Rockbridge dopo Atene

La nuova élite tecnologica non sogna necessariamente di abolire la democrazia. Le basta per ora renderla dipendente. Le elezioni possono restare apparentemente essenziali, ma si riducono al front-end visibile di architetture sempre meno contendibili.

Nell’autunno del 2019, in un summit riservato a Rockbridge, piccola località dell’Ohio, prende forma il nucleo da cui emergerà Rockbridge Network, una delle reti politico-finanziarie più influenti della nuova destra americana. Tra i promotori figurano Peter Thiel, insieme a un suo dipendente J.D. Vance, allora non ancora astro nascente della politica conservatrice. Attorno a loro ruotano Rebekah Mercer, erede della fortuna del fondo Renaissance Technologies e storica finanziatrice del trumpismo, Chris Buskirk, architetto organizzativo della rete, e Omeed Malik, ex Wall Street oggi ponte tra finanza e nuovo blocco conservatore.

Non c’è nulla di folcloristico in questa nascita; c’è piuttosto un metodo. Nessun partito tradizionale, nessuna base popolare costruita lentamente, nessuna sezione territoriale. Rockbridge ragiona come un fondo di venture capital applicato alla politica: scouting di candidati promettenti, investimento concentrato, test dei messaggi, riallocazione rapida delle risorse, costruzione di reti parallele di media, donor e attivazione elettorale e soprattutto tanto capitale tech. La politica del consenso lascia il posto alla politica dell’infrastruttura e del digitale.

È difficile non essere colpiti dall’efficienza di questa architettura. La macchina funziona con una precisione che i partiti tradizionali, con le loro correnti, liturgie interne e mediazioni novecentesche, hanno raramente avuto. Il confronto è in parte falsato: i partiti di oggi, europei compresi, sono in larga misura morti. Sopravvivono spesso come sigle, comitati elettorali permanenti, gusci amministrativi o fossili istituzionali che conservano il nome senza più possedere la sostanza sociale che li aveva generati.

Repubblicani e Democratici continuano a occupare la scena, ma sempre più spesso come contenitori elettorali dentro cui agiscono reti di donor, piattaforme mediatiche, fondi, consulenti e infrastrutture esterne con la supervisione delle Big Tech. È anche per questo che le elezioni di Midterm, pur rilevanti sul piano congressuale, rischiano di essere sopravvalutate come momenti di svolta: possono modificare rapporti di forza tattici senza toccare l’architettura strategica sottostante. La stessa eventuale alternanza tra amministrazioni diverse non interrompe necessariamente la traiettoria di figure già costruite per il ciclo successivo. J.D. Vance non appartiene soltanto al presente, ma a un disegno di lungo periodo.
Così la stessa precisione che rende il sistema notevole come opera organizzativa lo rende problematico come fatto politico. Non sostituisce una democrazia viva: occupa il vuoto lasciato da forme di rappresentanza consumate. Non è democrazia rallentata o imperfetta; è qualcosa di strutturalmente diverso.

J.D. Vance non è soltanto uno dei beneficiari del sistema. È una delle sue cerniere interne. La sua traiettoria tiene insieme mondi che normalmente non dialogano: working class bianca e capitale tecnologico, retorica populista e finanziatori miliardari, critica del libero mercato assoluto e nazionalismo industriale, linguaggio religioso e potere digitale. Non è semplicemente l’uomo di Thiel. È il traduttore politico di un blocco sociale ed economico nuovo, capace di rendere elettoralmente presentabile ciò che altrimenti resterebbe una coalizione di investitori e tecnocrati. Senza Vance, Rockbridge rischierebbe di apparire come il club di una nuova oligarchia tecnologica. Senza Rockbridge, Vance rischierebbe di restare una biografia brillante. Insieme diventano progetto politico.

Al centro dell’architettura economica c’è 1789 Capital, fondo legato a figure della rete, con oltre un miliardo di dollari di asset. Investe in difesa, intelligenza artificiale, aerospazio, biotech e tecnologie dual use. Il portafoglio non è ovviamente casuale: sono settori che dipendono strutturalmente dal procurement pubblico. Chi li finanzia scommette su uno Stato orientato in un certo modo e contribuisce a garantire che quello Stato esista. Quando la sicurezza, la logistica o la sanità dipendono da infrastrutture proprietarie, la politica può cambiare governo ma fatica a cambiare sistema.

Rockbridge non è una semplice rete conservatrice, ma a un punto di convergenza tra potere elettorale e una parte significativa del capitale tecnologico americano. Per questi ambienti l’intelligenza artificiale non è lo sfondo della storia: è il settore industriale strategico attorno a cui si ridefiniscono alleanze, investimenti, sicurezza nazionale e nuova classe dirigente. Attorno a questo ecosistema gravitano anche David Sacks, già nella cerchia PayPal di Thiel, oggi nominato da Trump responsabile per AI e cripto nell’amministrazione e segmenti del venture capital vicini a Marc Andreessen, cofondatore del fondo tech che porta il suo nome. È il segnale che una parte della Silicon Valley non considera più la politica come terreno secondario, ma come infrastruttura da presidiare.

E poi c’è Alex Karp, americano di origini ebraiche, CEO di Palantir Technologies. Di tanto ricompare sulla scena come pochi giorni fa con il suo manifesto sulla repubblica tecnologica, tratto da un suo libro dello scorso anno, dove sostiene che l’Occidente abbia perso missione strategica e che serva riallineare tecnologia avanzata e finalità pubblica. Palantir è la forma concreta di questa idea: sistemi di analisi per intelligence, controllo dei confini, logistica militare, amministrazione complessa. Non è soltanto un fornitore dello Stato ma tende a sostituirlo. È una transizione verso uno Stato-piattaforma: un’amministrazione che continua a esistere formalmente, ma opera attraverso stack tecnologici privati difficili da sostituire.

Per ora questi libertari non sono ostili allo Stato, sono attori che sviluppano uno Stato più forte, purché compatibile con il proprio capitale e integrato nei sistemi che controllano. Il massimo profitto del XXI secolo potrebbe non essere vendere servizi allo Stato, ma diventare lo strato software senza cui lo Stato non funziona.

E poi c’è una forza potente; i sistemi AI costruiti per la deterrenza esterna tendono strutturalmente a rientrare nella governance interna. La stessa piattaforma che traccia reti criminali può mappare reti di dissenso politico. Chi controlla quell’infrastruttura, non formalmente, ma operativamente, controlla qualcosa che assomiglia molto alla sovranità. Vincere un’elezione dura pochi anni. Entrare nei sistemi informativi dello Stato può durare decenni.

Nell’angolo c’è una dimensione spesso sottovalutata: la legittimità morale. In un’epoca in cui i sistemi AI ridisegnano lavoro, decisioni e confini del possibile, poche istituzioni globali conservano ancora la capacità di porre limiti che non derivano dal mercato né dalla geopolitica. La Chiesa cattolica è una di queste. Per questo viene osservata con attenzione, contesa culturalmente, talvolta reinterpretata, oppure criticata come hanno fatto Trump e Vance nelle scorse settimane. Papa Leone XIV ha indicato fin dai primi segnali del pontificato che il rapporto tra tecnologia, dignità umana, lavoro e comunicazione sarà uno dei fronti centrali del suo magistero. Se una voce globale autorevole nomina la concentrazione del potere tecnologico, la riduzione della persona a dato, l’automazione senza giustizia sociale o la subordinazione della politica agli apparati tecnici, entra inevitabilmente in attrito con chi pensa il XXI secolo come competizione tra blocchi ad alta capacità computazionale. Ma la rete Rockbridge non ha bisogno dell’approvazione della Chiesa. Le basta che esista una versione del discorso religioso compatibile con i propri obiettivi e sufficientemente forte da neutralizzare quella incompatibile. E è questo che sta cercando di costruire tra i cattolici statunitensi, anche tra quelli protestanti. La lotta per la narrazione morale, in questo senso, è lotta per la legittimità.

La cittadinanza resterà fonte del potere, oppure diventerà soltanto il suo front-end? Un’interfaccia è qualcosa di reale: risponde ai tuoi input, ti dà risultati, ti fa sentire parte del processo. Ma l’architettura che decide cosa puoi fare è stata progettata altrove, da persone che non conosci, secondo obiettivi che non ti sono stati comunicati.

Le elezioni restano essenziali, ma possono ridursi al front-end visibile di architetture sempre meno contendibili. E il metodo è chiaro, Rockbridge non vuole abolire ne le elezioni ne cancellare la democrazia. Anzi che continuino a svolgersi mentre il vantaggio competitivo si sposta stabilmente verso chi controlla il procurement pubblico, i dati amministrativi, i sistemi AI dual use, le reti da cui emergono i candidati, il software decisionale.

La nuova élite tecnologica non sogna necessariamente di abolire la democrazia. Le basta renderla dipendente. Dipendente dai sistemi che costruisce, dai dati che raccoglie, dalla cornice filosofica, la repubblica tecnologica, che ha già iniziato a scrivere. Riconoscere questa trasformazione è il primo passo per discuterla. Chi decide, chi controlla, chi risponde di fronte a chi: sono le domande fondamentali di qualsiasi progetto politico degno di quel nome. E non hanno ancora una risposta istituzionale all’altezza della loro urgenza.

Immagine: Glenlaurel Inn. Il summit del 2019 viene collocato da diverse ricostruzioni nell’area di Rockbridge, Ohio, probabilmente presso il Glenlaurel struttura appartata della zona.