A caldo, delle elezioni americane mi interessa come le ha lette Curtis Yarvin, uno degli ideologi più influenti in quella parte della Silicon Valley che si riconosce in Peter Thiel, che è il vero giostraio della politica USA. Nel suo commento al voto dice alcune cose che, lette insieme, raccontano quale futuro immagina per gli Stati Uniti e a chi vorrebbe affidarlo.
La prima è che gli Stati Uniti sono già una democrazia da Terzo Mondo, dove i partiti sono eserciti e le elezioni sono guerre. Secondo Yarvin, i democratici lo hanno capito da tempo, mentre i repubblicani credono ancora che si vinca convincendo i cittadini della bontà di un programma. A suo giudizio resta una sola elezione, quella del 2028. Se vinceranno i democratici, prevede, faranno degli Stati Uniti un Paese a partito unico. Se vinceranno i repubblicani, dovranno distruggere il Partito democratico come forza capace di tornare al governo. La differenza tra le due affermazioni conta. Dei democratici Yarvin presume di conoscere le intenzioni. Ai repubblicani sta suggerendo che cosa fare della prossima vittoria.
La seconda è che Trump deve dimettersi subito e lasciare la Casa Bianca a JD Vance, perché nel 2028 Vance possa presentarsi agli americani da presidente in carica. Prima di diventare vicepresidente degli Stati Uniti, Vance è stato un dipendente di Thiel. Ha lavorato a Mithril Capital, il fondo cofondato da Thiel, e quando ha aperto un fondo proprio ha ritrovato Thiel tra i finanziatori. Oggi, da quello stesso ambiente, arriva la proposta di consegnargli la presidenza con due anni di anticipo.
La terza è che, se gli Stati Uniti continuano su questa strada, la Cina sarà l’unico impero. È così che leggo l’immagine più feroce di Yarvin, quella dell’America ridotta a un’Argentina con le armi nucleari e la valuta di riserva globale, due eredità del Novecento. Le armi nucleari, scrive, non verranno mai usate. Il dollaro invece continuerà a fare il suo mestiere, consentendo agli americani di ricevere attraverso Amazon Prime un fiume di cianfrusaglie in cambio di biglietti verdi appena stampati. Yarvin la chiama una tossicodipendenza nazionale e si rammarica che Pechino non abbia alcuna ragione per interrompere le forniture. Come si accorge un impero di essere finito, se la moneta con cui paga è ancora la sua e la merce arriva puntuale a casa?
E infine Yarvin che parla della Silicon Valley. I repubblicani hanno bisogno di portare più gente alle urne e per farlo, dice, potrebbero imparare da chi misura ogni giorno l’engagement, la capacità di tenere le persone coinvolte. Che cosa le coinvolge? La guerra, scrive e i giochi. Il partito che immagina è un’app sul telefono. Sullo schermo compare una notifica ogni volta che c’è da votare, l’app indica quale nome inserire e come farlo. Idealmente, aggiunge, un giorno il partito potrebbe votare direttamente per conto dell’elettore.
E sulla AI? Yarvin dà già per persa a favore della Cina la partita dell’intelligenza artificiale? Di intelligenza artificiale non scrive una riga, quindi il dubbio è mio. Ma colpisce la direzione del suo ragionamento. Davanti alla prospettiva di un secolo cinese, la capacità che riconosce alla Silicon Valley, e che vorrebbe mettere subito al lavoro, è quella di organizzare il comportamento politico degli americani. Su come battere Pechino tace. Su come portare un americano a votare per il candidato scelto dal partito ha già in mente perfino l’interfaccia.
Le Big Tech cominciano ad abbandonare Trump. È così che leggo la proposta di Yarvin. Alla cerchia di Thiel, Trump è servito perché sapeva farsi votare da milioni di americani. Ora Yarvin gli chiede di farsi da parte per Vance, un uomo su cui Thiel aveva già investito quando ancora nessuno lo aveva eletto. Trump può lasciare a Vance la Casa Bianca. Che possa lasciargli anche i suoi elettori è una scommessa della Silicon Valley.