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Chi è la città? 3/3

La città ideale. Autore sconosciuto, databile tra il 1470 e il 1490, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino.
La città ideale. Autore sconosciuto, databile tra il 1470 e il 1490, Galleria Nazionale delle Marche, Urbino.

I social network annullano l’uomo e non c’è migliore rappresentazione che li identificano come un quadro, di autore anonimo, dipinto nel 1480 circa e custodito nella Galleria Nazionale a Urbino. “La città ideale”. E’ una grande piazza perfetta, meravigliosamente illuminata da una bianca luce solare. Quella piazza, in realtà, è anche una metafora del Buon Governo. Vi si possono osservare tre architetture simboliche: una specie di Colosseo, un arco di trionfo e un edificio simile al Battistero di Firenze. Il quadro dipinto in epoca rinascimentale rende omaggio a una classicità sognata ma anche concreta, a un vertice di bellezza considerato inimitabile, quasi illusorio. In primo piano poi ci sono le colonne che rappresentano le virtù del Buon Governo: la Giustizia con la spada, la Liberalità, con la cornucopia, poi l’Abbondanza e la Concordia. Quella piazza, la nostra nuova piazza, i social dove tutto pensiamo possa essere e divenire rimanda a una comunità serena, ricca e ben amministrata. Ma manca qualcosa. E’ una città ideale, bellissima ma manca un particolare. L’uomo non c’è. Non lo trovate. E così anche la comunità perfetta perde di significato è cosi perfetta perchè non esiste, come quella dei social network. I social hanno creato un nuovo fantastico paesaggio urbano abitato ormai anche dall’intelligenza artificiale. Ma non è la comunità dove possiamo pensare di stare nel futuro. Dobbiamo provare a uscire da quel paesaggio, uscire dalla città ideale dei social e crearne uno nuovo. Papa Francesco nell’enciclica Laudato si ci aiuta a definirne l’orizzonte. «È necessario curare gli spazi pubblici […] che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro “sentirci a casa” all’interno della città che ci contiene ed unisce […] In tal modo gli altri cessano di essere estranei e li si può percepire come parte di un “noi” che costruiamo insieme». E nella Evangelii Gaudium osserva: «Come sono belle le città che, anche nel loro disegno architettonico, sono piene di spazi che collegano, mettono in relazione, favoriscono il riconoscimento dell’altro!»

C’è bisogno nel virtuale, di un luogo terzo. Il luogo terzo è tutto da costruire, da edificare. Deve essere un luogo frequentato in maniera civica, consapevole e responsabile. Un luogo dove viene riconosciuto il valore dell’impegno delle persone nella cura del bene comune, dove viene riconosciuta la loro mitezza, la loro disponibilità, la loro sapienza e il loro senso del dono. Gli altri social continueranno a fare quello per cui sono stati legittimamente sviluppati, il profitto. Continueranno a generare potere. Nel luogo terzo ci sarà potere, ma sarà il potere della misericordia. C’è spazio per un Web generativo di comunità, di buone idee, di buone pratiche, dove la gratitudine, la relazione con l’altro e il dono sono nuovamente importanti e il loro senso è quello delle parole con cui sono nate.

Come si scriveva sopra, le città sono continuamente modellate dalle azioni e dal comportamento delle persone sul Web. Ma sono modellate dal modello  del Web del profitto e non su quello del Web come bene comune. Come diventeranno le città nel prossimo futuro è un esercizio di immaginazione; all’Institute for the Future di Palo Alto il motto è che del futuro non esistono fatti ma solo narrazioni. E’ possibile iniziare un racconto di un luogo terzo anche per le città e le comunità ? E’ un lavoro da fare con umiltà e consapevolezza. Molti, sempre spesso ai margini della grande narrazione dei grandi media, ci stanno provando. Il primo fatto insieme al loro grande gesto di generosità è che è necessario associare il futuro delle città e delle comunità al Web del bene comune e non al Web del profitto. Lo studio delle piante e l’ecosistema ci da una mano. E’ possibile pensare a una città con una struttura senza organi e quindi decentralizzata ma coordinata e comunitaria come è quella delle piante? E’ possibile pensare a una città senza velocità ma capace di adattamento come sono le piante? Il senso non è solo quello, seppur importante, di riempire palazzi e quartieri di orti e piante ma di immaginare la città e la democrazia come la struttura delle piante e del Web originario e primitivo, quello del bene comune

Ecclesie di relazione, di fraternità e di misericordia possono rinascere nei sagrati, nelle vie, nelle chiese, nelle piazze e nei teatri. Ecclesie di coscienza collettiva prima che di intelligenza collettiva, decentralizzate e senza organi istituzionali, coordinate, comunitarie e abitate per operare una grande liberazione della buona volontà dell’umanità, per la liberazione del bene comune.

Non esistono cittadini trentini o milanesi o di Nairobi. Siamo persone diverse, con talenti diversi, pensieri diversi. Persone diverse che si devono accettare e confrontare con reciprocità e fraternità.

Io sono perché vivo, ora, in un territorio, in una comunità, domani con la globalizzazione sarò in un alto luogo e un’altro domani in un altro ancora. E voglio comportarmi in questo luogo, pensando, agendo, vivendo quel territorio e quella comunità per migliorarla per starci bene con altri individui diversi nel pensiero, nella cultura, nella religione. Null’altro. Il concetto della nuova cittadinanza deve partire da qui e non dallo “status” giuridico del cittadino. Ora è cittadino colui che è riconosciuto dalla legge nazionale come “appartenente allo Stato”. Di conseguenza a lui sono riconosciuti tutta una serie di diritti e doveri stabiliti innanzitutto dalla Costituzione. Gran parte di questi pensieri prendono forza nel ‘800 con giuristi e filosofi liberali che tendono a costruire un pensiero ideologico per aiutare il concetto di nazione, di Stato, concetti nuovi fino ad allora. Ma ormai finiti e sorpassati dagli eventi di questa nuova epoca. La decisione sarà tra abitare un territorio o abitare uno dei luoghi virtuali che ormai frequentiamo e frequenteremo sempre più. Non ci aiuterà nemmeno stare in una comunità di stati come l’Unione Europea o l’Unione Africana, anzi. Credo ci aiuterà abitare e vivere piccole comunità, ospitali, con un’organizzazione e un’ economia familiare, studiando la scienza e usando la sua tecnologia e riconoscendo la reciprocità e la misericordia e il limite dell’uomo. Certo c’è da ricercare e fare molto ma non ci manca nulla per provarci. Chi ci sta?