Alex Karp, il grande, intelligente, manovratore di Palantir, pochi giorni fa ha detto alcune cose. La prima: Palantir e Nvidia stanno costruendo insieme l’AI sovrana americana, uno stack unico, US in ogni sua parte, dalle GPU ai modelli fino al livello applicativo che li governa. La seconda: questo progetto nasce contro la Silicon Valley dei laboratori di frontiera, non con loro. La terza: l’Europa non è un interlocutore ma un monito, il continente che si è regolamentato fuori dal mercato, le cui aziende esistono solo dietro il muro delle norme.
Poi un affondo contro Altman e Amodei. Il loro modello di business, far pagare i token, per Karp è un doppio inganno: paghi per token che non valgono nulla, il token maxing, e intanto cedi al laboratorio i tuoi dati, la tua telemetria, l’alpha della tua azienda. Stai finanziando chi ti metterà fuori mercato.
E le aziende, dice Karp, se ne stanno accorgendo. I suoi clienti sono furiosi. Non è la paura della Cina a rallentare l’adozione dell’AI in America: è la ribellione di chi ha capito che sta trasferendo il valore del proprio business a qualcun altro. Karp dice di non essere anti-Anthropic, ci mancherebbe con i contratti milionari in essere, dice di essere pro-clienti.
Non modelli e non token. Con Nvidia ha lanciato un motore intelligente per far girare i modelli aperti Nemotron negli ambienti sovrani di agenzie governative e infrastrutture critiche americane: il cliente installa il modello sui propri server, lo addestra sui propri dati e ne conserva i pesi, i parametri numerici che costituiscono il modello, ciò che possiedi quando possiedi un’AI. Ma tutto ciò che rende quei pesi utilizzabili resta di Palantir: l’ontologia, cioè lo schema che traduce i dati grezzi di un’organizzazione in categorie operative (cos’è un cliente, un bersaglio, un rischio); l’orchestrazione, il software che decide quale modello risponde a quale richiesta e con quali permessi; l’audit, il registro di chi ha fatto cosa. Palantir non ha rilasciato un modello, ma l’apparato per possederne uno.
Il modello di business, quindi: il token maxing, pagare a consumo ogni richiesta al modello, viene sostituito da quello che si potrebbe chiamare platform locking. Non paghi per ogni chiamata, paghi per non poter più uscire. Un’ontologia Palantir, una volta che ha assorbito i processi di un ministero o di un’azienda, non si migra: il vantaggio competitivo non è il modello, è il costo di uscita. E l’accusa che Karp rivolge ai laboratori, “guardano i tuoi dati”, si rovescia: chi definisce le categorie con cui un’organizzazione legge sé stessa ha un accesso più intimo di chi processa token. L’alpha non viene estratto, viene tradotto nel linguaggio di Palantir che diventa la condizione per leggere il proprio stesso business.
Del resto Palantir non è nemmeno contro i modelli chiusi: dal 2024 ha una partnership proprio con Anthropic per portare Claude negli ambienti classificati del governo USA. La guerra ad Altman e Amodei è posizionale: ridurre i laboratori a fornitori intercambiabili di una commodity, mentre margine e controllo si spostano sul livello che Palantir presidia. La sovranità che vende è una sovranità mediata, il cliente è sovrano nella misura in cui Palantir glielo certifica. “No application layer, no love” è il pedaggio, dichiarato con orgoglio.
L’ontologia di Palantir è il vero capolavoro di Alex Karp: non la vendita di un software, ma l’imposizione di una gerarchia obbligatoria. Quando un’azienda o uno Stato adottano l’infrastruttura palantiriana stanno subendo un esproprio epistemologico. Categorie blindate stabiliscono a priori cosa conti come rischio, valore o bersaglio. È un recinto semantico perfetto perchè non ti tolgono la proprietà fisica ms ti impediscono di pensare la realtà con categorie tue.
Questa è l’esproprio simmetrico a quello che Karp denuncia nei laboratori: la sovranità sbandierata come trofeo. Sventolare i pesi aperti dei modelli distribuiti come conquista di libertà è un’operazione da prestidigitatori. Che te ne fai di possedere i pesi di un motore neurale se la chiave d’accesso al suo senso, al suo indirizzamento e alla sua validazione legale è interamente blindata da un’unica piattaforma proprietaria? È il notaio feudale portato alle estreme conseguenze digitali: ti consegna la pergamena della proprietà formale ma si riserva il monopolio esclusivo delle strade, dei mulini e dei tribunali. I pesi sono tuoi, ma la realtà la gestisce chi detiene l’ontologia.
Per tutto il resto siamo sempre lì, oltre la contesa tra la Silicon Valley dei token e i contractor della difesa di Denver, perché questa intera architettura poggia su un pilastro rimosso: l’estrazione materiale e cognitiva invisibile. I data center bruciano fiumi d’acqua e gigawatt di energia che impoveriscono territori reali, mentre il lavoro cognitivo di miliardi di esseri umani viene digerito dai crawler per nutrire i dataset senza un briciolo di reciprocità. Parlare di sovranità nazionale o di sicurezza aziendale serve esattamente a mascherare questa voragine estrattiva materiale, umana e cogntiva.
La risposta non può essere la nostalgia di un’ Europa burocratica che legifera nel vuoto pneumatico della propria irrilevanza industriale. Ma qui Karp ha ragione solo a metà, ed è la metà sbagliata: l’errore europeo non è stato regolare, è stato regolare senza costruire. Il passaggio normativo era corretto, sarebbe stato persino profetico, se accompagnato da uno sviluppo tecnologico proprio o almeno dalla difesa strategica di ciò che l’Europa già possiede: ASML, l’unica azienda al mondo capace di fabbricare le macchine litografiche da cui dipende ogni GPU americana e ogni ambizione cinese. L’Europa aveva in mano il pedaggio più prezioso dell’intera filiera e lo ha trattato come un’azienda qualunque, mentre scriveva norme per tecnologie altrui. La regola senza proprietà è un muro attorno a una stanza vuota.
Né la risposta può essere l’accettazione passiva di un’alternativa tra il monopolio dei token e il monopolio dell’ontologia. Un’ alternativa possibile, ma altre ce ne saranno, richiede una tecnodiversità radicale e federata. Significa spezzare la monocoltura tecnologica attraverso infrastrutture pubbliche, locali e comunitarie, dove il codice, l’energia e i dati siano sottoposti a regimi di sovranità diffusa e non delegata. Se non c’è reciprocità strutturale, se chi conferisce energia, territorio e intelligenza non detiene una quota irriducibile di controllo e ritorno, ogni discorso sulla sovranità digitale rimane soltanto la retorica con cui i nuovi signori feudali ridefiniscono i confini dei loro latifondi.