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Futuro in connessione (1/3)

Murale di Keith Haring a Pisa
Murale di Keith Haring a Pisa

Riconnettere le comunità del “qui e ora” per disegnare un nuovo futuro

di Laura Lizzi

Quando l’individuo viene immerso in una situazione pervasa da rapidi e irregolari mutamenti, o in un contesto saturo di novità, la sua capacità di prevedere con accuratezza, viene a crollare” – così sosteneva il noto saggista statunitense Alvin Toffler, nel suo best-seller Future Shock.
Il futurologo inoltre, aveva definito ed individuato delle zone cosiddette di “stabilità personale” ovvero alcuni importanti aspetti della vita non soggetti al cambiamento, tra cui un lavoro fisso e un unico matrimonio da poter trascorrere in un preciso luogo per tutta la vita.

Situazioni del proprio vissuto percepite come stabili e di conseguenza in grado di conferire alla persona quel senso di continuità economica, personale e geografica.
Oggi questa visione viene inesorabilmente messa in discussione e il futuro offerto appare sempre più incomprensibile e incontrollabile.

Secondo il pensiero del filosofo e teologo Jonathan Sacks, iniziamo ad accorgerci che le situazioni volgano al peggio quando la velocità del cambiamento supera quella della nostra capacità di cambiare e gli eventi si muovono più velocemente rispetto alla nostra comprensione.
Si sviluppa una tendenza ad affrontare il massimo dell’incertezza con il minimo delle risorse in risposta a questa insicurezza. È proprio questo preciso momento che ci rivela l’inizio di questa progressiva perdita di controllo sulle nostre vite.

Viviamo una condizione in cui veniamo sommersi da una serie di sentimenti negativi in grado di generare un malumore condiviso all’interno della comunità in cui viviamo, come ansia, paura, rabbia, senso di abbandono, accompagnati da una perdita di fiducia e di completa assenza di punti di riferimento – quest’ultimo avvertito soprattutto dalle nuove generazioni.

L’instabilità politica – spesso poco lungimirante e incapace di assumere decisioni coraggiose – sommata alla presenza di un nemico invisibile – frutto della pandemia, difficile da debellare nonostante gli enormi passi avanti di questi ultimi mesi – tendono ad acuire e inasprire il clima sociale, compresi gli animi più pazienti e remissivi.

Il fenomeno della globalizzazione, la cui data di inizio viene fatta coincidere con quella del 1850, per poi evolversi in iperglobalizzazione a partire dagli anni ‘90 del Novecento ha portato con sé grandi cambiamenti dal punto di vista sociale, culturale, economico e tecnico; da un lato sicuramente positivi – se pensiamo alla possibilità dell’uomo di conoscere e influire direttamente sulla vita sociale, ad esempio mediante l’uso delle tecnologie – dall’altro al contrario, capace di generare contraddizioni e squilibri, con il rischio di emarginare o escludere una moltitudine crescente di giovani, adulti e comunità locali.

Il cambiamento oramai sistematico, si sviluppa all’interno di un quadro globale di grande instabilità e disordine, in cui le semplici relazioni causa-effetto vengono superate. Esse infatti vanno necessariamente considerate ed analizzate all’interno di un preciso contesto, parimenti tenendo in considerazione tanto la pluralità dei temi affrontati quanto le azioni che li influenzano, con un occhio rivolto al passato e l’altro fisso sul “qui e ora”.

Nell’attuale contesto il concetto “Unus pro omnibus, omnes” perde la valenza di un tempo e le comunità nel loro continuo mutamento diventano il risultato di reazioni sconnesse di miliardi di decisioni individuali.
Anche i governi nell’era delle potentissime multinazionali hanno visto i loro poteri sempre più circoscritti e privi di una efficace ed efficiente gestione organizzativa, aggravata dalla mancanza di una regia capace di coordinare l’attuale emergenza pandemica.

Da qui la necessità di fermarci, prendere fiato e ridefinire uno tra i concetti fondamentali che caratterizza una società organizzata ed evoluta, quello di comunità.

C’è una frase in ebraico che contiene le parole “bore nefeshot rabbot vechesronam” – che crea molti tipi d’anima e loro mancanze. Se a ciascuno di noi non mancasse nulla, non avremmo mai bisogno degli altri, saremmo solitari, completi in noi stessi. Il fatto stesso di essere diversi significa che ciò che manca a me, ce l’ha qualcun altro e viceversa.

Comunità significa una pluralità di anime diverse in connessione tra loro, tutte proiettate al raggiungimento di un unico e condiviso obiettivo, ovvero il benessere e la salute della comunità stessa.
Da qui l’importanza del pluralismo che Francesco Occhetta, gesuita, professore e scrittore definisce: “vera e propria forma di speranza poiché basato sulla comprensione secondo cui proprio perché diversi, ognuno di noi ha qualcosa di unico con cui poter contribuire al progetto condiviso di cui fa parte”.

“Connettere” è esattamente la parola chiave per ritrovare il senso di comunità – “… così facendo saremo in grado di ricostruire qualcosa di più rispetto a ciò che serve per appagare i nostri bisogni, ovvero ricostruire la ragioni di stare insieme”, (Michele Kettmajer).

Risulta necessario ripartire dal concetto stesso di comunità educante attraverso l’apprendimento per imitazione e lavorare sulla coscienza sociale che incoraggia lo sviluppo di opinioni indipendenti, e libere che permettono di distinguere il “bene” dal ”male”.

Affinché ciò avvenga è fondamentale ricercare gli elementi della cultura popolare per superare quella populista, adottando uno spirito riformista che sappia abbracciare soluzioni innovative; coltivare la cultura della mediazione, mettendo al centro la persona e la dignità umana.
Avere inoltre una visione “glocal umanista” – essere quindi partecipi delle attività locali per poi estendere progressivamente il proprio interesse al globale – aumentando progressivamente il grado di responsabilità verso il mondo; stimolare la creatività; dare importanza al contenuto e alle competenze e ripopolare progressivamente i luoghi fisici.

Infine, ma non ultimo individuare nuove personalità capaci di rappresentare al meglio la comunità, puntando ai giovani, che troppo spesso si ritrovano nella condizione di non poter volare.

Per queste motivazioni la formazione deve sempre essere posta al centro affinché le nuove generazioni sviluppino senso critico e assumano maggiore consapevolezza e fiducia del futuro. Grazie ai benefici derivanti dalla dimensione sociale e comunitaria l’individuo diventa persona in grado di relazionarsi e vivere in connessione con gli altri. Continua 1/3