Per tre anni l’Occidente ha letto l’open source cinese, da DeepSeek a Qwen, come un ripiego dettato dal ritardo tecnologico o dalla difficoltà di monetizzare. Quella scelta è nata dall’incrocio di più fattori: la concorrenza interna fra le aziende cinesi, il reclutamento di talenti, i limiti di calcolo imposti dalle sanzioni. Il suo effetto strategico è stato però chiaro: ha contribuito a comprimere i margini delle Big Tech americane e a conquistare l’ecosistema globale degli sviluppatori. Con l’Annuncio n. 48 lo Stato mette a regime quell’effetto.
Oggi, 16 ottobre, il Ministero del Commercio cinese (MOFCOM) e il Ministero della Scienza e della Tecnologia (MOST) hanno pubblicato l’Annuncio n. 48 . L’annuncio propone di rivedere il Catalogo delle tecnologie vietate o soggette a restrizione all’esportazione, aggiungendo 40 tecnologie in tre settori: intelligenza artificiale, biomedicina e fotovoltaico. Contestualmente è entrato in vigore, con effetto immediato, un obbligo di registrazione preventiva per l’export delle tecnologie elencate, che vale anche per le esportazioni già avviate e non ancora concluse. La registrazione è dunque già operativa, mentre le aggiunte al catalogo restano in consultazione pubblica fino al 15 novembre.
Le tecnologie di intelligenza artificiale coinvolte sono 23 e coprono grandi modelli, agenti autonomi, cluster di calcolo ed elaborazione dell’informazione. Tra quelle che la bozza propone di vietare figurano l’AI capace di generare e far mutare autonomamente codice malevolo, i modelli addestrati sui “dati core” della Cina e gli agenti ad alte prestazioni destinati a difesa, infrastrutture critiche e amministrazione centrale.
Sarebbero invece soggetti a licenza tre gruppi di tecnologie: a) i pesi, il codice sorgente e l’architettura dei modelli di frontiera, cioè quelli addestrati con almeno 10 (alla 26) operazioni, oltre una soglia di parametri, oppure classificati tra i primi dieci al mondo. La licenza serve per cederli o installarli all’estero; per il rilascio in open source è prevista una licenza automatica, previa registrazione, e i modelli già pubblicati restano fuori dai controlli.
b) gli agenti in grado di scomporre compiti complessi, coordinarsi con altri agenti e usare centinaia di strumenti;
c) la scoperta automatizzata di vulnerabilità informatiche, la progettazione di chip per l’AI e le tecniche per far funzionare cluster di oltre 10.000 acceleratori.
Resta fuori dai controlli tutto ciò che è già di pubblico dominio, attraverso l’open source o le pubblicazioni accademiche. Restano liberi anche l’accesso via API, le app, i servizi in abbonamento e le versioni leggere che girano sui dispositivi degli utenti.
Washington e Pechino perseguono lo stesso fine, cioè trattenere entro i propri confini il controllo della capacità cognitiva automatizzata, con strumenti opposti. A giugno gli Stati Uniti sono arrivati, per alcune settimane, a sottoporre a controllo l’accesso stesso a singoli modelli di frontiera. La Cina lascia libero l’accesso e sorveglia la proprietà.
Per tre anni l’Occidente ha letto l’open source cinese, da DeepSeek a Qwen, come un ripiego dettato dal ritardo tecnologico o dalla difficoltà di monetizzare. Quella scelta è nata dall’incrocio di più fattori: la concorrenza interna fra le aziende cinesi, il reclutamento di talenti, i limiti di calcolo imposti dalle sanzioni. Il suo effetto strategico è stato però chiaro: ha contribuito a comprimere i margini delle Big Tech americane, vista l’enorme diffusione e utilizzo dei modelli cinesi, e a conquistare l’ecosistema globale degli sviluppatori. Con l’Annuncio n. 48 lo Stato mette a regime quell’effetto.
API, app e servizi in abbonamento restano aperti, e lo stesso vale per il rilascio open source dei modelli più avanzati, ammesso tramite licenza automatica. Il mondo può usare e scaricare ciò che la Cina sceglie di pubblicare. Passa invece sotto controllo la cessione della tecnologia: vendita, licenza, installazione all’estero, acquisizione delle aziende. Il blocco dell’operazione Manus che Meta voleva acquisire segnala che Pechino considera agenti autonomi e modelli di frontiera asset strategici, cedibili solo con autorizzazione dello Stato, al pari delle infrastrutture fisiche e delle risorse minerarie.
La scommessa statunitense era che il controllo della catena del valore dell’hardware, attraverso le restrizioni su chip avanzati e macchine litografiche, bastasse a congelare il divario tecnologico. L’ottimizzazione algoritmica e l’architettura software hanno invece compensato una parte significativa del gap computazionale. Inserendo nel catalogo le tecniche per far funzionare cluster di oltre 10.000 acceleratori, anche di produttori diversi, Pechino protegge il know-how proprietario di questa sopravvivenza computazionale. Ciò che è già pubblicato resta libero, ciò che è custodito nelle aziende diventa patrimonio nazionale.
Per l’Europa lo scenario è sempre peggio. L’Unione ha regolato l’intelligenza artificiale con l’AI Act senza disporre di modelli di frontiera paragonabili a quelli americani e cinesi. Mistral resta l’eccezione, e il bando per le gigafactory di calcolo è ancora aperto. I modelli cinesi già pubblicati restano liberamente utilizzabili su server europei, in piena conformità al GDPR, e lo stesso varrà per quelli che le aziende cinesi sceglieranno di rilasciare in open source. Per i modelli di punta tenuti riservati, invece, l’installazione in Europa richiederà una licenza di Pechino, automatica solo se avviene sul cloud europeo della stessa azienda cinese. Ciò che cambia è la natura di quella apertura: il rilascio dei modelli di frontiera passa ora per una registrazione presso il ministero e diventa una concessione che lo Stato può regolare.
Il fotovoltaico mostra la stessa dinamica in forma più acuta. I pannelli continuano ad arrivare, ma la tecnologia per produrli (perovskite, celle tandem, wafer ultrasottili) e i macchinari che la incorporano entrano nel regime di divieti e licenze. La reindustrializzazione verde europea, nella misura in cui si appoggia a tecnologia e macchinari cinesi, dipende ancora una volta da un’autorizzazione esterna.
L’Europa possiede però una leva decisiva: le macchine litografiche EUV, indispensabili per i chip più avanzati, le produce solo l’olandese ASML. L’autonomia strategica europea passa dalla capacità di usare questa leva in modo coordinato, tra il primato americano nella progettazione dei chip e nei modelli e quello cinese nei processi manifatturieri.
Sul piano geopolitico la partita decisiva si gioca nel Sud globale. Pechino dichiara il proprio sostegno ai Paesi in via di sviluppo e prevede agevolazioni specifiche per il trasferimento tecnologico verso i membri della World Artificial Intelligence Cooperation Organization: è cooperazione e insieme standardizzazione.
Chi costruisce sistemi sanitari, finanziari e amministrativi su tecnologia cinese tende ad adottarne standard, formati di dati e protocolli di sicurezza, ed entra nella sua orbita. Il negoziato ancora aperto sulle terre rare e la definizione del catalogo mostrano che il valore di scambio si misura ormai, oltre che in materie prime e capitale finanziario, nel controllo esclusivo della capacità cognitiva automatizzata, l’infrastruttura