L’intelligenza artificiale come progetto di civiltà.

Civiltà è il nome che diamo a ciò che una società costruisce di se stessa con i mezzi di cui dispone: le città e il diritto, la lingua e la misura del tempo, i modi di produrre, di relazionarsi, di trasmettere e di ricordare. Le grandi trasformazioni tecniche entrano in questo strato. La scrittura permette alla memoria di sopravvivere a chi la custodisce, l’orologio consente di coordinare le attività attraverso un tempo misurato e condiviso, la stampa estende un pubblico che legge le stesse pagine senza conoscersi. Ciascuna ha contribuito a ridistribuire ciò che si poteva sapere, chi poteva saperlo e a quali condizioni, trasformando istituzioni, gerarchie e forme di autorità. L’intelligenza artificiale entra nello stesso strato: interviene nella produzione della conoscenza, nella selezione di ciò che diventa visibile e nei giudizi attraverso cui gli attribuiamo valore.

La parola progetto chiede di più. Una civiltà si eredita, ma ogni generazione contribuisce a trasformarla attraverso scelte, conflitti e aspirazioni. Oggi possiamo riconoscere una parte decisiva di questa costruzione mentre avviene: le infrastrutture vengono finanziate, i sistemi progettati, le condizioni di accesso stabilite. Chi possiede questi mezzi ha un nome e un indirizzo.
Questa costruzione ha una dimensione geopolitica: chi controlla le infrastrutture dell’intelligenza artificiale può condizionare anche le possibilità di sviluppo delle società che le utilizzano. La dipendenza tecnologica riguarda così la libertà di scegliere quali conoscenze coltivare, quali attività sostenere e a quali condizioni.

Per l’Europa, un progetto di civiltà richiede anche la forza materiale per dare seguito alle proprie scelte. Le scelte si stanno già consolidando, ma la loro direzione può ancora essere discussa e modificata. Pensare l’AI come progetto di civiltà significa assumersi questa responsabilità: decidere quale vita comune vogliamo rendere possibile attraverso di essa.

L’Europa potrebbe partire da qui. L’intelligenza artificiale dovrebbe diventare parte di una riflessione sul modo in cui vogliamo vivere insieme: su come si costruiscono le relazioni sociali, si distribuisce il potere e si legittima il suo esercizio, sul rapporto fra conoscenza e libertà e sul ruolo della tecnica nell’esperienza umana. Considerarla soltanto un settore dell’innovazione significa separarla da ciò che le attribuisce una direzione. Le tecnologie prendono forma dentro immagini dell’essere umano, aspettative sul futuro e concezioni della convivenza; attraverso il loro sviluppo, quelle immagini diventano organizzazione materiale della società.

Quando immaginiamo una persona prevalentemente come un insieme di prestazioni, orientiamo la ricerca verso sistemi che possano misurarle, prevederle e sostituirle. Quando pensiamo la società come un problema di coordinamento da risolvere, cerchiamo tecnologie capaci di ridurre l’incertezza e rendere i comportamenti più governabili. Se riconosciamo nelle persone esseri che si formano attraverso relazioni, appartenenze e responsabilità reciproche, possiamo attribuire allo sviluppo tecnologico altre finalità. Queste concezioni convivono e si contendono risorse, istituzioni e consenso. Nessuna innovazione arriva in uno spazio vuoto.

L’immaginario ha conseguenze materiali. Influisce su ciò che appare necessario finanziare, sui problemi considerati urgenti, sui risultati riconosciuti come successi. Può farci sembrare inevitabile che l’intelligenza debba concentrarsi in poche infrastrutture, che ogni attività debba essere ottimizzata, che il futuro consista nell’adattamento continuo delle persone alle possibilità delle macchine. Quando queste convinzioni diventano presupposti indiscussi, una scelta di società comincia a presentarsi come il semplice corso del progresso.

Questo rapporto agisce anche nella direzione opposta. La disponibilità di capitali, la proprietà delle infrastrutture e gli interessi di chi le controlla contribuiscono a selezionare le immagini del futuro che acquistano visibilità e forza. Una promessa sostenuta da investimenti, prodotti e servizi entra nella vita quotidiana e diventa credibile anche attraverso la propria presenza. Altre possibilità restano difficili da immaginare perché mancano delle condizioni materiali per essere sperimentate. La costruzione del futuro avviene dentro questa relazione fra idee e potere.

L’Europa potrebbe affrontare lo sviluppo dell’AI a questa profondità: come un progetto di civiltà del quale discutere le premesse e scegliere la direzione. Anche la competizione tecnologica contiene una concezione della vita comune. Chiedere di correre più velocemente o di rallentare, come capita in questi giorni, lascia irrisolto che cosa intendiamo costruire attraverso quella corsa e quali rapporti di potere siamo disposti a consolidare.

L’intelligenza artificiale dovrebbe diventare parte di una riflessione sul modo in cui vogliamo vivere insieme: su come si costruiscono le relazioni sociali, si distribuisce il potere e si legittima il suo esercizio, sul rapporto fra conoscenza e libertà e sul ruolo della tecnica nell’esperienza umana.

Proprio ieri Trump ha rivendicato all’assemblea UN l’intelligenza artificiale come affare di Stato, dentro una visione della potenza americana che comprende anche e soprattutto la sua dimensione militare. Di fronte a questa impostazione, l’Europa dovrebbe elaborare uno sguardo diverso: assumere l’AI come progetto di civiltà, radicato nella vita delle comunità, nella loro libertà e nella possibilità di costruire un futuro condiviso.

Una direzione europea potrebbe prendere forma attraverso le comunità. È il termine che scelgo per nominare questa possibilità, senza esaurire gli altri paesaggi collettivi, le forme di appartenenza e di cooperazione attraverso cui le persone possono organizzare la vita comune e partecipare alle decisioni sul proprio futuro. Luoghi nei quali le persone producono conoscenza, riconoscono bisogni, organizzano attività e assumono responsabilità reciproche. Il loro valore politico risiede nella possibilità di partecipare alla costruzione delle condizioni della propria esistenza. L’essere umano vive e abita un paesaggio attraverso legami che contribuisce a trasformare, e il valore della sua vita eccede la funzione economica che svolge.

La cultura europea offre risorse per elaborare questa visione. Il pensiero della persona e della relazione, la tradizione cristiana del bene comune, le esperienze di cooperazione e mutualismo, le conquiste della libertà e dei diritti sociali possono concorrere a darle forma. Sono eredità attraversate da contraddizioni e conflitti, dalle quali non discende automaticamente un modello tecnologico. Occorre un lavoro culturale e politico che le interpreti nel presente e le trasformi in un orientamento discutibile e condivisibile anche da chi parte da convinzioni differenti.

In questa ricerca, leggo le immagini proposte da Magnifica Humanitas come un contributo a un diverso immaginario della tecnica. Nel confronto fra Babele e la ricostruzione narrata da Neemia, l’enciclica colloca il costruire dentro una scelta sul rapporto fra potenza, diversità e vita comune. La mia lettura è che questo racconto possa aiutarci a immaginare una modernizzazione il cui significato maturi nella responsabilità di edificare insieme.

Per chi crede, queste immagini hanno un significato teologico che non si esaurisce nella loro interpretazione culturale. Nel dibattito pubblico possono comunque aprire una domanda condivisa: quale forma di convivenza rende desiderabile l’aumento della nostra potenza tecnica? È una domanda che orienta il senso dello sviluppo e che deve accompagnarlo anche quando nuove possibilità ne modificano le condizioni.

Da qui vorrei pensare un’intelligenza artificiale delle comunità federate europee. Il suo carattere comunitario dovrebbe risiedere nelle ragioni per cui viene costruita, nell’idea di persona che assume, nei rapporti che rende possibili e nel potere attribuito a chi partecipa al suo sviluppo.

Questa visione deve orientare concretamente gli investimenti, la ricerca e la proprietà delle infrastrutture. Servono capacità scientifiche e industriali anche di grande scala, che le comunità possano condividere e governare insieme. Non occorre che ciascuna costruisca un proprio sistema: occorre che abbia voce e potere sulle finalità, sull’impiego delle risorse comuni e sulla distribuzione dei benefici.

Anche prestazioni e criteri di valutazione appartengono a questa costruzione. Una visione della persona non si traduce direttamente in una formula matematica; orienta però la scelta dei problemi, dei dati, degli obiettivi e delle condizioni d’impiego. Le misure consentono di verificare se un sistema raggiunge determinati risultati. Stabilire quali risultati meritino di essere perseguiti, a quali costi e a beneficio di chi rimane una responsabilità sociale e politica.

Gli Stati e la UE dovrebbero sostenere questa direzione trasferendo, secondo sussidiarietà, alle comunità europee federate risorse, servizi, strumenti, infrastrutture e poteri necessari a sviluppare l’ecosistema dell’AI. Sarebbe il passaggio materiale attraverso cui un orientamento culturale acquista durata e possibilità di incidere. Senza quel trasferimento, il linguaggio della partecipazione potrebbe limitarsi a rivestire una dipendenza rimasta intatta.

Certo le comunità, a loro volta, possono produrre conformismo, gerarchie ed esclusioni. La loro autorità allora deve quindi restare contestabile, anche da chi non si riconosce nei valori prevalenti. Un’intelligenza artificiale comunitaria dovrebbe preservare la possibilità di discutere l’immagine che una comunità dà di se stessa.

La ragione per partire da questa riflessione è che lo sviluppo tecnologico contribuisce a formare il mondo nel quale impareremo a riconoscerci. Le sue categorie possono diventare abitudini, le sue possibilità aspettative, i suoi criteri modi di giudicare noi stessi e gli altri. Una volta entrati nelle pratiche quotidiane, questi orientamenti acquistano una forza che supera le intenzioni iniziali di chi li ha progettati.

L’Europa dovrebbe costruire la potenza tecnica necessaria a partecipare a questa trasformazione, dandole una direzione attraverso la propria pluralità culturale e sociale. La sua autonomia acquisterebbe significato nella possibilità delle persone e delle comunità di concorrere alla definizione del futuro, disponendo dei mezzi per realizzarlo e della libertà di rimetterlo in discussione.

Un progetto dell’intelligenza artificiale dovrebbe tenere insieme la potenza necessaria a costruire il futuro e la libertà delle comunità di determinarne la direzione. L’autonomia tecnologica dell’Europa avrebbe così un significato nella vita di chi la abita. Senza questo legame, potremmo diventare meno dipendenti da altre potenze e restare altrettanto dipendenti da chi, dentro i nostri confini, possiede i mezzi con cui il futuro viene costruito.

Immagine: Fernand Léger, Les Constructeurs (1950), su sfondo blu. Figure umane lavorano fra strutture metalliche monumentali. Una civiltà che prende forma attraverso un’opera condivisa: la potenza delle infrastrutture rimane legata alla presenza delle persone.