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Futuro in connessione 3/3

George Grosz – Eclisse di sole (1926)
George Grosz – Eclisse di sole (1926)

Agire in connessione: un percorso da ricostruire tra gli ostacoli e le opportunità della politica

di Laura Lizzi

 L’Italia, il paese più elogiato al mondo – spesso e volentieri da chi italiano non è – per le sue bellezze, storia, cultura e tradizioni, è costretto a fare i conti con la progressiva perdita di considerazione e stima causate dalla politica del nostro tempo – questo invece il pensiero espresso da ben più di un italiano – frutto di molteplici costanti, che mostrano la loro evidenza già dalla Seconda Repubblica. Ad oggi il quadro che ne scaturisce appare sconfortante: una classe politica instabile, che non apprezza il confronto, poco rassicurante e non adeguatamente preparata all’analisi – e di conseguenza inesperta nel prendere decisioni – delinea una condizione di stallo se non di decadimento del Paese, il quale si vede bloccato nella risoluzione delle sfide e dei problemi odierni e di questo passo, di quelli che verranno.

 Le dinamiche del potere e della politica rispetto a qualche legislatura fa appaiono mutate. Un tempo le forze che si contendevano il potere erano essenzialmente quelle di governo e quelle di opposizione. Oggi appare chiaro come la vera partita si svolga fuori dai palazzi del Parlamento, favorendo gli ambienti economico-finanziari, della magistratura, dei sindacati e delle classi dirigenti.

La Lettera Trichet-Draghi del 2011 ne è un esempio: una corrispondenza riservata tra i vertici entranti e uscenti della BCE rivolta al Governo italiano – all’epoca presieduto da Silvio Berlusconi – contenente una serie di richieste volte a condizionare il sostegno europeo all’Italia a drastiche misure di risanamento economico.

Nella fase di eccezionalità che stiamo vivendo, gli organi dell’apparato politico – parte essenziale della struttura democratica e della vita di una nazione  – continuano a perdere autorevolezza e riuscire a comprendere come il potere venga gestito, regolato e controllato appare sempre più difficile. Parimenti, pianificare azioni a tutela del Paese risulta ancora più complesso.

In un sistema governato da una così vasta molteplicità di soggetti e di poteri sempre più diffusi e sfuggenti, vedremo come l’azione della politica risulti essere ai nostri occhi quella più comprensibile e riconoscibile, quindi valutabile.

Populismo e tecnicismo: i campanelli d’allarme di una democrazia blindata

La presenza dell’elemento tecnico all’interno del comparto politico è sempre più preponderante; la democrazia tende a farsi da parte per lasciare spazio alla cosiddetta “tecnodemocrazia”, così definita da Lorenzo Castellani nel suo libro “L’ingranaggio del potere”: «Di conseguenza i poteri non-elettivi, a carattere tecnico, oggi condizionano allo stesso modo la vita dei cittadini e le scelte politiche, se non forse ancor di più, di quelli elettivi e rappresentativi. Per questo ritengo che l’aggiunta del prefisso “tecno” al termine “democrazia” possa aiutare a descrivere meglio la politica del nostro tempo, in cui tecnocrazia e democrazia coesistono dando vita a un regime misto».

Insomma, da una parte una classe politica legittima ma spesso poco esperta, dall’altra una squadra di tecnici e apparentemente neutrale che condizionano una responsabilità di politici – nonostante la figura di un illustre e preparato tecnico come l’attuale Presidente del Consiglio Mario Draghi pare attualmente la sola in grado di riportare il Paese sulla retta via e superare la fase di crisi, aggravata dalla situazione pandemica dell’ultimo anno e mezzo.

Altro termine su cui soffermarci, nato dalla fusione dell’elemento tecnico e di quello populista è il “tecnopopulismo” «in grado di riorganizzare il potere politico spostando il baricentro dalla politica all’economia, da una visione d’insieme ad una essenzialmente più tecnica, con il rischio di svuotare i poteri legittimati dal voto democratico» – Francesco Occhetta, “Ricostruiamo la politica”.

Una situazione che a lungo andare spaccherebbe la società in due: da una parte la cosiddetta classe dirigente, l’élite di tecnici del sapere, e dall’altra gran parte della società impotente e bloccata nelle proprie condizioni di crescita, sociale ed economica. Qui il pensiero di Henry Thomas Buckle, 1821-1862 che, paragonato alla situazione odierna, pur a distanza di secoli non appare poi così lontano: “Quando il divario tra le classi intellettuali e quelle dei lavoratori manuali è troppo ampio, succede che i primi non hanno alcuna influenza, i secondi non ne traggono alcun beneficio”.
Il rischio di disinteresse del cittadino verso la politica appare sempre più evidente, smarrito e orfano di modelli e luoghi politici di riferimento nei quali riconoscersi.
A ciò segue uno stato psicologico di apatia verso la costruzione di un bene comune associato alla rincorsa alla salvezza individuale che conducono irrimediabilmente ad una perdita del senso di comunità. Inerzia sommata a intolleranza sociale, delegittimazione delle Istituzioni e disinformazione – in cui troviamo sempre più informatori e sempre meno informati – sono i segnali su cui riflettere per riorganizzare la nostra azione, sia politica che sociale.

 

Buona politica cercasi! Il ritorno alle responsabilità e al dialogo

Quanto sarebbe prezioso per noi questo momento storico e quale delitto politico vi sia nel vivere così alla deriva, fra una rivoluzione che non si fa e una riforma che non si tenta, gli uni cercando l’alibi negli altri per giustificare il proprio nullismo, e viceversa”. Queste le parole di Filippo Turati scritte nella Lettera ad Anna Kuliscioff, 17 febbraio 1920 preoccupato dellasituazione economica e sociale che in quel momento stava vivendo il Paese.

 «Ogni appartenenza politica esprime due “modi di stare nel mondo” (politico): per Hobbes quello di costruire un recinto per difendersi dalla minaccia dell’altro; per Aristotele, invece, il tentativo di uscire e incontrarsi nella piazza pubblica tra diversi” – Francesco Occhetta “Ricostruiamo la politica”.

A ciò è possibile accostare un terzo atteggiamento manifestato non solo tra i cittadini comuni, ma anche – cosa ben più grave – tra gli addetti ai lavori del mondo politico: l’abdicazione alla politica.

Da qui l’impellente urgenza di un ritorno alla vera politica, quella “buona”, di comunità, più attiva che mai, non assertiva alle ambizioni individuali, che si faccia portavoce dell’interesse comune, impegnata a individuare, promuovere e connettere al meglio le realtà virtuose del Paese.

Come sosteneva Jonathan Sacks, la politica dovrebbe prendere esempio dalle religioni, che pensano globalmente e agiscono localmente. La loro visione infatti è globale ma il loro radicamento è locale. Secondo quest’ottica, anche il singolo cittadino ha la possibilità di pensare e vivere politicamente, estendendo il proprio impegno per il bene della società e andando oltre la formalità di una carica o l’appuntamento ricorrente del voto.
Sempre seguendo questa filosofia, Aristotele sosteneva che le differenze emergenti dall’appartenenza ad uno schieramento piuttosto che un altro diventano fondamentali e necessarie affinché la politica possa esistere e rimanere viva; il punto sta nel come la si esercita: “Non nell’assenza di ogni compromesso ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica” – Papa Benedetto XVI

 

Le sfide del presente: il tempo dell’azione

Permettere un presente, grazie agli insegnamenti del passato per costruire con lungimiranza il futuro sono gli elementi fissi ma non sufficienti su cui basare l’azione politica.

Oggi infatti le sole relazioni causa-effetto non sono più attuali, e specialmente quando parliamo di politica, non possiamo più limitare il campo ad una formazione storica e al paradigma passato-presente-futuro senza estendere le riflessioni alle circostanze, alla pluralità di azioni e temi che li influenzano.

In questo contesto, quale impegno risulta necessario per riorganizzare la nostra azione politica e avviare un nuovo Rinascimento di cui molti esponenti politici parlano?
Ecco alcuni punti su cui soffermarci: ripensare alla formazione della classe politica, favorendo il più ampio accesso di talenti a ruoli chiave; acquisire nuova fiducia nella politica stessa, modificando all’attuale narrazione del quotidiano e della socio-economia dei rapporti; educare l’opinione pubblica rispetto ai problemi collettivi immediati e remoti e infine ritrovare moralità nel proprio agire, conferendo alla pluralità una valenza inclusiva, per una maggiore coesione sociale.

La società è una “conversazione a più voci”, grazie alla quale diventiamo coautori del nostro futuro collettivo. Facciamo in modo di renderla migliore e migliorabile, insieme, in reciproca connessione.