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Ai cyborg fischiano le orecchie. Il medium non è più il messaggio.

Inizio questo post con due premesse. La prima è che ci capisco davvero poco stretto come sono, come siamo, tra il cigno nero di Taleb della tecnologia, social network o algoritmi che sia. E’ davvero tutto molto complesso e sempre molto più grande di me. La seconda premessa è che sono un grande utilizzatore della tecnologia. Che sia uno smartphone, l’uso di un algoritmo per prendere un biglietto aereo o una decisione importante. Non sono un conservatore contro la tecnologia men che meno quella digitale. Anzi credo sia davvero un’opportunità importante, imprescindibile. Ma, certo c’è un ma dopo la premessa, dobbiamo forse riconoscere che i media digitali, i social network, la IA e gli  algoritmi non sono dei mezzi. Intesi come strumenti utili a raggiungere un fine. Non lo sono. Il mezzo è qualcosa di secondario cioè è susseguente alla libera determinazione del fine da raggiungere. E’ creato, introdotto a posteriori allo scopo di arrivare a un fine. Mezzi non lo sono mai stati e con l’avvento del digitale anche la definizione di McLuhan, – il medium è il messaggio – pare stretta. Perchè il filosofo canadese intendeva che il messaggio era definito da come era strutturato il medium. La sua organizzazione definiva il messaggio. Ma sempre di un’analisi intorno al mezzo si trattava. Ma qui e oggi i social e l’IA non sono mezzi, sono delle decisioni. Decisioni prese nei nostri confronti prima che spetti a noi sapere cosa fare. Sono delle decisioni preliminari. Sono determinate da chi le fa e da chi le possiede. Code is law scriveva Lessig in un bellissimo articolo del 2000. Il codice, che crea e organizza le piattaforme digitali, definisce i termini e le modalità con cui noi abitiamo il mondo digitale. L’insieme della tecnologia digitale è il nostro mondo, ma il mondo è un’altra cosa. La rivoluzione digitale ha creato questa asincronizzazione, il dislivello prometeico, come lo chiama il filosofo Anders, conosciuto purtroppo solo per essere stato un marito di Hannah Arendt, tra anima e tecnologia. E l’anima rimane sempre più indietro mentre il digitale corre aiutato dalla globalizzazione che non conosce i limiti nel del tempo ne dello spazio. Non siamo sincronizzati. Siamo l’umanità che arranca rispetto all’avanzare del digitale. E non abbiamo i mezzi per recuperare. Siamo incapaci di stare al passo, sempre ammesso e non ne sono per nulla convinto che sia l’anima a dover recuperare. Siamo scimmie che per darsi un tono, per dissimulare questa condizione di inferiorità rispetto alla tecnologia teniamo in mano tutto il giorno uno smartphone, abitando sempre più i social, scaricando app spesso inutili. Il corpo dell’uomo non centra nulla con il corpo della tecnologia anche se pure la corte costituzionale americana da una mano alla tecnologia e al corpo dei suoi strumenti quando stabilisce che la polizia non può perquisire lo smartphone perchè è come se fosse una protesi dell’uomo. Lo strumento è altra cosa rispetto al corpo dell’uomo e non voglio pensare che ne sia un’estensione. E forse dobbiamo anche iniziare a riconoscere che Internet e mondo reale non sono la stessa cosa. Certo la prima cosa che sentite quando accade qualcosa di negativo o positivo sul Web è che non c’è da stupirsi, mondo reale e mondo virtuale sono ormai la stessa cosa. Ma non è cosi. Quando siamo nella rete siamo nella realtà. Non è vero. La rete è un mondo molto diverso, abitato si da persone fisiche con le stesse emozioni e sentimenti e che troviamo tutti i giorni anche al supermercato o al lavoro ma lì, nella rete vivono in un contesto completamente diverso. Vivono in un mondo dove le decisioni per tutti noi sono già state prese. Certo succede spesso anche nella realtà, ma lì abbiamo qualche possibilità in più di impedire che succeda. Definire quel mondo digitale è importante per non finire nel relativismo. Se costruiamo il perimetro del mondo del web, dell’intelligenza artificiale, della cultura digitale, se definiamo il suo contesto possiamo anche capirlo e farlo uscire dal relativismo di cui oggi è imperniato. La tecnologia digitale, tutta, può migliorare le condizioni dell’uomo se non va oltre la condizione dell’uomo. Se va oltre lo annienta perdendo anche lo scopo per cui è stata prodotta che è quello appunto di migliorare le condizioni dell’uomo. Un paradosso entropico. Il mondo digitale che abitiamo è quello delle decisioni prese e già date e queste decisioni per ora non riconoscono l’uomo come vulnerabile anzi cercano di eliminare queste caratteristica. Ma cosi facendo lo rendono disumano. Cosa sarebbe l’uomo senza la sua vulnerabilità. La vulnerabilità ci permette di riconoscere l’altro, il diverso, la relazione, per prenderci cura l’uno dell’altro. Senza la vulnerabilità l’uomo sarebbe un’altra cosa. Ai cyborg fischiano le orecchie.