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Trans azione ecologica

In questi giorni le cronache dei media intorno alla Cop26 hanno riportato tanto, spesso come sempre senza approfondire. Come il fatto ad esempio che l’India fosse una dei grandi colpevoli. Poi si va a vedere che il tasso di emissione di anidride carbonica in India è di 4 tonnellate pro capite. Un livello ambientale accettabile. Se ogni nazione avesse quelle emissioni non ci sarebbe nessun effetto serra. In Europa siamo a 10 tonnellate, in Usa 20 tonnellate. Con chi dovremo prendercela?  Se vi va ho raccolto qualche libro, oltre la cronaca, che aiuta a capire molto questa, per ora incomprensibile, transizione ecologica.

Le cronache di Narnja

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Il leggendario regno di Narnia è sotto attacco: creato dal leone Aslan (almeno nei libri), ora è sotto il pieno dominio e possesso della Strega Bianca, aprendo un periodo di terrore che durerà fino all’arrivo dei quattro umani, annunciato da tempo da un’antica profezia. La storia del regno sembra dispiegarsi attraverso delle tappe, ognuna necessaria affinché la successiva venga alla luce. Hegel stesso vede la realtà strutturata attraverso alcune fasi, nelle quali l’identità del mondo, il suo Spirito, ha la possibilità di esprimersi, di mostrarsi per com’è. In origine, Narnia era un posto di pace, nel quale le creature vivevano spontaneamente in armonia fra di loro, la natura era viva e gli alberi danzavano. É una fase ancora primordiale, nella quale l’identità del regno si mostrava ingenuamente: un po’ come i bambini, felici senza la consapevolezza di esserlo. Per Hegel questo sarebbe il momento in cui la realtà è in una fase “inconscia”, la sua identità è ancora astratta e ha bisogno di passare alcune “prove” per potersi affermare e venire alla luce.

L’ordine nascosto. La vita segreta dei funghi

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La storia che ci raccontiamo sui social finisce per non essere la storia che immaginiamo, non è la storia che vorremmo. Il futuro sui social rimane una cosa che immaginiamo ma che per l’ambiente in cui proviamo a costruirlo rimane indisponibile, quasi sempre in maniera frustrante. In questa infosfera non è possibile né immaginare il futuro né l’avvento. Dobbiamo riuscire a immaginare una nuova infosfera perchè è solo da una sua evoluzione che riusciremo a scrivere una storia aperta a quella storia aperta che noi siamo. E proprio ora che il sogno è finito possiamo guardare a ciò che abbiamo sfruttato e distrutto come luogo dove imparare. È, come quello dei social digitali, un mondo di informazioni, di scambio. Un mondo diverso dove il mutuo soccorso, le relazioni e la reciprocità sono il valore economico. Sono gli alberi che parlano. Gli alberi parlanti hanno catturato l’immaginazione di molte generazioni e la scienza ha da poco scoperto che parlano tra loro. Tra gli alberi, sotto gli alberi corre una rete fittissima, un network grande forse più della nostra Internet, è l’Internet verde. E anche nella verde Internet ci sono gli hub, sono gli alberi vecchi e alti che accedono facilmente alla luce solare potendo cosi produrre con la fotosintesi più zucchero di quello necessario. E lo regalano agli alberi giovani. Nel sottosuolo i funghi hanno bisogno di zucchero per vivere e così il micelio, milioni di filamenti di cui i funghi sono gli organi riproduttivi, si nutre dello zucchero in eccesso prodotto dagli alberi. In cambio fornisce all’albero i nutrienti di cui ha bisogno dal terreno. “Ehi albero ciao sono micelio, sai che alcuni batteri ti stanno attaccando? ti serve un po’di carbonio e azoto per guarire?” E così nella rete del micelio parte l’informazione per andare a cercare un po’ di carbonio e, trovato, ancora la rete verde lo porta all’albero bisognoso. Questo processo si chiama micorriza; è la rete di comunicazione, il social network tra le piante e l’ecosistema sotterraneo. È il social network perfetto, quello che dobbiamo costruire. È il social digitale fatto di relazioni dove il valore sono la reciprocità e il mutuo soccorso, altruismo senza interessi. Deve essere programmato con caratteristiche diverse da quelle dei social che conosciamo. Non serve molto basta copiare l’Internet verde. Sedersi sotto un albero e ascoltare è un buon inizio.

Come pensano le foreste

Senza titolo

Il libro, avvincente e complesso, ha avuto una notevole eco ed è considerato una pietra miliare nello sviluppo e nella rifondazione dell’antropologia culturale all’interno di un filone più ampio che comprende anche Philippe Descola, Anne Tsing di cui ho parlato qui e altri, ponendo l’accento non sulla relazione tra l’uomo e l’ambiente ma sul più ampio ecosistema in cui gli esseri viventi convivono, nel caso particolare la foresta amazzonica. Il titolo, certamente affascinante, vuole proprio sottolineare come gli esseri che la abitano condividono una modalità di pensiero comune. I suoi contenuti riguardano tutti noi e Kohn ha immaginato il suo lavoro come una sorta di diplomazia cosmica, cioè giungendo a “una cornice concettuale in cui i diversi attori – e io dico anche gli artisti – possono comprendere i loro mondi in modo nuovo”.

Gli esseri cui Khon si riferisce sono in primo luogo gli animali e tra loro quelli con cui competere per il cibo e di cui possiamo essere prede. Parlando di loro va oltre quanto affermato da John Berger nel suo saggio “Perché guardiamo gli animali?”, secondo cui la mancanza di un linguaggio comune avrebbe garantito la loro distanza, la loro diversità e la loro esclusione dall’uomo.

Per sostenere la sua tesi, Kohn fa ricorso al lavoro del filosofo, matematico e semiologo Charles Sanders Peirce (1839-1914), secondo cui la rappresentazione della realtà e la comunicazione si svolgono attraverso segni, di tipo iconico, indicale e simbolico (questi sono una modalità tipicamente umana), rendendo la vita un processo essenzialmente semiotico.

La grande cecità

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Nei primi anni del XXI secolo Amitav Ghosh lavorava alla stesura de “Il paese delle maree”, il romanzo che si svolge nelle Sun-darban, l’immenso arcipelago di isole che si stende fra il mare e le pianure del Bengala. Occupandosi della grande foresta di mangrovie che le ricopre, Ghosh scoprì che i mutamenti geologici che ciclicamente vi avvenivano – un argine poteva sparire nell’arco di una notte, trascinando con sé case e persone – stavano diventando qualcos’altro: un cambiamento irreversibile, il segno di un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate. Che un’intera area sotto il livello del mare come le Sundarban possa essere letteralmente cancellata dalla faccia della terra non è cosa da poco. Mostra che l’impatto accelerato del surriscaldamento globale è giunto ormai a minacciare l’esistenza stessa di numerose zone costiere della terra. La domanda, per Ghosh, nacque perciò spontanea. Come reagisce la cultura e, in modo particolare, la letteratura dinanzi a questo stato di cose? La risposta è contenuta in questo libro in cui l’autore della trilogia della «Ibis» ritorna con efficacia alla scrittura saggistica. La cultura è, per Ghosh, strettamente connessa con il mondo della produzione di merci. Ne induce i desideri, producendo l’immaginario che l’accompagna. Una veloce decappottabile – un prodotto per eccellenza dell’economia basata sui combustibili fossili – non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l’immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l’orizzonte; a Jack Kerouac e a Vladimir Nabokov. Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, è stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico. Quando il tema del cambiamento climatico appare, infatti, in una qualche pubblicazione, si tratta quasi sempre di saggistica. La rara e fugace comparsa di questo argomento in narrativa è sufficiente a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica? Un occultamento della realtà nell’arte e nella letteratura contemporanee tale che «questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità»

Laudato si

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Ogni capitolo, sebbene abbia una sua tematica propria e una metodologia specifica, riprende a sua volta, da una nuova prospettiva, questioni importanti affrontate nei capitoli precedenti. Questo riguarda specialmente alcuni assi portanti che attraversano tutta l’Enciclica. Per esempio: l’intima relazione tra i poveri e la fragilità del pianeta; la convinzione che tutto nel mondo è intimamente connesso; la critica al nuovo paradigma e alle forme di potere che derivano dalla tecnologia; l’invito a cercare altri modi di intendere l’economia e il progresso; il valore proprio di ogni creatura; il senso umano dell’ecologia; la necessità di dibattiti sinceri e onesti; la grave responsabilità della politica internazionale e locale; la cultura dello scarto e la proposta di un nuovo stile di vita. Questi temi non vengono mai chiusi o abbandonati, ma anzi costantemente ripresi e arricchiti.

Noi esseri ecologici

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Nel primo capitolo abbozzerò a grandi linee come dovremmo aggirarci nell’epoca in cui viviamo, un’era caratterizzata dall’estinzione di massa causata dal riscaldamento globale. Nel secondo capitolo proseguiremo analizzando l’oggetto della consapevolezza ecologica e del pensiero ecologico: la biosfera e le sue interconnessioni. Nel terzo capitolo vedremo quali forme di attività possiamo considerare ecologiche. E nel quarto esamineremo una serie di attuali stili di vita ecologica.

Big Mind

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Il mio interesse è più circoscritto. Mi occupo dello spazio tra l’individuo e la civiltà nel suo insieme, uno spazio equivalente a quello che in biologia si colloca tra gli organismi individuali e la biosfera nella sua totalità. Così come ha senso lo studio di particolari nicchie ecologiche – laghi, deserti e foreste – ha senso anche lo studio dei sistemi intelligenti che operano a livello intermedio in differenti organizzazioni, settori o ambiti. All’interno di questo spazio l’oggetto primario del mio interesse è ancor più limitato: in che modo le società, i governi o i sistemi amministrativi risolvono i problemi più complessi? In altre parole: in che modo i problemi collettivi trovano soluzioni collettive? I singoli neuroni sono utili solo se connessi a miliardi di altri neuroni. In modo analogo, la connessione di persone e macchine rende possibili grandi balzi in avanti dell’intelligenza collettiva. Quando ciò accade, può risultare che il totale sia di gran lunga superiore alla somma delle sue parti.

La cura del mondo

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La sfida per eccellenza dell’età globale è dunque quella di dare ori­gine a un insieme, complesso e indisgiungibile, di unità e molteplicità: che richiede non solo nuovi strumenti diagnostici rispetto allo scena­rio moderno di un mondo organizzato intorno alle entità sovrane degli Stati, ma anche, evidentemente, nuove prospettive normative. La sfi­da è dunque duplice, in quanto la coesistenza di unità e molteplicità costituisce il/atto della globalizzazione, cioè il punto di partenza ine­ludibile che richiede inedite ipotesi interpretative rispetto alla moder­nità classica, o «prima» modernità; allo stesso tempo quella coesistenza non può che diventare il punto d’arrivo di ogni paradigma nornativo (sia esso etico, politico o giuridico) che non voglia sottrarsi alla com­plessità dell’età globale. Sono in tal senso da accogliere positivamen­te le proposte di distinzione lessicale, come per esempio quella tra globalizzazione e mondializzazione, globalizzazione e planetarizzazio­ ne, internazionalizzazione e mondializzazione,tese appunto a distinguere la dimensione descrittiva dalla dimensione normativamente au­spicabile.

Il sacro nella storia religiosa dell’umanità

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Da più di un secolo il sacro occupa un posto di rilievo nella storia delle religioni. Nell’Ottocento nasce la teoria sociologica del sacro, che considera il fenomeno religioso come fenomeno sociale. La scuola fenomenologica punterà invece a studiare la religione non partendo dalla società, ma dall’uomo religioso. Prende così piede un nuovo metodo storiografico. Grazie agli studi di personalità come Georges Dumézil e Mircea Eliade verranno poi identificate le articolazioni fondamentali del fenomeno religioso per individuare l’universo mentale dell’homo religiosus. A questi tre grandi filoni di ricerca è venuta a sovrapporsi la controversia sul sacro, che implica conflitti di metodo e d’interpretazione. Il volume si articola in tre parti, arricchite da un capitolo aggiunto in seguito sulle ricerche condotte nei primi anni Novanta, i cui elementi confluiscono nelle conclusioni.

L’uomo è antiquato

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In questo libro pubblicato per la prima volta nel 1956 Günther Anders muove dalla diagnosi della «vergogna prometeica» – cioè dalla diagnosi della subalternità dell’uomo, novello Prometeo, al mondo delle macchine da lui stesso creato – per affrontare il tremendo paradosso cui la bomba atomica ha posto di fronte l’umanità, costringendola fra angoscia e soggezione.

La vergogna prometeica è legata anche a un senso di «dislivello», di non sincronicità, tra l’uomo e i suoi prodotti meccanici che, sempre più nuovi ed efficienti, lo oltrepassano, facendo sì che egli si senta «antiquato». Oltre che perfetta, la macchina è ripetibile, standardizzata, riproducibile in esemplari sempre identici; quindi possiede una specie di eternità che all’individuo umano è negata. Donde una rivalità, una impari gara dell’uomo, una inversione dei mezzi con i fini, di cui Anders in questo libro analizza con straordinaria anticipazione tutta la portata. In particolare là dove tratta delle tecniche di persuasione, soprattutto radiofoniche e televisive che ci assediano con immagini fantasmi, sostanzialmente irreali, di fronte a cui diventiamo passivi, maniaci, incapaci di pensare e di comportarci liberamente.

Platform Society

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Platform Society indaga il ruolo delle piattaforme online nelle società occidentali e si interroga sulle loro logiche, i loro meccanismi di funzionamento e la possibilità che esse incorporino valori orientati a favorire il bene comune e non soltanto gli interessi economici privati. Sono i valori pubblici a rappresentare la vera posta in gioco nella lotta per la piattaformizzazione delle società. Tra questi ritroviamo naturalmente i temi della privacy e la sicurezza e protezione dei dati, ma anche temi sociali più ampi: equità, accessibilità, controllo democratico e accountability. Il conflitto tra sistemi ideologici contrapposti coinvolge diversi attori sociali (mercato, governi, società civile) ed è analizzato osservando quattro settori strategici: informazione, trasporti, sanità e istruzione. Ciascuno di essi evidenzia la stretta interdipendenza tra la dimensione locale, il livello dell’ecosistema delle principali piattaforme digitali e il piano geopolitico mondiale, in cui si producono scontri di potere tra mercati globali e governi (sovra)nazionali.

Ecologia oscura

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“Tra le cose che la società moderna ha danneggiato c’è sicuramente il pensiero. Sfortunatamente, una delle idee più danneggiate è proprio quella di Natura. Come siamo arrivati a considerare quella che chiamiamo ‘Natura’ come un semplice oggetto che sta ‘lì da qualche parte’? Dobbiamo per forza affidarci a teorie nuove e aggiornate, che poi ripropongono lo stesso concetto, solo in una versione più sofisticata e alla moda? Quando capisci che tutto è interconnesso, non puoi più aggrapparti all’idea di Natura intesa come oggetto solido e unitario: smette di essere una semplice-presenza che se ne sta lì, fuori di te.”Lavoro centrale nell’opera di una delle più rilevanti personalità della filosofia contemporanea, Ecologia oscura propone un progetto di auto-conoscenza radicale, che mira a fare chiarezza sul nostro posto nella biosfera e su come la nostra appartenenza di specie sia molto meno ovvia di quanto ci piaccia pensare. Fondendo studi umanistici e scientifici, teoria filosofica e cultura pop, antropologia, science fiction, ecologia, biologia e fisica, Morton esplora le fondamenta logiche della crisi ecologica, pervasa dalla malinconia e dalla negatività, nel tentativo di ristabilire il nostro legame con gli esseri non-umani e aiutandoci a riscoprire gioia ed entusiasmo, per rischiarare lo strano e oscuro loop che stiamo attraversando.”

Ecologia dei poveri

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A lungo la storia dell’ambientalismo ha coinciso essenzialmente con la storia di come le élites bianche dei paesi ricchi hanno scoperto la bellezza e la fragilità della natura, e di come hanno cercato di proteggerla. Dietro questa versione dell’ambientalismo è possibile intravedere un’idea della natura e delle sue relazioni con la società: l’aspirazione a un ambiente sano e perché no? – bello sarebbe, dunque, un lusso da ricchi e colti, fuori dall’orizzonte e dai bisogni dei poveri. Ma è un altro l’ambientalismo che qui interessa e che costituisce l’oggetto centrale dello studio di Alier: non l’ambientalismo dei ricchi, dei parchi nazionali o dello sfruttamento razionale delle risorse naturali, ma quello dei poveri, che mischia linguaggi e chiede giustizia sociale e ambientale più che una generica protezione della natura o un suo più efficiente utilizzo. Ovviamente questo approccio implica non solo una revisione delle culture ambientaliste, ma anche un ripensamento dell’idea stessa di natura; nel libro di Martìnez Alier essa non è tanto un luogo di contemplazione o lo spazio della ricreazione, ma piuttosto la base materiale di sostentamento delle comunità che, difendendo quella natura, difendono se stesse e la loro sopravvivenza. Il rapporto tra riflessione teorica e narrazione è uno dei segreti di questo libro. Alier racconta storie di conflitti, dando al suo discorso sull’ecologismo popolare i volti, i nomi, spesso le parole dei protagonisti. 

 

Le descrizioni dei libri sono quasi tutte delle case editrici, alcune mie e di altri autori. Un po’ alla volta aggiungo i link, segnalatemi per cortesia ogni proprietà intellettuale che ho dimenticato, grazie!