pace, quando decidiamo dove mettere i dati, a chi affidare le comunicazioni, quali capacità conservare e quali acquistare come servizio.
La proprietà di un’infrastruttura, la sua architettura e le sue regole determinano anche chi potrà cambiarne gli usi. Chi può accedere a un archivio, collegarlo a un altro, modificarne le finalità? Chi può opporsi? Sono decisioni politiche che spesso prendono la forma apparentemente modesta di un contratto o di una procedura di acquisto.
L’intelligenza artificiale porta questa trasformazione dentro il processo stesso del decidere. Quando un sistema seleziona le informazioni rilevanti, classifica le persone e propone alternative, contribuisce a costruire il campo entro il quale una decisione diventa possibile. La firma finale può restare umana, mentre la capacità di comprendere e contestare ciò che si firma si assottiglia. Se mancano tempo, competenze e strumenti per verificare il risultato, la responsabilità resta a chi approva, ma il potere si è già spostato altrove.
Il libro affronta questa condizione attraverso la sovranità digitale, riconoscendone le ambiguità: difendere l’autonomia nazionale può diventare anche chiusura della rete e controllo. Nelle proposte di Di Corinto trovano perciò spazio infrastrutture aperte, interoperabilità e cooperazione.
È un passaggio sul quale insisterei: l’autonomia tecnologica di uno Stato non garantisce quella delle persone che lo abitano. Un governo può liberarsi da una dipendenza straniera e usare la capacità acquisita per rendere i cittadini più controllabili. Anche una tecnologia europea deve essere interrogata sulla proprietà, sull’accesso, sulla possibilità di contestarne le decisioni. La sua provenienza non basta a dirci come distribuisce il potere.
In Guerra profonda ritrovo l’energia di quell’Internet Governance Forum del 2011: la consapevolezza che la rete prende forma attraverso scelte umane, interessi e possibilità di cooperazione. Il mondo raccontato da Di Corinto è diventato più duro, e molte promesse di allora si sono rovesciate in dipendenze. La sua ostinazione civica continua a interrogare quelle scelte e chi ne è responsabile.
Un futuro possibilmente migliore richiede anche questo: conservare i mezzi per comprendere ciò che stiamo costruendo e la libertà concreta di cambiare direzione.