Fable e la falsa sovranità americana

Il governo americano, bloccando Fable, non è più forte. Al contrario: quel divieto è una clamorosa confessione di impotenza. Tradisce il panico di un Leviatano novecentesco che applica la grammatica obsoleta delle dogane e dei confini fisici a un’infrastruttura immateriale e deterritorializzata per definizione.


C’è questo mondo in cui nessuno ha deciso di costruire una distopia. In cui ogni decisione, presa separatamente, ha una sua logica: proteggere la sicurezza nazionale, accelerare l’innovazione, non restare indietro nella competizione globale. Un mondo in cui i cittadini continuano a votare, a protestare, a firmare petizioni e in cui tutto questo non cambia nulla di sostanziale, perché le decisioni che contano vengono prese altrove, in luoghi che non hanno un indirizzo a cui presentare ricorso. La democrazia funziona ancora come interfaccia. Come schermo su cui si proietta il malcontento mentre il potere reale si è già spostato dentro le infrastrutture, dentro i modelli, dentro i protocolli che nessuna assemblea elettiva ha mai discusso e che nessun voto può modificare.

In questo mondo un governo emette un ordine. Dice che un modello di intelligenza artificiale, uno dei più potenti mai costruiti, non può essere usato da chi non ha il passaporto giusto. L’azienda che lo ha costruito non è d’accordo, lo dice pubblicamente, e poi si adegua; si adegua perché i suoi server, i suoi contratti, la sua stessa esistenza giuridica dipendono dallo Stato che ha emesso quell’ordine. È una notizia di cronaca, dura pochi giorni, poi sparisce. Ma c’è una cosa che ha dimostrato e non sparisce: che la linea che separa chi ha accesso al futuro cognitivo da chi no coincide con la linea del passaporto. Che la sicurezza non viene valutata secondo l’uso, il rischio, la responsabilità, viene attribuita secondo uno statuto politico della persona.

Nick Land, l’ideologo amico dei potenti delle Big Tech, descriveva il tecno-capitalismo come una forza di deterritorializzazione assoluta, una macchina che sfugge per definizione al controllo degli Stati nazionali per dissolverne i confini. La mossa americana su Fable è il tentativo opposto: ri-territorializzare l’intelligenza artificiale, costringere la singolarità algoritmica dentro i confini geopolitici di Washington e trasformare i laboratori di ricerca estrema in vassalli statali. La subordinazione infrastrutturale e giuridica di aziende come Anthropic, che si adeguano pur contestando la sproporzione della misura, dimostra come l’autonomia delle imprese dell’alta tecnologia termini esattamente dove inizia l’apparato statale che ne garantisce proprietà, contratti, cloud e accesso al mercato.

Ma tra di loro è un gioco. Tra Stato e Big Tech esiste una dipendenza reciproca che nessun ordine esecutivo può spezzare: lo Stato ha bisogno delle piattaforme per la capacità computazionale, il talento tecnico e la velocità di innovazione che nessuna agenzia federale può replicare; le piattaforme hanno bisogno dello Stato per la protezione di mercato, i contratti federali e la legittimità giuridica che le tiene in piedi. Questa simbiosi non si interrompe con una direttiva, si piega, si adatta e poi torna. Il servilismo reciproco è la struttura profonda del sistema, non un’eccezione. La restrizione su Fable è una mossa nel gioco, non la fine del gioco.

E i cittadini americani? L’ordine stabilisce che saranno loro, eventualmente, a poter riottenere Fable, ma nel frattempo ne sono privi anch’essi: per conformarsi alla misura, l’azienda ha dovuto interrompere l’accesso complessivo. Il privilegio arriva dopo, come riammissione selettiva. Se questa distinzione diventasse stabile, potrebbe diffondersi tra i cittadini inclusi la sensazione che il passaporto giusto garantisca l’accesso a ciò che altri non possono avere, che la propria normalità coincida con il futuro e che il resto del mondo sia, quasi naturalmente, meno attrezzato per comprendere il presente.

I cittadini hanno voce, possono protestare, votare, firmare petizioni. Però restano inermi: non hanno leva sulle infrastrutture che determinano la forma del loro pensiero. E questo vale per tutti, americani, cinesi, europei, indiani, russi, perché in nessuno di questi sistemi il cittadino ha deciso quali modelli addestrano la sua realtà, quali dati li alimentano e quali priorità incorporano. La differenza tra loro non è di libertà: è di quale gabbia abitano e con quale grado di consapevolezza.

Eppure, quando si guarda più a fondo, la differenza prodotta dal passaporto è reale ma non coincide con la libertà. Reale perché determina chi accede e chi no e questo non è solo un particolare simbolico; è un’asimmetria concreta che struttura le possibilità cognitive di una persona. Ma l’accesso non è potere e il cittadino americano che userà Fable non avrà deciso come è stato addestrato, su quali dati, con quali priorità incorporate, con quali limiti invisibili. Non saprà cosa non gli viene mostrato, non avrà nessuna leva per modificarne l’architettura. È dentro il sistema più del cittadino europeo escluso, ma non lo governa più di lui. La sua condizione non è libertà ma è dipendenza confortevole. E la dipendenza confortevole è la forma più stabile di sudditanza, perché non produce la tensione necessaria a riconoscersi come sudditi.

Siamo tutti uguali nella miseria cognitiva, anche se la miseria si presenta in forme diverse. Il cittadino che avrà accesso a Fable e quello che non ce l’avrà condividono la stessa condizione fondamentale: nessuno dei due ha deciso come quell’intelligenza è stata costruita, quali valori incorpora, cosa esclude, cosa amplifica e verso quale idea di mondo orienta chi la usa. La differenza di accesso è reale, determina opportunità, velocità, capacità operative, ma non tocca la questione del potere. Essere utenti di serie A non è libertà. Il cittadino americano con Fable e il cittadino africano senza sono entrambi esterni all’unica decisione che conta, chi progetta il sistema, con quali fini e secondo quale idea di umanità. Quella decisione è già stata presa, altrove, da pochi, senza che nessuno dei due fosse nella stanza.

Questa uguaglianza nella miseria svela il grande inganno della Silicon Valley: la confusione deliberata tra l’autonomia dell’utente e la sovranità del cittadino. Il cittadino di serie A sperimenta una potenza puramente esecutiva, mai istitutiva; può chiedere al sistema di accelerare i suoi compiti, ma non può chiedergli di ridefinire i propri presupposti. È la riduzione del pensiero a subappalto. Mentre l’escluso subisce una miseria materiale, l’incluso patisce una miseria spirituale e politica, anestetizzato da un’interfaccia così comoda da rendere invisibile il recinto.

Entrambi, però, hanno subito lo stesso esproprio: i loro dati, le loro lingue e le loro interazioni sono stati estratti per addestrare un Leviatano cognitivo che ora si fa scudo del passaporto per decidere chi può guardare nel futuro e chi deve restare indietro. La decisione su cosa sia la verità, su cosa sia il senso, è già stata presa a monte, confiscata da un’aristocrazia tecnica che ha trasformato l’esperienza umana in una risorsa proprietaria.
Si sta consumando, con una rapidità che molti governi fingono ancora di non vedere, il fallimento politico degli Stati che dichiarano di voler proteggere la democrazia senza costruirne le condizioni materiali.

Il governo americano, bloccando Fable, non è più forte. Al contrario: quel divieto è una clamorosa confessione di impotenza. Tradisce il panico di un Leviatano novecentesco che applica la grammatica obsoleta delle dogane e dei confini fisici a un’infrastruttura immateriale e deterritorializzata per definizione. Sembra un atto di egemonia ma è una ritirata. Impedendo l’accesso al resto del mondo, Washington rinuncia deliberatamente al suo soft power più pervasivo, la colonizzazione silenziosa dell’immaginario globale attraverso i propri standard di allineamento e crea un vuoto che costringerà gli altri paesi a cercare l’autonomia o l’alleanza con Pechino. Lo Stato non sta governando il futuro cognitivo; sta solo ammettendo di non poterlo controllare se non barricandosi all’interno del proprio passaporto. Quella linea di faglia non recinge una potenza, recinge un castello assediato.

Ma il fallimento americano non è un’eccezione, è la versione più visibile di una resa più diffusa. Le nazioni che si presentano come custodi dello Stato di diritto non hanno perso formalmente la sovranità, l’hanno svuotata, accettando che una parte crescente dello spazio pubblico dipenda da infrastrutture che non possiedono, non governano e non possono sostituire. Ogni volta che un ospedale o un sistema giudiziario trasferisce dati e capacità decisionali dentro piattaforme proprietarie, lo Stato non compra un servizio: cede una parte della propria facoltà di determinare le condizioni entro cui la collettività pensa, decide e agisce. Hanno preferito comprare accesso invece di costruire capacità e il costo differito è la perdita di leva politica.

Esercitano quasi esclusivamente un potere correttivo, dopo aver ceduto ad altri il potere costitutivo: quello di progettare l’ambiente dentro cui le regole dovranno poi operare. La democrazia non viene abolita, viene confinata alla gestione delle conseguenze.

È dentro questa nuova democrazia che il cittadino si svuota dall’interno. Resta il nome, resta la procedura elettorale, ma la sostanza e la capacità di incidere sulle condizioni materiali della propria esistenza cognitiva è già altrove. La cittadinanza si trasforma in un account con un abbonamento che abilita accesso, protezione e servizi, revocabile come qualunque licenza d’uso. E l’algoritmo non è una metafora: è la nuova fonte normativa, che decide tempi, procedure, priorità, accessi, compatibilità, senza dialogo, senza riconoscimento della comunità come soggetto. Un potere che non deve essere giustificato perché si presenta come tecnico, neutrale, inevitabile e che proprio per questo diventa più difficile da contestare di qualsiasi forma di potere esplicito che la storia abbia prodotto prima

  • carl |

    Il fatto è che forse il concetto più importante espresso nell’articolo è:
    “Siamo tutti uguali nella miseria cognitiva, anche se la miseria si presenta in forme diverse.”
    E qui aggiungerei che sia nell’articolo odierno che in quello p.v. Lei, magari, potrebbe abbordare quel concetto che, come al solito, viene “gergalmente” espresso in inglese.. E cioè “jailbreak/jailbreaking…”.
    D’altronde nessun sistema software è in grado sia di garantire una totale resistenza al jailbreaking, nè una totale inesistenza di falle, bugs, etc.

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