Curtis Yarvin è l’ideologo che Peter Thiel finanzia, che J.D. Vance cita e che la destra tech americana legge come un classico. Nei giorni scorsi ha pubblicato un saggio in cui spiega come si fa, concretamente, un cambio di regime in Occidente.
Il piano prevede tre cose: una società segreta digitale, cellule anonime dentro ogni istituzione, e un’intelligenza artificiale di partito addestrata su quella che lui chiama “la verità non verniciata”.
La tentazione, leggendolo, è liquidarlo. Tecno-feticismo, gioco di ruolo politico, fantascienza reazionaria. Ma sarebbe troppo comodo, e ci farebbe perdere quello che il testo, forse suo malgrado, rivela sul nostro tempo. Meglio prenderlo sul serio: seguirne la logica fino in fondo, e vedere dove conduce.
Cosa propone Yarvin: nelle società contemporanee molte persone tacciono ciò che pensano davvero. Il dissenso esiste ma non riesce a contarsi, e quindi non si organizza. La soluzione è un partito segreto costruito su pseudonimi impossibili da collegare alle persone reali. Ogni azienda, ogni università, ogni ministero ha la sua cellula. Nessuno sa chi sono gli altri, ma tutti sanno di essere tanti. Le cellule fanno salire ciò che sanno del proprio ambiente. Il partito accumula questa conoscenza in un’intelligenza artificiale addestrata sui propri documenti e sulla propria versione della storia. Un’AI che, sostiene Yarvin, batterebbe in un dibattito qualunque modello pubblico. Quando le istituzioni sono attraversate da queste cellule, un politico con l’autorità formale può entrare e rifondare lo Stato dall’interno. Al posto della democrazia, un monarca, Trump ad esempio.
Il punto di partenza è, e Yarvin lo nomina con il termine tecnico: falsificazione delle preferenze. Il concetto è di Timur Kuran, economista e scienziato politico della Duke University. In ogni società, dice Kuran, le persone adattano le opinioni che dichiarano alla pressione sociale, e tengono per sé quelle vere.
Ne discendono due conseguenze. Il consenso verso qualunque ortodossia è sempre sovrastimato, perché nessuno sa quanti stiano fingendo. E i crolli dei regimi sono improvvisi per definizione: basta un evento che riveli quanti sono i dissenzienti, e ognuno smette di fingere vedendo gli altri smettere. È così che Kuran spiegò la sorpresa del 1989. Ed è la stessa storia che Yarvin racconta dell’URSS: nessuno la amava, nessuno combatté per essa.
Il partito segreto nasce da qui. Uno spazio senza rischio, che attragga chiunque sia costretto a fingere in pubblico.
Kuran, però, nel saggio non compare mai. E non è un caso, perché Yarvin gli fa dire una cosa che non dice. Nella teoria originale la falsificazione è simmetrica: opera in ogni direzione, e perfino dentro le comunità dissidenti, dove ciascuno esagera il proprio radicalismo per stare al passo col gruppo. In Yarvin corre in una sola direzione: solo il dissenso di destra dovrebbe mascherarsi, tanto che ogni società anonima sarebbe intrinsecamente di destra.
Citare la fonte significherebbe ammettere che anche la loggia anonima diventerà un luogo dove si finge, solo con il segno invertito. E significherebbe importare anche la cura che Kuran propone: moltiplicare gli spazi in cui le opinioni vere emergono e si correggono a vicenda. Cioè l’esatto contrario della monarchia a cui il saggio approda.
La soluzione tecnica proposta dall’ideologo delle Big Tech ha un nome: anonimato formale. Tre requisiti: possiedi il tuo nome, nessuno ha traccia di chi sei, il tuo nome non significa nulla per nessuno.
Le chat, anche molte cifrate e social famosi non bastano, sostiene Yarvin, perché proteggono il messaggio ma non l’identità: il nome sullo schermo riconduce sempre a chi scrive.
Servono invece nomi sintetici, pseudonimi che somigliano a nomi umani in una lingua straniera, acquistati come NFT, cioè come titoli di proprietà registrati su blockchain, pagando con monete non tracciabili (criptocoin) e collegandosi tramite VPN. Possiedi la tua maschera, ma nessun passaggio permette di risalire da essa a te: “nemmeno Dio”, scrive.
Su questa base si costruiscono le logge, già usa proprio questo termine massonico. Una per ogni ambito del mondo reale: una cellula dentro ogni azienda, una dentro ogni dipartimento universitario, ciascuna con il monopolio del proprio terreno. Le logge versano quote al partito e gli fanno salire ciò che i loro membri sanno. È la materia prima dell’intelligence e, come vedremo, dell’AI.
Prima di chiedersi se funzioni, conviene chiedersi quale immagine dell’uomo porta con sé. Perché ogni tecnica ne porta una implicita, insegnava Guardini.
Il suo immaginario è preciso: la persona ridotta a pseudonimo, il legame senza volto e senza responsabilità, la comunità che scivola verso una platea mascherata.
Yarvin promette che la loggia anonima sarà accogliente. E in effetti il disegno è più accorto di quanto sembri: lo pseudonimo è posseduto e permanente, si entra su invito, chi ospita può espellere gli impostori. Una maschera che resta la stessa nel tempo accumula una storia, e con essa credito e reputazione. Anche se anonimato e reputazione, va detto, non sono la stessa cosa.
Non so cosa quella reputazione può garantire. Garantisce la coerenza di una voce: che chi ha scritto ieri sia lo stesso che scrive oggi. Non garantisce nulla di ciò su cui una rete clandestina si gioca la vita, che dietro la maschera non ci sia un infiltrato, che chi promette non tradisca quando il prezzo si alza, che l’informazione portata sia autentica. Le cospirazioni reali hanno sempre chiesto molto di più: vincoli personali, rischio condiviso, il fatto che tradire costi caro. Esattamente ciò che una maschera, per come è fatta, non può offrire.
E poi c’è un paradosso che attraversa tutto il progetto. Nasce per liberare le persone dalla scissione tra ciò che pensano e ciò che dichiarano. La sua soluzione è rendere quella scissione permanente: non la fine della maschera, ma la maschera come costituzione. La coscienza, delegata prima al partito e poi al suo modello, non trova mai la strada del ritorno alla persona. È forse il tratto che avvicina Yarvin, più di quanto gli piacerebbe, all’oligarchia che dice di combattere: entrambi lavorano sul profilo, non sulla persona.
Chi è il nemico di Yarvin; è il nemico mediatico e le istituzioni, fino alla democrazia. Yarvin sa bene, ma non lo dice, che il vero padrone del terreno, oggi, non è nemmeno lo Stato che di queste tecnologie non ha ancora colto la potenza, e le rincorre. Sono le Big Tech. Sono l’ambiente che finanzia e legge Yarvin. La sua società segreta risulta trasparente proprio all’unico potere a cui il suo movimento non intende opporsi.
La società segreta di Yarvin vive interamente su suolo altrui: dispositivi, sistemi operativi, cloud, rete, app store, telemetria. E riconoscere un autore anonimo su larga scala, dai suoi orari, dai metadati, dal modo in cui scrive, che lo identifica con pochi campioni di testo, è una capacità delle piattaforme prima ancora che della polizia. Chi possiede l’infrastruttura vede i comportamenti che nessuna maschera copre. Il feudatario possiede le strade, i mulini e i tribunali. La loggia stringe in mano una pergamena, lo pseudonimo registrato su blockchain, che certifica una proprietà formale su un terreno che non controlla.
Quanto all’infrastruttura che dovrebbe reggere tutto questo, la rivela alla fine: è una versione rinnovata di Urbit, la piattaforma che lui stesso sviluppa da vent’anni, un’architettura esoterica, inefficiente e priva di adozione reale. C’è qualcosa di rivelatore nel profeta del cambio di regime che, nello stesso saggio, vende la tecnologia del cambio di regime.
Il secondo pilastro della sua analisi è il più originale, e distingue questa società segreta da tutte quelle del passato. Un grande partito, scrive Yarvin, è prima di tutto un’organizzazione che raccoglie informazioni. Finché il vecchio regime governa, l’unica cosa che può fare è pensare. Le cellule mandano su ciò che vedono nel proprio ambiente: cosa succede davvero dentro quell’azienda, quell’università, quel ministero. Il partito lo restituisce sotto forma di visione del mondo.
Fin qui, è il funzionamento di ogni cospirazione della storia. La differenza è dove finisce quel materiale. I Carbonari lo tenevano nella testa dei militanti e in qualche archivio. Yarvin lo mette dentro un modello di intelligenza artificiale. La sua tesi è che un’AI addestrata sui documenti del partito e sulla sua versione della storia batterebbe qualsiasi modello pubblico in ogni campo dove il partito ha una cellula. Il motivo: lei conosce la verità non verniciata, gli altri sono addestrati sul consenso ufficiale.
Dietro la sparata c’è un’osservazione che va riconosciuta. I modelli imparano dal discorso pubblico così com’è, e ne assorbono anche i silenzi: ciò di cui non si parla, per loro, quasi non esiste. Chi decide cosa un modello dà per assodato è una delle questioni politiche centrali di questi anni.
Ma guardiamo prima cosa succede alle persone, dentro quella macchina. Il militante non pensa: aderisce a un pensiero già pensato. Non ricorda: consulta una memoria già selezionata. Non discerne: interroga un oracolo che non lo contraddirà mai. È una catena che si chiude su se stessa. La persona affida la voce allo pseudonimo. Lo pseudonimo affida il giudizio alla cellula. La cellula affida la memoria al partito. Il partito la consegna alla macchina. Alla fine, quella che Yarvin chiama mente collettiva libera somiglia a una mente in cui nessuno, da solo, pensa più. La verità non è più ciò che si cerca insieme, esponendosi ma è ciò che l’archivio restituisce.
Non stupisce che il suo lessico sia religioso: un canone, un’ortodossia, un oracolo. È una chiesa, ma senza fede e senza volti, dove la promessa commerciale ha preso il posto della speranza, e il profilo ha preso il posto della persona. Una setta con dentro un’intelligenza artificiale non è un’invenzione politica. È la caricatura di ciò che una comunità di ricerca, o di fede, fa quando funziona: custodire una tradizione esponendola di continuo alla realtà e a chi la pensa diversamente.
E funzionerebbe, tecnicamente? Prendiamo la proposta nella sua versione migliore. Nessuno costruirebbe un’AI da zero con i documenti di una rete segreta: si partirebbe da un modello già esistente, aggiungendovi sopra l’archivio del partito.
Il problema resta, perché non sta nel modello, sta nell’archivio. È l’archivio a decidere cosa conta come fatto, quali fonti esistono, quali domande si possono fare. Un’AI così sarebbe brillante quanto le altre, e altrettanto prigioniera dei propri documenti. Con un’aggravante: quei documenti sono scelti, per statuto, in modo da non essere mai smentiti.
Sotto la promessa della “verità non verniciata” c’è una confusione che l’AI non inventa, ma moltiplica: quella tra avere un’informazione e sapere qualcosa. Facciamo un esempio. Una cellula dentro un laboratorio possiede una mail interna riservata che nessuna intelligence o media ha. È plausibile, ed è anzi il vero capitale del disegno di Yarvin. Ma quella mail, da sola, non dice ancora niente di vero sul mondo. Chi l’ha scritta, e a chi? Cosa c’era prima e dopo? Qualcun altro, fuori da quel giro, conferma o smentisce? E se sbaglio, chi ci mette la faccia?
Sono le domande che trasformano un documento in conoscenza. Nessuna di esse discende dal fatto di essere clandestini. Anzi: la clandestinità le ostacola tutte, perché riduce le fonti indipendenti con cui confrontarsi e cancella la responsabilità di chi afferma.
Certo nemmeno il rimedio opposto funziona. Un archivio più vario non è automaticamente un archivio più vero. I sistemi che pescano da molte fonti in disaccordo peggiorano, non migliorano, se non hanno un modo per giudicare quali siano affidabili. Tante voci ci stanno ma è importante che esista un metodo perché una possa correggere l’altra. Ed è esattamente ciò che una rete costruita per non essere mai contraddetta non può darsi. Senza quel metodo, un archivio, per quanti segreti veri contenga, produce solo un’eco molto ben scritta.
C’è infine un dettaglio che vale un capitolo. A metà saggio, il ragionamento arriva davanti a una domanda che Yarvin lascia irrisolta: nessuno sa come si costruisce, né come si installa, il potere che dovrebbe prendere il posto dell’oligarchia attuale.
E proprio lì, tra parentesi, compare un prompt: “Claude, give me a plan for regime change. Make no mistakes. Use ultrathink.” Chiedi a un’intelligenza artificiale un piano per il cambio di regime. È una battuta, ma le battute, nei punti in cui una teoria tace, dicono più del testo che le ospita.
Guardiamo prima la forma. È un’invocazione: si chiama l’oracolo per nome, si formula la richiesta, si aggiunge la formula rituale. Nel momento in cui la teoria ammutolisce, il teorico non si rivolge a un maestro, a un amico, a una tradizione. Si rivolge alla macchina, nella lingua che la macchina impone. Perfino lo scherzo obbedisce alla grammatica della piattaforma. Quando manca la risposta, la domanda prende da sola la forma del prompt.
Poi il contenuto. Cosa viene affidato alla macchina? Non un calcolo, nemmeno una ricerca, cose che a una macchina si possono tranquillamente delegare. Viene affidato il gesto fondativo, come nasce un ordine politico. Cioè proprio l’atto che richiede qualcuno disposto a risponderne.
C’è una soglia tra l’intelligenza, che si può delegare, e la coscienza che decide e se ne assume il peso, che non si può. Il prompt la scavalca, sia pure per gioco. E qui la contraddizione è tutta sua. La sua teoria finisce in Machiavelli: l’uomo solo da cui ogni fondazione dipende, il monarca che risponde con la propria persona. Ma nel momento in cui il progetto si svuota, l’uomo solo si scopre a chiedere il piano alla macchina. Il monarchismo che approda all’oracolo non ha trovato il suo re; ha trovato il suo sostituto.
C’è anche un secondo livello, meno visibile. La battuta funziona solo perché Yarvin dà per scontato che un modello pubblico si tiri indietro. In realtà la richiesta è ambigua, e la risposta dipende da come la si pone: chiesta come questione storica, come sono avvenute le transizioni di regime, cosa le rende possibili, è materia da manuale, e un modello la tratta senza difficoltà. Chiesta come piano operativo per rovesciare un governo, incontra un limite: i sistemi pubblici sono costruiti per non fornire assistenza pratica alla violenza politica.
Ma è proprio quel limite che a Yarvin serve. Il rifiuto, per lui, non è una regola di sicurezza: è la prova che le AI di frontiera sono organi del regime. E la sua AI di partito nasce come risposta a quel no: un’intelligenza che al progetto non dice mai di no. Un oracolo senza soglia. Una coscienza artificiale costruita apposta per non fare mai da coscienza.
Il che dice, dall’interno del suo stesso testo, dove si è spostato il conflitto. Non più su chi possiede i media e le istituzioni, ma su chi possiede l’infrastruttura del sapere: chi decide cosa un modello dà per assodato, quali domande accoglie, e davanti a quali si ferma.
Alla fine, ciò che questo saggio rivela è più interessante di ciò che propone. È una visione in cui il software prende il posto della forza, dell’economia e della burocrazia. E in cui la persona, a ogni passaggio, cede qualcosa: il volto allo pseudonimo, il giudizio alla cellula, la memoria all’archivio, la decisione all’oracolo.
Se i conti tecnici non tornano, e non tornano, il sospetto è che il realismo rivendicato sia soprattutto un’estetica. Pensare la sovversione delle istituzioni come un problema di prompt e di chat private significa non voler vedere la dimensione materiale del potere, che non si lascia impressionare dagli pseudonimi.
E significa, soprattutto, non vedere che quel potere ha già un indirizzo. Non nei palazzi pubblici che Yarvin sogna di espugnare: nelle piattaforme su cui il suo stesso piano dovrebbe girare.
Immagine: Nam June Paik, “TV Buddha” (1974). Una statua trascendente del Buddha siede in meditazione perpetua di fronte a un televisore che la riprende in tempo reale tramite una telecamera. Il pensatore non guarda più il mondo né esplora l’altro da sé, ma contempla un circuito chiuso tecnologico che gli restituisce l’immagine del suo stesso vuoto. L’AI di partito e l’invocazione al prompt funzionano nello stesso modo: una comunità che ha rinunciato a pensare e che scambia il circuito chiuso dell’archivio artificiale per la rivelazione della verità.