Ogni tanto vale la pena fermarsi e leggere un testo che non cerca di convincere nessuno, ma di spostare il punto da cui guardiamo le cose. Come questo che torna a Primo Levi, al suo Versificatore e usa quella storia per mostrare qualcosa di più scomodo: che forse l’intelligenza artificiale non sta distruggendo l’umano, ma sta semplicemente rendendo visibile ciò che eravamo già diventati dentro una cultura della produttività che da tempo confonde valore e produzione. Lo pubblico perché, nel rumore di fondo dell’opinione pubblica, ogni tanto serve qualcuno che cambi la domanda. Anche quando la risposta resta aperta.
Ho conosciuto Alessandro Canzian, fondatore della casa editrice Samuele, amico, poeta e autore di questo testo, nel mezzo della Sardegna, in una giornata troppo calda di fine estate, durante un premio letterario. Eravamo diversi su quella panchina d’incontro, ma proprio per questo vicini. A volte accade qualcosa di raro: ci si riconosce subito nello stesso punto fragile della vita, quello dove le difficoltà e la bellezza non sono più separabili. Il testo che segue nasce da lì. E forse anche per questo vale la pena leggerlo con attenzione.
di Alessandro Canzian.
Si, può sembrare un titolo un po’ provocatorio, ma la questione è proprio questa: ChatGPT e la famiglia nel bosco sono molto più simili di quel che si possa pensare. Sono entrambi fatti che portano le persone, la massa, a sentirsi in dovere di prendere una posizione. Per la maggior parte delle volte senza avere realmente approfondito. E parliamo di migliaia di persone se non addirittura della politica, la rappresentazione di ciò che è la società in un dato momento e in un preciso luogo. E le posizioni raramente sono molteplici, sfaccettate. Potremmo quasi ironicamente parlare di un bicameralismo dell’opinione pubblica che si risolve in: bianco o nero, pro o contro. In un eccesso di posizionamento che può solo accettare gli estremi negandone le sfumature. Addirittura i significati intermedi. Con l’effetto di rimarcare drammaticamente quel che è la cosa più semplice ma oggi più complessa da gestire: la realtà.
Perchè la realtà c’è sempre, questo è un fatto, ma è invisibile, nascosta dietro non solo la narrazione ma quel che la massa può comprendere e accettare. Sempre, si ribadisce, senza approfondire. IA vuol dire tante cose: guerra, si pensi agli accordi e non accordi di Anthropic e OpenAI, dall’Ucraina all’Iran, vuol dire medicina, ricerca, vuol dire anche propaganda, fake news, bullismo politico, destabilizzazione sociale. Eppure quel che più polarizza l’attenzione della massa è l’uso dell’IA in letteratura e nel mondo del lavoro. Un po’ come la famiglia, appunto, del bosco. Una fra le tante probabilmente ma capace di polarizzare l’attenzione.
Nella stampa escono quotidianamente studi sull’IA che toglierà il lavoro a migliaia di persone così come sui Social e nei vari lit-blog si discute della non legittimità dell’IA di fronte alla “sacra” creatività umana. Un po’ come stare attenti che la propria sedia non prenda fuoco in una casa che già brucia. La questione resta un’altra e lo dico pur sapendo che il lavoro e la AI è un tema che inquieta: l’innovazione IA non minaccia ma svela, e lo fa da sessant’anni. Si pensi al racconto Il versificatore di Primo Levi, pubblicato per la prima volta il 17 maggio 1960 sul settimanale “Il Mondo” nella rubrica “Il Novellino”. E non siamo lontani (anzi!) da Tape Mark I di Nanni Balestrini, scritta nel 1961 e pubblicata per la prima volta nell’Almanacco Letterario Bompiani del 1962. Con la differenza che l’uno (Balestrini) guardava bruciare il mondo, l’altro (Levi) osservava il paradosso dell’uomo.
Poeta (fra sé, annoiato e frettoloso): “Uff! Qui non si finisce mai. E che lavori, poi! Mai un momento di libera ispirazione. Carmi nuziali, poesia pubblicitaria, inni sacri… nient’altro, tutta la giornata. Ha finito di copiare, signorina?”
Questo, e gli altri a venire, è un estratto da Il versificatore. Il contesto è un Poeta che decide di acquistare una macchina capace di scrivere versi. E qui c’è già una critica ferocemente pertinente non solo al poeta degli anni ’60 ma anche al poeta odierno. Scrivere come lavoro (il Poeta ha una segretaria), scrivere a tutti i costi, scrivere per esistere, scrivere come atto identificante del proprio protagonismo. O meglio, mi correggo, come atto identificante del protagonista che ambiamo d’essere. Da questo non solo le migliaia di pubblicazioni di libri di poesia, di narrativa anche, ma la saturazione nei social di testi estemporanei lasciati alla mercé (necessaria) dei like. Che poi è diventato il metro di misura per le pubblicazioni.
Uscendo dall’ambito letterario un’affermazione dell’intelligente Francesco D’Isa sul suo profilo Facebook, in riferimento a delle lezioni a scuola: L’uso prevalente (dichiarato) è quello che ci si aspetta: riassunti, spiegazioni, supporto allo studio. Ma c’è una frase che mi ha colpito, detta con una semplicità disarmante da qualcuno: “ci danno troppi progetti, anche belli, ma come fai a farli tutti senza AI?” A proposito della radice della cultura della produttività. (11 marzo)
La radice della cultura della produttività di cui parla D’Isa è il valore che si attribuisce a una persona prendendo come parametro la sua produttività. Il che poi apre tutto lo scenario delle figure portanti della produttività: chi sfrutta e chi è sfruttato. Chi sfrutta elargisce uno stipendio la maggior parte delle volte sottosoglia chiedendo sempre maggiore produttività. Chi viene sfruttato invece vive l’innalzamento della richiesta come un un male necessario alla sopravivvenza, svincolandola dalla reale qualità del processo. Ne consegue un mondo che si gerarchizza quasi militarmente in compiti slegati dall’insieme, dalla società stessa, dalla qualità stessa del “pezzo” e del risultato complessivo e collettivo.
E questo non è un problema dell’IA ma un problema dell’essere umano e della società che crea. Perchè è facile accusare l’IA e preservare (fintamente) l’umano dimenticando che non è l’IA che licenzia le persone, ma altre persone. Era il 2002 quando usciva 28 giorni dopo con la terribile quanto verissima affermazione di fronte agli zombie: “non è cambiato nulla, vedo solo persone che uccidono altre persone”.
Poeta: “Ah, non creda che io non la capisca. Anche da parte mia è una scelta dolorosa, piena di dubbi. Esiste una gioia, nel nostro lavoro, una felicità profonda, diversa da tutte le altre, la felicità del creare, del trarre dal nulla, del vedersi nascere davanti, a poco a poco, o d’un tratto, come per incanto, qualcosa di nuovo, qualcosa di vivo che non c’era prima…” (Freddo ad un tratto) “Prenda nota, signorina: «come per incanto, qualcosa di nuovo, qualcosa di vivo che non c’era prima, puntini»: è tutta roba che può servire.”
Levi fa un’osservazione acuta e pertinente di fronte alla macchina: “esiste una gioia, nel nostro lavoro, una felicità profonda”. Ricorda (con tutta evidenza nostalgicamente) il Leopardi di “Felicità da me provata nel tempo del comporre, il miglior tempo ch’io abbia passato in mia vita, e nel quale mi contenterei di durare finch’io vivo. Passar le giornate senza accorgermene, parermi le ore cortissime, e maravigliarmi sovente io medesimo di tanta facilità di passarle” (Zibaldone, 4417-18, 30 novembre 1828). Ma Levi non tratta di una gioia pura, immersa nel vivente. Levi intende il paravento della soddisfazione di una produzione. Tanto più che mette da parte il “pezzo buono” uscito e che può essere riutilizzato alla bisogna.
Decostruisce, Levi, l’umano, rendendolo “produttore”, uno sterile impegato. Ma nemmeno la gioia lo salva perchè quella che prova non è gioia, è solo produzione.
Poeta (a un tratto si fa molto riservato): “Non ho ancora deciso. Favorevoli o non favoreli. Se ne potrà parlare, ma… solo col preventivo alla mano.”
E qui si svela l’intera questione che sa d’essere ma non vuole essere detta. Tutto si risolve nel preventivo, nel costo. Il Poeta è un impiegatuccio che deve produrre perchè la produzione è il suo valore, la produzione è l’ombra di una gioia che gli dice d’essere umano nonostante capisca che quel suo essere umano, o ciò che pensava d’essere, altro non è che un sistema poco performante di fronte alla macchina.
Quindi cosa sceglie di fare? Ne valuta il costo, applica la medesima scala di valori che altri applicano a lui: costi-benefici. Non misura sé stesso ma l’aumento di produttività e il costo che dovrà pagare.
Nulla di molto diverso dal valore che si da oggi al personaggio poeta, alla sua spendibilità in eventi, in rassegna stampa, in like e vendite.
Poeta (al pubblico): “Posseggo il Versificatore ormai da due anni. Non posso dire di averlo già ammortizzato, ma mi è diventato indispensabile. Si è dimostrato molto versatile: oltre ad alleggerirmi di buona parte del mio lavoro di poeta, mi tiene la contabilità e le paghe, mi avvisa delle scadenze, e mi fa anche la corrispondenza: infatti, gli ho insegnato a comporre in prosa, e se la cava benissimo.“
Alla fine il Poeta rinuncia a chiedersi chi è e come migliorare di fronte alla macchina e de-valorizza la poesia (il suo lavoro) mettendola alla pari con la contabilità, le paghe, le scadenze. Ammette, tra le righe, che di fronte alla macchina sono tutte il medesimo lavoro, e lo accetta anche lui. Lui stesso perde intrinsecamente (non pubblicamente) la definizione di Poeta perchè per la maggior parte delle volte è la macchina che lavora per lui. E funziona, e il fatto che funzioni non è vincolato solo a lui ma anche all’accettazione da parte dei clienti del lavoro. Non importa che sia stato l’umano o la macchina a scrivere, il cliente paga e non se ne accorge, non si chiede l’origine o la da per scontata.
Il fatto che il processo funzioni dichiara che il problema, come si diceva, non è la macchina/l’IA ma ciò a cui si da valore. È l’incapacità umana di cercare la propria unicità perchè totalmente immersa nella scala valoriale data. Che ha come unica conseguenza l’appiattimento di tutto, non l’autocritica e lo sprone alla ricerca.
Fa paura l’IA ma non per i motivi corretti. Non per il suo uso bellico, non per la sua propaganda di destabilizzazione sociale, fa paura perchè si pensa che renderà meno utile l’umano, meno unico (sempre nella scala valoriale data). Peccato che sia stato già l’umano a rinunciare alla sua utilità, alla sua unicità, per una semplice produttività. Per una semplice presa di posizione di fronte alla famiglia del bosco, senza alcuna utilità concreta.
E su questo, Levi, immaginiamo abbia fatto una gran risata amara nell’ultimissima frase de Il versificatore. Che ribalta tutto, e ribaltando dice veramente tutto. Ancora oggi.
Immagine: Marcel Duchamp — La sposa messa a nudo dai suoi scapoli. 1915-1923. Duchamp costruisce una macchina simbolica del desiderio e della produzione. Non è una macchina reale, è un diagramma di relazioni. Molto simile alla questione dell’IA: l’atto creativo diventa un sistema di processi, non più un gesto romantico individuale.