In Brasile si parla portoghese, in Argentina spagnolo. Dentro questa differenza c’è anche la storia di una linea nell’Atlantico, decisa più di cinquecento anni fa da due monarchie che si spartivano terre in gran parte ancora sconosciute.
Era il 1494. Colombo era tornato dal suo primo viaggio da poco più di un anno. A Tordesillas, i rappresentanti di Castiglia e Portogallo fissarono quella linea, che ricordo ancora mentre il mio vecchio prof di storia al liceo ne disegnava i tratti: da una parte le pretese dell’una, dall’altra quelle dell’altra. Chi abitava quei territori poteva ancora ignorare l’esistenza di quei sovrani, mentre quei sovrani già pretendevano di decidere del suo mondo.
Nei secoli successivi, l’espansione portoghese superò la demarcazione. Nel 1750 il trattato di Madrid riconobbe l’occupazione effettiva come uno dei criteri della nuova spartizione fra le corone. Le conquiste contribuivano a riscrivere gli accordi; gli accordi orientavano altre spedizioni e insediamenti.
Navi, carte, armi, tecnologie e decisioni politiche costruivano insieme un ordine le cui conseguenze arrivano fino alle lingue che ascoltiamo oggi.
È anche da questa storia che veniamo. Perciò, quando cerchiamo nell’Europa una direzione umanista per l’AI, dovremmo rinunciare a considerarla una garanzia ereditata. L’umanesimo appartiene alla sua storia, insieme alle pratiche che lo hanno contraddetto. E l’Unione europea non coincide con l’Europa: le sue istituzioni non esauriscono le possibilità delle società e delle comunità che la abitano; anche se non sono certo che queste custodiscano ancora quel seme nel quale continuiamo a riconoscerci. Mentre nelle priorità politiche dell’Unione non vedo ragioni sufficienti per affidarle quella promessa.
In questo arretramento riconosco però un’eccezione: la Magnifica Humanitas di papa Leone XIV. La leggo come un tentativo di rinnovare il pensiero umanista dentro la trasformazione tecnologica, assumendo la convivenza e la responsabilità per il mondo comune come un compito da costruire. È una voce che viene da una Chiesa mondiale e che, proprio per questo, non possiamo ricondurre alla pretesa di un primato europeo. Resta da capire quali soggetti sapranno dare a quel pensiero una consistenza politica, economica e tecnologica.
La vicenda di Tordesillas ci riporta però a una difficoltà più profonda. Continuiamo a chiedere alla politica di governare la tecnologia, come se la politica esistesse già compiuta, con le sue istituzioni e le sue categorie, davanti a qualcosa di nuovo da disciplinare. Ma anche la politica ha una costituzione tecnica. La polis, l’impero, lo Stato moderno sono forme storiche rese possibili dalle capacità di organizzare uomini, conoscenze, produzione e spazio; a loro volta, queste forme orientano e vincolano lo sviluppo delle tecniche. Persino ciò che chiamiamo sovranità deve essere ripensato quando cambiano le possibilità di attraversare un territorio, coordinarne le attività, raccogliere informazioni e intervenire a distanza.
Per questo serve un trattato politico-tecnologico, (leggete Yuk Hui) nel senso forte di una rifondazione del pensiero politico. Aggiungere un capitolo sull’AI alle politiche esistenti lascia intatta l’idea che lo Stato, il potere, la libertà e la comunità possano essere compresi indipendentemente dalle tecniche attraverso cui prendono forma. È proprio questa indipendenza a dover essere messa in discussione. La trasformazione tecnologica riguarda anche chi può costituirsi come soggetto politico e quali forme di vita comune diventano possibili.
Con l’AI Act l’Unione europea si è occupata delle regole. Ora dovrebbe affrontare più direttamente il potere di chi possiede e controlla l’AI: chi decide gli impieghi, chi governa l’accesso alle infrastrutture, chi ne raccoglie i benefici. Le maggiori concentrazioni di questo potere sono fuori dall’Europa, ma lo erano anche quando abbiamo deciso di scrivere le regole. Non può diventare una ragione per rinunciare a intervenire.
La capacità scientifica europea potrebbe permetterci di costruire tecnologie diverse. Le imprese europee, con l’eccezione di ASML, dovrebbero compiere un grande sforzo di riconversione, non dall’automobile ai droni e ai carri armati ma verso i chip e l’AI. Ma la capacità e la volontà politica di dar loro un’altra direzione restano purtroppo tutte da dimostrare anzi oggi vanno in direzione opposta.
Nemmeno una maggiore sovranità tecnologica europea garantirebbe un cambiamento. Se immaginiamo il futuro soltanto come una contesa tra potenza americana, cinese ed europea, possiamo redistribuire il dominio mantenendone la logica. Un mondo con più potenze tecnologiche non è necessariamente un mondo con più possibilità di scegliere come vivere.
Da qui nasce la necessità di pensare oltre la competizione fra Stati e di guardare anche fuori dall’Europa, senza cercare un’altra civiltà alla quale affidare la salvezza. Un pensiero planetario deve cercare le condizioni della coesistenza tra popoli e specie, dentro una Terra che la tecnica ha già trasformato e interconnesso. La scala planetaria non cancella i luoghi: impone di pensare come possano cooperare senza essere ridotti a territori da utilizzare nella competizione altrui.
Non mi aspetto che la UE definisca regole e norme sul potere di chi detiene la AI. Mi piacerebbe che la UE ascoltasse le comunità nel senso di dotarle di strumenti, competenze, risorse economiche e spazi di decisione perché possano cominciare a lavorare: individuare i bisogni, progettare gli impieghi, valutare le trasformazioni del paesaggio, decidere se e a quali condizioni mettere a disposizione dati, conoscenze, spazi, acqua ed energia. Devono poter costruire forme di proprietà collettiva delle infrastrutture e dei servizi, senza essere relegate a negoziare concessioni e compensazioni per progetti decisi altrove.
Le comunità federate poi possono mettere in comune risorse e conoscenze, sostenere capacità tecniche che una singola comunità difficilmente potrebbe permettersi e collegare esperienze attraverso i confini. Gli Stati possono finanziare questo lavoro e garantire diritti e strumenti per esercitare quel potere. Andare oltre lo Stato come unico orizzonte politico richiede di costruire altre capacità di decisione e cooperazione, senza presumere, per ora, che lo Stato scompaia. Anche le nuove regole dovrebbero nascere da queste esperienze, dai conflitti e dalle possibilità che fanno emergere.
Cercherei luoghi dove esistano insieme un bisogno collettivo preciso, istituzioni disponibili a condividere le decisioni, competenze scientifiche locali e organizzazioni comunitarie capaci di amministrare risorse. L’ipotesi da verificare è che si possa partire dall’agricoltura, dalle lingue, dall’acqua o dall’istruzione e costruire una capacità tecnologica attorno a quelle necessità. I saperi locali devono poter contribuire a decidere che cosa sviluppare, secondo quali criteri e con quali conseguenze per l’ambiente e per chi lo abita.
Da questo lavoro possono nascere istituzioni che ancora non esistono. Comunità anche lontane che, costruendo conoscenze e tecnologie comuni, si diano obblighi reciproci, prendano decisioni vincolanti e imparino a rispondere delle conseguenze delle proprie scelte oltre il proprio territorio. Sarebbe un cambiamento anche per le comunità: condividere il potere significa accettare che l’acqua, l’energia e il sapere di cui disponiamo ci mettano in relazione con bisogni che non sono soltanto nostri. L’AI potrebbe contribuire a rendere praticabili queste forme di cooperazione. E una politica all’altezza della trasformazione dovrebbe consentire loro di acquisire autorità, anche cedendone una parte.
Altrimenti continueremo a chiedere un futuro diverso alle sole istituzioni che conosciamo già e che oggi nulla ci danno di umano.
Immagine: William Kentridge, in Colonial Landscape (Falls Looking Upstream) del 1996, riprende il paesaggio africano filtrato dallo sguardo coloniale europeo e lo attraversa con segni di misurazione e rilevamento. Il territorio non appare più soltanto come natura, ma come spazio da conoscere, delimitare e quindi governare. È un’immagine del passaggio dalla rappresentazione al possesso: prima si misura il mondo, poi si decide che cosa farne.