Per capire cosa sta accadendo oggi tra intelligenza artificiale, reputazione, verità e piattaforme digitali provo a tornare a un progetto quasi dimenticato nato nel 2008: spot.us, una delle prime piattaforme di giornalismo investigativo finanziato direttamente dai cittadini. Un’idea semplice, iniziammo a studiarla con Luca de Biase in Fondazione Ahref nel 2010, ma che conteneva una precisa visione politica della rete: una comunità individua un problema, raccoglie risorse, finanzia un’inchiesta e produce conoscenza pubblica attraverso il lavoro di giornalisti che agiscono ancora come intermediari esperti sostenuti dal basso. In quegli anni sopravviveva ancora l’ultima grande promessa originaria di Internet, cioè la convinzione che la rete potesse distribuire il potere cognitivo, allargare la partecipazione democratica e sottrarre la produzione della verità alle grandi concentrazioni mediatiche e industriali.
Dietro spot.us non c’era soltanto un modello economico alternativo, ma un’intera epistemologia democratica fondata sull’idea che la verità fosse un processo collettivo, lento, deliberativo, costruito dentro relazioni sociali relativamente stabili. Non era importante solo il contenuto finale dell’inchiesta; contava il fatto che una comunità decidesse insieme quali fatti meritassero attenzione, tempo, risorse e approfondimento.
In quegli stessi anni forse il più grande teorico dei social network, Yochai Benkler insieme a altri immaginavano che Internet potesse inaugurare una nuova networked information economy, capace di distribuire la produzione cognitiva oltre i monopoli industriali del Novecento. Wikipedia, open source, blog indipendenti, commons digitali e piattaforme collaborative sembravano dimostrare che la rete potesse ridurre drasticamente i costi di accesso alla produzione dell’informazione e allargare lo spazio pubblico.
Credo che il limite profondo di Benkler non fosse tecnico ma antropologico. La sua analisi coglieva correttamente il fatto che Internet riducesse drasticamente i costi di accesso alla produzione cognitiva, ma attribuiva, lui come molti di noi, quasi ingenuamente alla distribuzione dell’accesso una capacità auto-correttiva sul piano epistemico e democratico. L’idea che una maggiore partecipazione alla produzione dell’informazione avrebbe favorito automaticamente pluralismo, qualità deliberativa e razionalità pubblica si è scontrata invece con un’altra realtà: gli esseri umani non ottimizzano spontaneamente per la verità, ma per identità, appartenenza, conflitto, desiderio, paura, riconoscimento sociale e gratificazione emotiva.
La rete non ha prodotto questa concentrazione da sola, ci sono voluti contesti precisi: la deregolamentazione dei mercati digitali che ha lasciato crescere monopoli senza vincoli antitrust; capitali di rischio che hanno premiato scala e dominanza sull’utente singolo invece di pluralismo e sostenibilità; scelte politiche che hanno trattato le piattaforme come infrastrutture neutrali invece di riconoscerle come ambienti cognitivi con effetti sistemici; e infine l’assenza quasi totale di una cultura digitale pubblica capace di leggere in tempo reale ciò che stava accadendo. È stata la combinazione di questi fattori, non una logica immanente della rete, a permettere che l’infrastruttura nata per distribuire il potere cognitivo finisse per concentrarlo dentro poche piattaforme capaci di controllare attenzione, visibilità algoritmica e orientamento cognitivo di miliardi di persone.
I social network in realtà esistevano già, ma in quella fase non avevano ancora colonizzato l’intera infrastruttura cognitiva della rete. Facebook era nato nel 2004, Twitter nel 2006, YouTube nel 2005; tuttavia il loro modello non aveva ancora completamente assorbito il web dentro logiche di piattaforma centralizzata, profilazione comportamentale e distribuzione algoritmica dell’attenzione.
È nel passaggio successivo che Internet, parliamo sempre di Web, cambia davvero natura.
Non perché Facebook o Twitter avessero semplicemente peggiorato il dibattito pubblico, ma perché hanno modificato l’intera economia cognitiva della rete. L’attenzione smette progressivamente di essere il sottoprodotto di una conversazione pubblica e diventa invece la materia prima di un sistema industriale costruito per estrarre comportamento umano, polarizzazione emotiva e dipendenza relazionale. Nasce un modello economico fondato non sulla vendita diretta di contenuti ma sulla cattura sistematica dei dati comportamentali degli utenti per prevederne e orientarne le azioni future: non più economia dell’informazione, ma economia della previsione comportamentale. La logica algoritmica delle piattaforme entra così in risonanza con meccanismi cognitivi che psicologia sociale, neuroscienze comportamentali ed economia dell’attenzione studiavano già da decenni, attivazione emotiva, appartenenza identitaria, rinforzo intermittente, ricerca di riconoscimento sociale e li trasforma in materia prima computazionale.
Le piattaforme non hanno inventato queste vulnerabilità: hanno costruito, quasi per selezione evolutiva più che per un unico disegno originario, il primo ecosistema industriale capace di osservarle in tempo reale, misurarle su scala planetaria e ottimizzarle economicamente. La conseguenza più evidente non è che il dibattito pubblico sia diventato più rumoroso o più polarizzato: è che la viralità ha progressivamente sostituito la validità come criterio di selezione della comunicazione collettiva.
In questo nuovo ecosistema il giornalismo investigativo territoriale, cooperativo e cognitivamente lento entra in competizione con sistemi progettati per industrializzare emozioni, bias cognitivi e guerre identitarie permanenti. Non prevale il contenuto più rigoroso o meglio verificato, ma quello che riesce a produrre maggiore attrito psicologico e maggiore circolazione algoritmica. La conseguenza è che esperienze come Spot.us, tranne rare eccezioni, non vengono semplicemente superate tecnologicamente; diventano economicamente e cognitivamente incompatibili con l’infrastruttura dominante della rete.
Ed è dentro le macerie di questo collasso che compare oggi qualcosa come Objection. Objection viene presentato come un servizio reputazionale e una nuova piattaforma di verifica, ma ciò che si nota anche a prima vista è molto più profondo. Objection non nasce per migliorare il dibattito pubblico o per ricostruire una sfera deliberativa condivisa; nasce invece dalla constatazione che il dibattito pubblico sia ormai considerato irrecuperabile dentro un ecosistema dominato da propaganda sintetica, AI generativa, campagne reputazionali automatizzate, deepfake e manipolazione algoritmica permanente.
Spot.us cercava ancora di finanziare la ricerca collettiva della verità, mentre Objection parte dall’assunto che la verità sia ormai diventata una zona di guerra cognitiva nella quale chiunque può produrre disinformazione industriale a costo quasi nullo.
È una trasformazione del campo epistemico; quando il costo marginale di produzione di un contenuto falso credibile scende a zero, grazie all’AI generativa e ai sistemi automatizzati di distribuzione, la verità perde il vantaggio evolutivo che aveva sempre posseduto rispetto alla menzogna. Quello di essere più costosa da costruire.
Per secoli la falsificazione sistematica ha richiesto risorse, organizzazione e tempo. Oggi non ne richiede nessuna, la guerra cognitiva non è dunque uno stato d’eccezione temporaneo prodotto da attori ostili; è diventata la condizione ordinaria dello spazio informativo globale. Objection non risponde a un’emergenza: risponde a una nuova normalità.
Allora se questo è vero, ma aiutatemi a capire, la verità smette di essere percepita come un bene comune emergente dal confronto pubblico e diventa invece un problema di sicurezza infrastrutturale. Per questo Objection non chiede più a una comunità di deliberare cosa sia vero. Costruisce piuttosto un’infrastruttura privata che promette di emettere verdetti reputazionali attraverso investigazione, analisi forense e intelligenza artificiale. Non cerca di persuadere il pubblico attraverso il dibattito; mira piuttosto a classificare, attribuire, verificare e produrre autenticazione computazionale. La verità non viene più immaginata come risultato di una discussione pubblica, ma come output di una macchina epistemica proprietaria.
È qui che compare la lunga ombra di Peter Thiel e di Palantir. La filosofia implicita non è più quella liberale della modernità occidentale, fondata sull’idea che la verità emerga dal confronto tra soggetti autonomi dentro uno spazio pubblico condiviso, ma quella dell’intelligence operativa, secondo cui la realtà si governa integrando abbastanza dati da acquisire superiorità cognitiva sugli eventi e sugli attori coinvolti. È la logica del controterrorismo, della correlazione predittiva e della superiorità informativa trasferita progressivamente dentro la vita civile e reputazionale. La novità storicamente rilevante non è che esista un potere capace di certificare la verità, questo è sempre esistito, ma che per la prima volta tale potere sia interamente privato, sottratto a qualsiasi forma di accountability pubblica e accessibile solo a chi può permettersi di pagarlo.
Ed è probabilmente ora che i social network stanno davvero finendo, non come utilizzo di massa ma come ideologia storica. La promessa secondo cui una maggiore connessione avrebbe automaticamente prodotto più democrazia, più trasparenza e più verità non regge più davanti all’evidenza di piattaforme che ottimizzano strutturalmente conflitto, dipendenza e polarizzazione.
Al loro posto stanno emergendo due ecosistemi paralleli. Da una parte si moltiplicano microcomunità chiuse, newsletter, reti territoriali, gruppi semi-privati e forme quasi tribali di fiducia non scalabile; dall’altra crescono grandi infrastrutture private di validazione cognitiva, accessibili soprattutto a chi possiede capitale economico, politico o reputazionale sufficiente per difendersi dentro un ambiente informativo permanentemente tossico. Lo scontro così non non più è tecnico: è costituzionale. Le microcomunità preservano forme di fiducia umana ma rinunciano alla scala; le infrastrutture private acquisiscono scala ma privatizzano il giudizio. Nessuna delle due traiettorie ricostruisce ciò che si è perso: uno spazio pubblico dove la verità fosse in linea di principio accessibile a tutti e non proprietà di nessuno.
Proprio qui tutto questo smette di essere una questione tecnologica e diventa brutalmente politica e credo poi qualcosa di più. Perché il problema non è soltanto chi possiede le infrastrutture capaci di stabilire cosa sia autentico abbastanza da essere creduto. La novità disarmante è se la verità sia il tipo di cosa che un’infrastruttura possa possedere.
Spot.us presupponeva comunità capaci di cercare insieme, Objection presuppone sistemi capaci di certificare senza cercare. In mezzo si è persa una convinzione che non ha ancora nome preciso: che la verità riguardi gli esseri umani in quanto tali, non in quanto utenti, non in quanto soggetti reputazionali, non in quanto nodi di un grafo cognitivo da ottimizzare.
Internet era nata promettendo di distribuire il potere cognitivo, ora sta producendo invece qualcosa di diverso: la progressiva delega della facoltà di giudizio a sistemi che giudicano senza comprendere, che verificano senza sapere e che emettono verdetti senza rispondere a nessuno. Esiste ancora un soggetto disposto a non delegare?
Immagine: Die Ordnung der Engel, Anselm Kiefer, 1983. Paesaggi di rovine tecnologiche e memorie storiche, una genealogia delle macerie epistemiche del web 2.0