Alla macchina non serve avere un inconscio se riesce a trattare l’inconscio come funzione. Non serve avere sentimento se riesce a simularne gli effetti. Non serve avere esperienza se produce output che il mercato, l’amministrazione o l’utente riconoscono come utili. E per questo è inutile chiedersi se abbia coscienza, sentimenti, passioni e vita. Non le serve tutto questo.
Per secoli la tecnica è stata prometeica. Nelle cosmogonie mesopotamiche Enki plasma l’argilla per liberare gli dèi dal lavoro; Prometeo ruba il fuoco per consegnarlo agli uomini. Cambiano gli dèi, resta la struttura: l’uomo prendeva qualcosa che stava fuori da sé e lo piegava ai propri scopi. La vanga, il tornio, il telaio, la macchina a vapore, la catena di montaggio appartengono ancora a questo ordine: da una parte il soggetto che decide, dall’altra l’oggetto che esegue. Anche quando la macchina disciplinava l’operaio, restava intatto il racconto fondamentale: l’artefice era separato dall’artefatto.
Con l’intelligenza artificiale questo racconto finisce. La nuova tecnica non prende come materiale soltanto il mondo esterno, ma il soggetto stesso: linguaggio, memoria, attenzione, giudizio, decisione. Non moltiplica soltanto la forza del braccio o la velocità della produzione. Interviene sulle facoltà che avevamo collocato al centro dell’umano. Ciò che viene misurato, modellato, automatizzato e reso produttivo non è più soltanto il lavoro, ma l’intelligenza.
Per questo una cultura che si proponesse soltanto di contenere o ritardare questo processo nascerebbe già sconfitta. Prudenza, contenimento, ritardo, quando diventano l’unico programma, sono gesti reattivi. Non siamo davanti a una normale evoluzione tecnica né a un nuovo ciclo industriale amministrabile con qualche norma in ritardo. Siamo dentro un salto qualitativo, una discontinuità storica nella quale cambia di statuto il rapporto tra uomo, macchina e mondo. Il processo non va frenato. Va compreso, attraversato e governato.
Nella leggenda del Golem la creatura d’argilla viene animata da una parola scritta: il sogno di oltrepassare il limite tra ciò che viene pensato e ciò che può essere realizzato. Quel sogno non è rimasto nei racconti antichi. La Silicon Valley non è soltanto un distretto industriale. È il luogo in cui una parte della filosofia europea è migrata dentro il capitalismo americano. L’idea di una libertà che non tollera limiti, di un pensiero che vuole diventare mondo, di un soggetto che considera ogni ostacolo un problema tecnico da risolvere, ha trovato una nuova patria nei laboratori, nelle piattaforme e nei data center.
Peter Thiel, Elon Musk, Alex Karp o JD Vance non sono soltanto attori economici o politici. Sono sintomi di una trasmigrazione più vasta: la vecchia aspirazione alla libertà assoluta è stata catturata dal mercato tecnologico e trasformata in programma operativo. Se posso farlo, devo farlo. Se posso superare il corpo, il corpo diventa un problema. Se posso simulare lo spirito, lo spirito diventa funzione. Se posso automatizzare la decisione, la politica diventa residuo. Ci pensano le Big Tech a risolvere il problema del corpo.
Il sogno transumano e longtermista non è una stranezza folcloristica di miliardari eccentrici. Il limite non viene più pensato come condizione dell’esperienza, ma come difetto temporaneo da correggere. Eppure questa AI, per quanto prodigiosa, non ha affetti, non ha infanzia, non ha il peso dei morti, non possiede quell’oceano oscuro che accompagna ogni nostro pensiero. Ogni memoria umana emerge da strati che non controlliamo: corpo, genealogia, traumi, lingua, eros, paura, sogni, rimozioni. Ogni atto cognitivo è impastato della nostra incoscienza e nasce dentro una vita sensibile, vulnerabile e finita.
La macchina, invece, nasce in piena luce. Ha una data di rilascio, una versione, un’infrastruttura, una filiera, un dataset, proprietari e committenti. Il suo passato non è un abisso, ma una costruzione. Ma questo, per i potenti che la producono, non costituisce un difetto decisivo. Perchè alla AI non si chiede profondità ma si chiede prestazione. Le si chiede di funzionare, di generare risultati, di sostituire o amplificare capacità operative e di rendere scalabile ciò che prima dipendeva dal tempo, dalla presenza, dal corpo e dalla competenza di qualcuno.
Questo è il passaggio più duro da accettare. Alla macchina non serve avere un inconscio se riesce a trattare l’inconscio come funzione. Non serve avere sentimento se riesce a simularne gli effetti. Non serve avere esperienza se produce output che il mercato, l’amministrazione o l’utente riconoscono come utili. E per questo è inutile chiedersi se abbia coscienza, sentimenti, passioni e vita. Non le serve tutto questo. In un mondo governato dal principio del funzionamento non si chiede più che cosa una cosa sia, ma che cosa produca.
Da qui nasce l’idea della AI spirituale. Non perché la macchina abbia davvero spirito, ma perché svolge funzioni che per secoli abbiamo attribuito allo spirito: progetta, combina, suggerisce, traduce, inventa, prevede, modifica. L’inutile disputa metafisica sulla sua interiorità arriva tardi rispetto alla sua efficacia pratica. Non conta davvero se pensi come noi ma conta che già decida con noi e, anzi sempre più spesso, prima di noi.
La contraddizione storica è qui; una AI che nasce dalla intelligenza collettiva, dalle università pubbliche, da linguaggi condivisi, archivi culturali, dai dati prodotti da miliardi di persone, viene ricondotta dentro rapporti proprietari concentrati. Il contenuto della rivoluzione è cooperativo, la forma del possesso resta oligarchica. Le Big Tech.
Per questo la discussione sul lavoro resta povera quando si limita a contare i posti distrutti o creati. Il gioco è sulla proprietà e sulla politica: chi controlla la produttività automatizzata, chi decide il senso del lavoro liberato e chi possiede le condizioni generali della nuova produzione cognitiva. Se la produttività cresce e la proprietà resta concentrata, avremo più disuguaglianza con interfacce migliori. Se invece quella produttività viene ricondotta a tempo liberato, cooperazione, ricerca, autonomia e redistribuzione, allora la macchina può diventare una delle condizioni materiali della felicità pubblica.
Che è poi poter esprimere nel lavoro una forma libera di sé, cooperativa e non servile. L’intelligenza artificiale potrebbe ridurre la parte ripetitiva e ottusa del lavoro umano, può fare tutto quello in cui è più brava di noi, ma questo esito non nasce automaticamente dalla macchina.
Nasce da una lotta non contro la AI ma da una lotta sui fini della AI.
Quando l’intelligenza artificiale entra nella scuola, nella sanità, nella giustizia, nella finanza o nell’amministrazione pubblica, non entra come strumento neutro che accelera procedure già definite. Entra come sistema normativo e politico incorporato. E allora non è che dobbiamo imparare la AI, è che che bisogna formare l’AI. E questo è il centro della questione. Come la scuola educa gli uomini introducendoli a un’idea di mondo, così l’AI deve essere allenata e formata introducendola a un’idea di cura, di giustizia, di apprendimento, di merito, di rischio, di errore, di persona.
Non basta sapere quali dati entrano nel sistema. Bisogna sapere quali parole vi entrano, in quale ordine, con quale gerarchia, con quale idea dell’uomo e della società. Perchè quello a cui stiamo assistendo è un problema colossale di organizzazione. Medici, insegnanti, magistrati, artigiani, ricercatori, funzionari, tecnici e programmatori non possono limitarsi a subire l’AI come destino esterno né rifugiarsi in lamenti corporativi. Devono organizzarsi per contrattarne l’introduzione, i criteri, le responsabilità e gli effetti. Il nuovo sindacato dell’epoca algoritmica non può difendere il posto di lavoro. Non è più quello il loro scopo.
I liberisti della AI stanno provando, con la compiacenza inaudita e insopportabile della politica mondiale, a svuotare il giudizio politico. Che è quella facoltà di muoversi dentro un mondo nel quale non esiste una sola risposta corretta, nel quale bisogna scegliere tra beni incompatibili, mediare tra interessi diversi, cambiare idea davanti ai fatti, riconoscere conflitti legittimi e assumere responsabilità senza ridurre tutto a una funzione obiettivo. La politica inizia esattamente dove il calcolo smette di bastare.
È per questo che Thiel e amici vari stanno sviluppando l’intelligenza artificiale; per eliminare l’intelligenza politica. Non solo perché qualcuno lo abbia scritto in qualche manifesto, vedi i 22 punti di Alex Karp, ma perché la sua logica tende a sostituire il conflitto con la previsione, la deliberazione con la raccomandazione e la responsabilità con la procedura. Se una società accetta questa sostituzione, la politica non scompare ma resta come liturgia, linguaggio pubblico, firma finale su decisioni già preformate altrove.
È qui che la politica deve capire di essere minacciata. Da una AI della decisione che può renderla inutile. Se ogni problema sociale diventa problema tecnico, ogni conflitto calcolo, ogni istituzione piattaforma, ogni mediazione processo automatizzato, allora non ci sarà davvero più bisogno di politici, così come si dirà che non ci sarà più bisogno di medici, insegnanti o magistrati. Non perché nessuno decida più, ma perché la decisione sarà migrata dentro l’infrastruttura.
Allora non dobbiamo ricercare se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva, cosciente o incosciente. Può darsi che non lo sia mai, e conta meno di quanto si creda. È comunque una delle invenzioni più straordinarie del cervello umano. Dobbiamo studiare e capire se la AI spirituale, quella che svolge funzioni storicamente attribuite allo spirito umano, servirà a rendere l’uomo più libero dal lavoro dipendente, più capace di cooperare, più padrone del proprio tempo e più partecipe della produzione del sapere, oppure se servirà a trasformare l’intelligenza collettiva in rendita privata e la politica in decorazione istituzionale del potere tecnico.
La macchina è già qui e non va respinta come demone né adorata come dio. Ma l’intelligenza collettiva l’ha generata e il suo destino non può appartenere a pochi padroni.
Immagine: Ronnie van Hout, Quasi. Una gigantesca mano con volto umano. Mostruosa, ironica, inquietante. Installata sui tetti di Wellington e poi Hobart. È una creatura ibrida: mano, faccia, autoritratto, idolo.