Il piccolo grande “idiota” dentro ciascuno di noi

Roberta Filippi guarda alla svolta che l’umanità sta attraversando come a qualcosa che ci riguarda molto più profondamente delle tecnologie che stiamo costruendo. La sua ricerca nasce da qui, dal bisogno di comprendere che cosa questa trasformazione riveli di noi, delle nostre contraddizioni, ma anche delle possibilità umane che rischiamo di dimenticare. Il suo  modo di stare dentro le cose, di attraversarle con profondità e partecipazione è un atteggiamento che ritrovo nel testo che segue, Il piccolo grande “idiota” dentro ciascuno di noi. L’intelligenza artificiale diventa uno specchio nel quale riconoscere le contraddizioni della nostra civiltà, la volontà di dominare e misurare ogni cosa, ma anche l’occasione per immaginare un modo diverso di abitare il mondo. Attraversando Heidegger, Confucio, Dostoevskij e Grossman, ci invita a riscoprire ciò che sfugge alla logica del calcolo, dell’efficienza e del profitto: la gratuità, la misericordia, la capacità di riconoscere nell’altro qualcosa che non può essere ridotto a una funzione o a una risorsa. Non occorre condividere ogni passaggio della sua riflessione per sentirsi interpellati. Credo che oggi abbiamo bisogno anche di ricerche come questa, che non cercano soltanto di capire dove ci porterà la tecnologia, ma ci aiutano a immaginare dove vorremmo andare noi, insieme agli altri. La ringrazio per averlo scritto e per aver accettato di pubblicarlo.

Il piccolo grande “idiota” dentro ciascuno di noi

di Roberta Filippi

L’intelligenza artificiale: specchio che ci disvela l’estremo pericolo ma al contempo ci offre l’occasione di intravedere che un’altra via, quella della salvezza, è possibile. Osare immaginare l’inimmaginabile, aprirsi all’inaudito, in un atto di creazione e di decisione capace di infrangere schemi consolidati nel tempo. La bontà del principe Myškin, protagonista dell’Idiota di Dostoevskij – quella che Vasilij Grossman chiamerà “bontà insensata” – può essere una delle strade: un modo di stare nel mondo che ci interpella direttamente come individui; via rivoluzionaria, dirompente, per cominciare ad immaginare e a creare una realtà abitabile, in cui le tecnologie siano al servizio dell’uomo e non viceversa.

L’allarme lanciato da alcuni esponenti delle BigTech circa il rischio di una estinzione dell’umanità provocata da una intelligenza artificiale fuori controllo – e la conseguente richiesta avanzata dagli stessi attori, di valutatori interni e di un accordo tra le società – ha tutta l’aria di essere fumo negli occhi. La vera posta in gioco sembra un’altra: la corsa a un controllo assoluto del potere digitale da parte di una ristretta élite tecno-capitalistica, con un progressivo svuotamento dei concetti di democrazia e di libertà.

L’IA, forse la più grande invenzione tecnologica della storia dell’umanità, è infatti nelle mani di un ristretto gruppo di persone dislocate in due soli Stati, Stati Uniti e Cina. Sono loro a decidere come e su quali valori istruire la macchina, attraverso protocolli riservati, pena per i dipendenti trasgressori il pagamento di sanzioni pesantissime; sono sempre loro a raccogliere e custodire una mole sterminata di dati che ci riguardano e che noi stessi, quando non proprio i governi, abbiamo, perlopiù inconsapevolmente, ceduto, in cambio di vantaggi irrisori, incluse informazioni sensibili di carattere militare e sanitario, esponendo interi Stati a una condizione di ricattabilità.

Concentrazione del potere, controllo capillare e pervasivo sull’intero genere umano, progressiva erosione degli spazi della politica, con conseguente svuotamento della democrazia, ampliamento delle disuguaglianze e aumento del rischio di crisi sistemiche e di nuove guerre. Questo è l’orizzonte che si sta via via profilando.

Ma “Là dove c’è il pericolo cresce / Anche ciò che salva” recitano i versi di una poesia del poeta tedesco Friedrich Hölderlin che il filosofo Martin Heidegger amava riportare. Potrebbe essere proprio così. Se per un attimo usciamo dai sentieri battuti dalle analisi geopolitiche e proviamo a vedere nell’intelligenza artificiale non una minaccia di estinzione del genere umano, ma una occasione unica ed irripetibile, forse le cose cambiano.

Proviamo allora ad immaginarla come un gigantesco specchio, capace di dire molte cose su di noi, sul modo in cui vediamo ed interpretiamo la realtà e le relazioni con i nostri simili.

Vi vedremo innanzitutto una realtà declinata nella modalità “fondo”, per usare una categoria heideggeriana: un pozzo inesauribile da cui attingere, in una dinamica predatoria ed utilitaristica. Tutto è disposto come puro materiale da inventariare, da ottimizzare e tenere pronto per il consumo o la produzione, incluso l’uomo, ridotto a capitale umano, a risorsa di dati, a pattern di consumo, a profilazione algoritmica. Se ieri era il bosco trasformato in legname, il corso d’acqua in energia idroelettrica, ora è il tempo della distruzione di interi ecosistemi, alterati e trasformati in “terre rare” da cui estrarre le preziose materie prime necessarie per sostenere questa nuova realtà tecnologica; è il tempo della trasformazione degli esseri umani in ingranaggi di un sistema di sfruttamento globale, che non si fa scrupoli a sacrificare delle vite umane se questo è necessario per portare ad una ottimizzazione del prodotto, come nel caso degli “operai dei dati” nel Sud del mondo, in paesi come Kenya, India, Filippine e Madagascar. Questi “etichettatori di dati” per rendere le intelligenze artificiali più sicure, in grado cioè di riconoscere ciò che è nocivo, in cambio di paghe da fame visionano ore ed ore di materiale pedopornografico, esecuzioni, torture e violenze estreme, riportando danni psicologici di gravità tali da includere anche il suicidio.

Vi vedremo anche riflessa un’altra postura esistenziale dell’uomo occidentale, conseguenza limite della prima, riassumibile nel principio computazionale algoritmico. Vale a dire nella riduzione del mondo a pura equazione matematica, a dato statistico o ad algoritmo utilitaristico, dove il ragionamento trascina nella presunzione, nel delirio del controllo. L’intelligenza umana ridotta ad una questione di potenza di calcolo e di numero di dati, a mero pensiero calcolante, automatico e, in ragione di ciò, prevedibile e quindi inesorabilmente destinata ad essere sostituita in tutto, perché meno performante di quella artificiale, finanche nelle scelte etiche. Ma un uomo svuotato di libero arbitrio è svuotato anche di quel concetto di responsabilità individuale, principio cardine di ogni sana società civile, come sottolinearono Hannah Arendt e Günther Anders, due importanti voci del pensiero filosofico del ’900. Il negarlo non è privo di gravi conseguenze visto che, come ebbero a dire i due studiosi, esporrebbe l’essere umano a tragedie quali quelle della Shoah e dei totalitarismi, dove il male diventa il frutto di una trama organizzata, fatta di parcellizzazioni della responsabilità individuale.

Insomma lo specchio ci rimanda sostanzialmente quella che è da sempre la grande pulsione sottesa ad ogni agire umano e cioè che l’intelligenza umana non può tollerare di non realizzare ciò che ha concepito come realizzabile, come rilevava tra Settecento ed Ottocento il filosofo idealista tedesco Fichte, facendo eco ai grandi classici greci. Oggi però questa pulsione è portata all’estremo: la tecnica non è più soltanto un mezzo, ma un fine in sé. L’intelligenza artificiale ne è il punto d’arrivo, lanciata in una corsa inarrestabile verso un limite che non riconosce più, verso quello che il filosofo Emanuele Severino chiamava il destino necessario della tecnica: imporsi su capitalismo, democrazia e religione e incrementare all’infinito sé stessa, in barba a ogni orizzonte ideologico o etico.

Eppure, in questa notte oscura del mondo, i versi di Hölderlin ci ricordano che è proprio nel buio che germoglia la salvezza. Nel momento di massima distanza da ciò che è realmente vero, in cui l’uomo afferma se stesso e vuole dominare le cose in un delirio di onnipotenza, in un momento cioè di massima caduta, è proprio allora che all’uomo si palesa quella dimensione rilkiana dell’Aperto, preludio di salvezza, luogo alchemico in cui le cose del mondo vengono salvate perché si aprono all’inaudito. Consapevoli della gabbia ontologica in cui ci troviamo, chiusi in quell’apparente unico orizzonte di cui l’intelligenza artificiale è specchio, posti sull’orlo di un baratro in cui tutte le certezze del passato mostrano le loro crepe mortali, nella vertigine della caduta, è proprio qui che paradossalmente si apre un nuovo orizzonte salvifico, preludio di un nuovo radicale inizio. Quando tutto crolla ed il passato è rotto si apre una faglia: possiamo cadere nell’abisso o saltare, con un grande volo verso l’alto.

In questa prospettiva l’intelligenza artificiale, punto estremo di un lungo cammino iniziato molto tempo fa, diventa una enorme possibilità perché è una finestra che si apre verso ciò che non abbiamo il coraggio di credere, ci spinge a ricercare una nuova forma del dire, del pensare e dell’agire. Ci rimanda a quello che siamo e a quello che non abbiamo il coraggio di rendere manifesto, ma che ci appartiene profondamente in quanto esseri umani, in un cambio di prospettiva radicale e profondo.

In questo grande guado, in cui una intera antropologia si consuma e muore, possiamo intravedere la possibilità di immaginare qualcosa di inedito, una umanità declinata in una maniera totalmente nuova, custode del senso e del mistero. L’uomo “è un re che si crede un mendicante”, amava ripetere Emanuele Severino. La sua misura di stare nel mondo non può rimanere chiusa nella prospettiva unica del controllare, dell’oggettivare, del dominare, del calcolare, del misurare, dell’immagazzinare e del capitalizzare il mondo. L’uomo è molto di più ed oggi si apre la possibilità di renderlo visibile.

Nel principe Myškin, protagonista dell’“Idiota” di Dostoevskij, possiamo trovare una figura paradigmatica dell’uomo che abita in modo radicalmente nuovo il mondo, in quella dimensione creativa che dà forma al venire alla luce dell’Essere, totalmente estraneo cioè alla volontà di potenza, di profitto e di convenienza delle categorie dominanti. La sua condotta, quasi come una sorta di finestra metafisica, ci mostra la possibilità di un mondo governato dall’amore e dalla grazia.

Egli è un uomo buono, radicalmente buono, che non agisce per affermarsi nel mondo, non impone, non ha strategie, non si difende ma è nel mondo, senza riserve o calcoli. La sua è un’etica che non pretende di trasformare il mondo nella logica dell’interesse o della forza, ma lascia che esso si manifesti, nella precisa scelta di testimoniare una verità che lo precede e di non fare dell’altro un oggetto. Egli mostra che è possibile esistere senza trasformare l’essere in un campo di esercizio della volontà. La sua è una bontà disarmata, scandalosa perché inefficiente.

Anche amando si sottrae totalmente ad una logica di efficacia che produca una trasformazione visibile della realtà. Ama nella dimensione della gratuità, del dono, lasciando essere l’altro. È uno squarcio di gratuità in un mondo in cui tutto deve servire a qualcosa per produrre capitale. Quando Myškin guarda qualcuno, non ne calcola l’utilità sociale o lo status economico, ne scorge immediatamente l’anima profonda, la sofferenza e la sacralità, disvelandoci che l’essere umano non è una risorsa da sfruttare o un problema da risolvere, ma un mistero dinanzi al quale ci si può solo inchinare.

L’Idiota fallisce politicamente e socialmente: non salva Nastas’ja, non redime Rogožin e sprofonda nuovamente nella follia. Ma è proprio in questo fallimento, in questa sua totale impotenza rispetto alle logiche del potere e del calcolo tecnico, che l’Idiota testimonia l’esistenza di un oltre. Le sue qualità morali di bontà e compassione, che alla logica dei più assumono i connotati di inabilità alla vita, in realtà lo ergono sopra tutti: uomo vero di quella realtà più vera di quella che presume di essere unica ed assoluta.

Il principe Myškin diventa dunque incarnazione di una precisa categoria etica, quella della “bontà insensata”, che nulla chiede in cambio, e che può trovare asilo anche nei nostri piccoli mondi.

In questa bontà senza contropartita, umanissima e insensata, Vasilij Grossman, un altro gigante della letteratura russa, vedeva racchiusa la speranza del mondo: la certezza che la bontà dell’uomo è una forza originaria che nessun totalitarismo riuscirà mai a sradicare del tutto. Nel suo capolavoro “Vita e destino” la ritirata tedesca nel fango e nella miseria diventa lo scenario in cui le donne russe che hanno perso i figli in guerra, guardando i giovani soldati nemici in fuga, provano una dolorosa e universale pietà materna, riconoscendoli semplicemente come esseri umani sofferenti.

Forse è arrivato il momento per ciascuno di noi di mettere in campo azioni concrete nell’unico orizzonte concesso. Dobbiamo allora dissotterrare quel piccolo grande idiota dentro di noi, sorgente profonda, sepolta da incrostazioni geologiche. Quella parte più intima e migliore di noi che ci toglie dall’illusione della separazione, facendoci sentire parte di un tutto. Perché dovremmo farlo? Perché la bontà insensata, quell’impulso immediato che un essere umano prova verso un altro essere umano, senza calcoli o secondi fini, spesso di nascosto e a proprio rischio, incurante delle barriere di classe, etniche e di schieramento politico, è quella dimensione che ci rende davvero umani e quindi profondamente felici.

Possiamo davvero ritenere che l’uomo attuale possa ordinare uno stato o la storia senza aver fatto prima ordine dentro se stesso? Un controllo civico e collettivo degli algoritmi basterà a determinare un impiego etico della intelligenza artificiale, o, senza un rinnovamento interiore, le stesse modalità predatorie, competitive, piegate su una logica di sfruttamento e profitto, si ripresenteranno in società diverse solo nella facciata? E se l’IA ci liberasse dai compiti puramente ripetitivi e calcolativi, un uomo non rinnovato si dedicherebbe davvero a ciò che lo rende profondamente umano e cioè alle relazioni profonde, all’arte, alla creatività, o cadrebbe ancora di più in quella sorta di “zombizzazione” a cui lo condanna la modernità?

Nei Dialoghi Confucio ci ricorda che “La virtù del saggio è come il vento, la virtù dell’uomo comune è come l’erba. Quando il vento vi soffia sopra, l’erba deve necessariamente piegarsi”. Ed è proprio così, è quella forza magnetica e radiante, contagiosa e destinata a riflettersi e moltiplicarsi nella comunità perché l’armonia del mondo non necessita di grandi numeri. Essa è il risultato macroscopico di microesperienze di benevolenza quotidiana. Forse solo allora sapremo creare ed informare un’intelligenza artificiale capace di sostenere l’uomo nel progetto di una società costruita su valori di giustizia, fraternità e bellezza. O forse, chissà, a quel punto non ne avremo nemmeno più bisogno.

Immagine: Anish Kapoor, I Black, 2020. Le opere di questa serie si prestano ad essere lette come una sorta di “icone della contemporaneità”, simboli di un cambio posturale, ontologico, dell’uomo nei confronti del mondo. I Black dell’artista indiano, al pari delle icone medievali, spostano il baricentro dell’esperienza fuori dell’opera, in una molteplicità di punti convergenti verso l’esterno. Il vantablack, un particolare materiale composto da nanotubi di carbonio che assorbe il 99,9% della luce, annullando ogni tridimensionalità, riflesso o contorno, produce un particolare effetto: la materia fisica del quadro sembra svanire, lasciando posto ad un vuoto infinito. L’invisibile entra nel visibile, l’infinito nel finito. Come nelle icone medievali siamo di fronte a quella che il grande pensatore russo Pavel Florenskij chiamò “prospettiva rovesciata”, quella prospettiva che, ben lontana dall’essere fine a sé stessa, diventa espressione tangibile di uno sguardo nuovo sul mondo: non più un osservatore che pretende illusoriamente di dominare il reale, sezionando lo spazio, sulla base di una menzogna geometrica, in una serie di linee convergenti verso un punto all’orizzonte unico e soggettivo, ma un osservatore che smessi i panni di colui che intende spiegare, calcolare e possedere, diventa lui stesso il punto di fuga su cui collassa l’inesprimibile. In altre parole ciò che è vivo non chiede di essere utilizzato, ma di essere visto, con uno sguardo di cura e d’amore. Forse la salvezza comincia proprio qui: nel coraggio di sostare davanti a ciò che non possiamo né consumare né possedere, ma soltanto amare, ovvero, lasciar essere. L’opera diventa allora “porta regale”, esperienza della soglia, che cala nella realtà materiale quella dimensione del mistero che è parte costitutiva di ogni essere.