Martedì scorso, all’Aspen Ideas Festival, su un palco condiviso con Francis Fukuyama in un panel non registrato, i cronisti presenti potevano prendere appunti, Peter Thiel, secondo i giornalisti in sala, ha detto che Leone XIV sta «lavorando per i comunisti cinesi».
Il ragionamento che sorregge l’accusa è semplice ma perverso: la Magnifica Humanitas, l’enciclica che in maggio ha dichiarato che l’intelligenza artificiale deve essere disarmata e che chiede di riequilibrare il potere di chi detiene l’AI e le infrastrutture che la fanno funzionare, e di riconoscere ai dati la natura di proprietà collettiva delle comunità che li generano, può influenzare milioni di americani e occidentali ma difficilmente sarà ascoltata a Pechino; dunque ogni freno che produce rallenta un solo lato della corsa tra Stati Uniti e Cina. Il Papa dunque, quali che siano le sue intenzioni, lavora per l’avversario. E Il pubblico ha riso; e quella risata, più della frase che l’ha provocata, è il documento che merita di essere letto.
Perché la frase, in sé, non è un incidente retorico né l’eccentricità di un miliardario che ama scandalizzare i festival delle idee: è la formulazione pubblica, tradotta in un linguaggio impresentabile, di un sistema di pensiero che Thiel coltiva da anni e che ha già portato fisicamente a Roma, le lezioni sull’Anticristo tenute in marzo a pochi isolati dalla Santa Sede. Nello schema di Thiel l’Anticristo non arriva come caos ma come pacificazione: un’autorità mondiale che prende il potere promettendo di proteggere l’umanità dalle minacce esistenziali, l’intelligenza artificiale in testa. Un pontefice che chiede di sottrarre l’AI al monopolio di chi la possiede viene ricondotto a quel modello con una precisione che non lascia margini interpretativi, poco importa che l’enciclica non invochi alcun governo mondiale, ma il suo contrario, la restituzione del potere alle comunità. E infatti l’accusa di Aspen, il Papa agente di Pechino, è soltanto la versione secolarizzata, adatta a un pubblico che ride, di un’accusa che nelle lezioni private era assai più radicale. La geopolitica, qui, fa da eufemismo all’escatologia.
Ma oltre alla teologia c’è molto altro, perché sopra la teologia c’è la finanza. Le aziende che orbitano attorno alla traiettoria imprenditoriale di Thiel, Palantir in testa, e per estensione l’intero ecosistema della tecno-difesa che i suoi fondi hanno contribuito a costruire, non prosperano nonostante l’instabilità: prosperano grazie all’instabilità, come dichiarava senza pudore il prospetto depositato alla SEC al momento della quotazione, dove si leggeva che la società non soltanto tollera le crisi ma vi prospera.
Un’enciclica che condanna i sistemi d’arma autonomi, che avverte del rischio di rendere la guerra più fattibile e meno soggetta al controllo umano, che chiede di disarmare l’intelligenza artificiale, non è per questo modello di business una divergenza filosofica: è una minaccia patrimoniale. Thiel ha bisogno che la corsa non si fermi mai, perché è la corsa stessa, non il suo esito, a generare i contratti; e il Papa ha proposto esattamente di fermarla.
C’è poi un terzo strato, che riguarda meno il Vaticano e più l’America. Leone XIV è il primo Papa statunitense, e questo dettaglio anagrafico cambia la natura del conflitto: non più un’autorità morale lontana, esotica, aggirabile, ma un concorrente diretto per l’egemonia sullo stesso gregge, quella destra cattolica americana che Thiel ha pazientemente coltivato per anni e di cui il vicepresidente Vance, convertito dentro l’ecosistema intellettuale e finanziario di Thiel, è il frutto politicamente più prezioso. Chi ha seminato la fede del vicepresidente ora spiega a platee facoltose che il capo di quella fede lavora per un governo comunista, dopo avergli suggerito, lo hanno riportato più fonti, di ignorarne la guida morale. Non è solo un attacco alla Chiesa: è una lotta per decidere chi erediterà il ruolo guida del cattolicesimo politico americano. Questa lotta viene condotta con le tecniche tipiche della Silicon Valley: prima si delegittima chi occupa già quella posizione, poi si cerca di prenderne il pubblico. E non è un caso che questo accada proprio mentre i lefebvriani hanno rialzato la voce.
Sembra che io ce l’abbia con Thiel, ma non è così, non serve fermarsi alla persona, al miliardario intelligente e eccentrico, alle sue provocazione da festival, significherebbe consumare l’episodio come cronaca e dimenticarlo in una settimana; il punto è il frame che la sua uscita mette in circolazione, la cornice interpretativa che, una volta adottata, decide in anticipo il significato di tutto ciò che vi entra. E qui la risata di Aspen vale più della battuta che l’ha provocata: un pubblico che ride non sta valutando una tesi, sta riconoscendo qualcosa che considera già intuitivamente plausibile, se l’accusa al Papa fosse suonata assurda, la reazione sarebbe stata l’imbarazzo, non il divertimento. Quella risata certifica che il frame non è una proposta di Thiel da discutere ma un senso comune che in quella élite preesiste alla sua voce. Il frame dice questo: qualunque limite dal nostro lato è un regalo a Pechino e dunque un’enciclica, una legge, un trattato non vanno confutati nel merito, perché la loro sola esistenza è già la prova del tradimento.
È una macchina che non perde mai, perché non discute gli argomenti: squalifica chi li porta, e contro la squalifica non c’è difesa argomentativa, qualsiasi replica viene riassorbita come ulteriore conferma, difendi il limite dunque lavori per Pechino anche tu. Per questo il dibattito sull’intelligenza artificiale, dentro questo frame, non viene perso da chi chiede limiti: viene reso impronunciabile, che è cosa diversa e più grave, perché un dibattito perso presuppone almeno che le ragioni sconfitte siano state ascoltate, mentre qui una delle due posizioni viene trasformata da opinione legittima in reato di lesa geopolitica prima ancora di essere esaminata. È la chiusura preventiva dello spazio deliberativo, e la sua potenza sta nel fatto che non vieta nulla e non censura nessuno: rende soltanto il prezzo della domanda così alto che, alla lunga, la domanda smette di essere posta.
E qui bisogna riconoscere a Thiel un merito che i suoi critici frettolosi, gli negano: ha capito l’enciclica meglio di molti, moltissimi, dei suoi difensori che in questi mesi si sono sperticati a analizzare la MH. La Magnifica Humanitas non è un documento di etica applicata che chiede algoritmi più gentili; è un documento politico-antropologico che contesta l’equivalenza su cui poggia l’intero edificio, l’idea che chi detiene la potenza tecnica detenga, per ciò stesso, il diritto di governare ciò che quella potenza produce. «Disarmare» l’intelligenza artificiale significa questo: rompere quell’equivalenza, riportare la decisione sulla tecnica dentro lo spazio pubblico da cui è stata sottratta.
Thiel non può permettersi che questa tesi venga discussa, e infatti non la discute: la squalifica per via geopolitica, spostando la questione dal piano in cui è formulata, chi ha il diritto di decidere, al piano in cui non può che perdere, la corsa tra potenze in cui ogni esitazione è diserzione.
Ma c’è, nell’accusa, anche qualcosa che Thiel rivela di sé senza volerlo, perché dire che il Papa lavora per i cinesi significa attribuirgli l’unico movente che il proprio schema mentale è in grado di processare: la paura dei modelli di Pechino, subita per debolezza o assecondata per calcolo. È una proiezione speculare, l’ossessione che fonda l’intero senso dell’AI sovrana, il terrore che l’avversario arrivi primo al calcolo terminale, trasferita di peso su un testo che di quell’ossessione non porta traccia.
Perché la Magnifica Humanitas non ha paura dei cinesi: non riconosce proprio la legittimità della premessa, e dove Thiel vede una corsa bilaterale in cui l’unica variabile è chi taglia il traguardo, l’enciclica domanda se la corsa stessa, per come è strutturata, non stia già consumando l’umano da entrambi i lati della barricata; un’intelligenza artificiale disumanizzante costruita a Pechino e una costruita a San Francisco non essendo, in questa prospettiva, il male e il suo rimedio, ma due varianti dello stesso errore antropologico.
Leone XIV non arretra per timore del dragone e non sceglie certo l’uno o l’altro; afferma che l’umanità smarrisce se stessa nel momento esatto in cui accetta di consegnare il proprio destino e quello del creato che la ospita ai termini di una gara tra potenze, e che alla logica della deterrenza non si può consegnare anche lo spirito.
Chi è immerso nella teoria dei giochi al punto da non concepire un pensiero che si muova fuori dai suoi assi non può che leggere l’astensione come diserzione: se non corri per vincere, corri per far vincere l’altro. L’eresia del Papa, agli occhi di Aspen, sta tutta qui, nell’aver ricordato che si può anche decidere di non correre verso il baratro.
E qui, è bene ribadirlo, non c’è ambiguità: Leone XIV non parteggia per Washington né per Pechino, e la Magnifica Humanitas si colloca su un piano terzo che la dialettica binaria tra i due blocchi non riesce nemmeno a nominare, la difesa dell’umanità e del creato alla ricerca della giustizia sociale. Vista da quel piano, la competizione per il primato nell’intelligenza artificiale non è uno scontro tra civiltà alternative ma la manifestazione ipertecnologica di un medesimo paradigma: due sistemi politici opposti che condividono la stessa premessa di fondo, l’idea che l’efficienza algoritmica, l’accumulo dei dati e la potenza di calcolo siano diventati i nuovi criteri di verità e di governo del mondo.
Chiedere di disarmare l’AI non è un sabotaggio strategico a favore di uno dei contendenti: è porre un limite al potere in quanto tale, riaffermare che la tecnica resta strumento al servizio della vita e delle relazioni umane e non un fine assoluto a cui immolare le risorse energetiche del pianeta e la libertà dei popoli.
E mentre gli attori industriali e statali calcolano i rischi in termini di sicurezza nazionale o di profitti trimestrali, lo sguardo dell’enciclica è intergenerazionale e planetario, si rivolge all’impatto antropologico della delega decisionale alle macchine e al costo ambientale immenso che l’infrastruttura del calcolo impone alla Terra.
Ridurre questa visione a una mossa sulla scacchiera geopolitica, come fa la narrazione della Silicon Valley, è un errore di categoria: significa scambiare una difesa radicale della dignità umana per una presa di posizione diplomatica.
Per l’Europa, che di questa corsa è insieme spettatrice e territorio di conquista la lezione di Aspen è meno remota di quanto la geografia suggerisca. La risposta all’aut-aut di Thiel non consiste nello scegliere uno dei due corni, correre come l’America o astenersi come vorrebbe una certa coscienza infelice europea; consiste nel rifiutare la premessa, e cioè che l’unica forma possibile dell’intelligenza artificiale sia quella sovrana, concentrata, in gara. Un’AI federata, costruita su infrastrutture comuni, governata a più livelli, sottratta tanto alla cattura dello Stato quanto a quella del mercato, non rallenta un lato della corsa: cambia il gioco a cui la corsa appartiene.
Che sia un Papa a doverlo ricordare al secolo, e un venditore di sistemi di sorveglianza a dargli del comunista tra le risate di un festival, dice a che punto siamo arrivati nella confusione dei ruoli; ma dice anche, in controluce, quanto quella tesi faccia paura a chi della corsa vive.
Immagine: La Caduta dei Giganti di Giulio Romano (Sala dei Giganti, Palazzo Te, Mantova, 1532-35) mostra i Giganti che tentano di scalare l’Olimpo ammassando montagne e vengono schiacciati dal crollo dell’architettura che essi stessi avevano eretto. È l’immagine esatta della potenza che scambia la propria capacità di costruire per diritto di regnare sul cielo, la stessa equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare che l’enciclica vuole spezzare e che proprio nell’atto di pretendere l’Olimpo prepara la propria rovina.