Immaginate di avere una fabbrica in Vietnam. Il terreno l’avete comprato voi, gli impianti li avete pagati voi, le persone le avete assunte voi. Producete chip e un cliente cinese vuole acquistarli: prezzo concordato, siete pronti a consegnare. Ma per quella vendita può servirvi il permesso di Washington.
Gli Stati Uniti non possiedono la vostra fabbrica e il chip non ha mai attraversato il loro territorio. Eppure, se lo avete prodotto grazie a determinate tecnologie americane e la transazione rientra nei controlli previsti, le regole statunitensi possono raggiungerlo anche lì. È l’effetto delle Foreign Direct Product Rules. La fabbrica è immaginaria, il meccanismo giuridico è reale. E la lezione è brutale: avete comprato la capacità di produrre senza acquisire la libertà di decidere che cosa farne.
Ora spostate quella fabbrica dal Vietnam all’Europa. Quali dipendenze avete davvero eliminato cambiando territorio? Cambiare la geografia non basta a cambiare la gerarchia.
La discussione sulla sovranità digitale è oggi dominata da un’illusione: che la bandiera sul data center, la nazionalità formale di un modello, il confine dentro cui si conservano i dati siano misure di autonomia. Ma la sovranità digitale non si misura dalla bandiera né dal passaporto di un algoritmo. Si misura dalla capacità effettiva di decidere le condizioni materiali di esistenza di un sistema: processori, macchinari, ricambi, licenze, aggiornamenti, clienti che si possono servire, giurisdizioni coinvolte.
Conservare i dati in uno Stato può avere valore e sviluppare modelli europei può creare competenze. Ma presentare queste operazioni come garanzia di autonomia significa fermarsi un metro prima del precipizio. Si può localizzare l’infrastruttura senza acquisire il controllo delle condizioni necessarie a mantenerla, ampliarla e aggiornarla. La sovranità nazionale o europea diventa una formula vuota quando confonde la proprietà con il potere di governo. Possedere un bene e governarne il futuro sono capacità che possono separarsi, e nella tecnologia dell’AI si separano sistematicamente.
Gli Stati Uniti stessi dipendono da capacità produttive estere. La loro forza non è l’autosufficienza: è il controllo di tecnologie difficili da sostituire e la capacità di trasformare quella centralità in autorità sulle transazioni altrui. Gli snodi strategici concentrano capitale, conoscenze, esperienza e reti di fornitori: non basta stanziare denaro per riprodurli nei tempi necessari.
Anche la Cina costruisce strumenti con la stessa logica. Le misure sulle terre rare e sulle tecnologie critiche sono state disegnate con portata extraterritoriale, sul modello delle FDPR, poi sospese nella tregua commerciale. Ma lo strumento esiste, ed è in un cassetto.
Parlare soltanto di rapporti fra Stati lascia fuori una parte decisiva del potere. Le Big Tech sono metaterritoriali: organizzano la propria presenza collegando infrastrutture, servizi e utenti distribuiti in territori diversi, senza doverli riunire entro le caratteristiche che un confine statale deve avere: continuo, omogeneo e isotropico. Il loro è un potere distribuito su molti territori, senza un’autorità pubblica unica che risponda a tutti coloro sui quali si esercita. Può governare l’accesso a un’attività senza governare il paese nel quale quell’attività si svolge. Questo potere dipende da luoghi molto concreti: terreni, energia, reti, impianti e protezione giuridica. Stati e piattaforme si sostengono, si condizionano e si contendono il controllo. La loro forza varia secondo chi può sostituire l’altro, a quale costo e in quanto tempo. Perciò la mappa delle alleanze fra paesi non basta: va sovrapposta a quella delle infrastrutture e delle autorità che ne decidono l’accesso. Uno Stato valica il confine con lo strumento giuridico, una piattaforma lo sostituisce con il contratto.
È qui che la dipendenza tecnologica investe la cittadinanza. Si possono conservare tutti i diritti e perdere gli strumenti attraverso cui li si esercita. Lo Stato continua a riconoscere la possibilità di lavorare, studiare, organizzarsi; una decisione infrastrutturale può comprometterne l’esercizio concreto, soprattutto quando mancano alternative praticabili.
Studiare l’AI significa allora studiare la geografia del potere che decide chi accede alle tecnologie, a quali condizioni e con quanto ritardo. Nei modelli con cui si valutano costi, rischi e sviluppo devono comparire le giurisdizioni, la concentrazione dei fornitori, la sostituibilità delle tecnologie e i tempi necessari a reagire a un’interruzione. Una valutazione limitata a prestazioni e prezzo lascia fuori la coercizione che già attraversa la filiera: sanzioni, blocchi delle forniture e restrizioni all’accesso. La letteratura sull’interdipendenza armata ha descritto bene questa asimmetria. Meno esplorata è la sua dimensione temporale: il potere di decidere non solo se ma quando gli altri possono crescere.
La prima cosa da capire è che la sovranità non è un recinto: è una relazione di ostaggio reciproco. Ma la libertà di una comunità non può dipendere dalla sua capacità di tenere in ostaggio qualcun altro. Tecnodiversità, noodiversità e biodiversità di Yuk Hui indicano una strada diversa: costruire interdipendenze nelle quali capacità differenti abbiano valore e nessuno debba conquistare un monopolio per avere diritto a scegliere il proprio futuro.
Immagine: Hans Haacke, Shapolsky et al. Manhattan Real Estate Holdings. (1971): Fotografie di edifici, documenti, contratti e diagrammi mostrano come proprietà apparentemente separate appartengano a una stessa rete di controllo. Vedere gli edifici non basta a capire chi governa lo spazio.