Una professione può sopravvivere all’intelligenza artificiale e perdere comunque la propria autonomia. Può conservare il nome, il titolo, persino la firma, mentre il giudizio e le decisioni si spostano progressivamente dentro un sistema che chi lavora non governa. Per questo contare i posti destinati a scomparire, per quanto necessario, non basta a comprendere la trasformazione.
La Magnifica Humanitas di Leone XIV porta il lavoro dentro una riflessione più ampia sulla persona e sulla società. Richiama il suo valore come esperienza attraverso cui si sviluppano capacità, relazioni e partecipazione, e avverte che l’impiego dell’AI può anche dequalificare i lavoratori, sottoporli a sorveglianza automatizzata e restringerne le funzioni. È una prospettiva che permette di valutare l’innovazione anche attraverso la qualità del lavoro che produce e il potere che lascia alle persone.
Per secoli il lavoro intellettuale ha progettato macchine capaci di sostituire il lavoro degli altri. Poi ha cominciato a costruire macchine capaci di scrivere, progettare, fare ricerca. A un certo punto, fra le attività da automatizzare, è comparsa la sua. Questa trasformazione è alimentata anche dai dati prodotti da altri lavori e dalla vita quotidiana: il contributo alla costruzione dei sistemi è diffuso, mentre il controllo può rimanere concentrato.
L’ingegnere che sviluppa l’automazione non è necessariamente più protetto dell’autista che potrebbe esserne sostituito. L’AI non distingue tra il sudore nel traffico di Mumbai, di Milano e il sudore nei server di San Francisco. Nella logica economica della sostituzione, entrambi possono diventare costi da comprimere. Il colletto bianco non costituisce una garanzia.
Essere esposti all’AI, però, non significa essere condannati a scomparire. Uno studio INAPP colloca i magistrati, ma ci sono altre 52 abilità, al sesto posto per esposizione; quando l’indice viene corretto considerando la complementarietà, escono dalle prime venti posizioni. La responsabilità e le caratteristiche della professione cambiano il significato della prima classifica.
Un magistrato può utilizzare l’AI per cercare precedenti, confrontare documenti e ricostruire una cronologia, dedicando più tempo alla comprensione del caso e alla motivazione del giudizio. Oppure può diventare la firma umana sotto una conclusione automatica. La stessa alternativa attraversa scuole, ospedali, imprese e amministrazioni: il tempo liberato può migliorare il lavoro oppure tradursi soltanto in più prestazioni richieste e meno personale.
È su queste scelte che il confronto pubblico acquista significato. La formazione all’uso degli strumenti deve accompagnarsi alla possibilità di discutere come vengono introdotti, quali responsabilità modificano e come si distribuiscono i vantaggi. La complementarietà diventa una prospettiva credibile quando trova spazio nell’organizzazione del lavoro, nelle competenze e nelle decisioni.
Domani, 22 ottobre, alle 10, a Palazzo Turrisi-Palumbo, a Lecce, ci sarà un confronto sulle professioni intellettuali e l’intelligenza artificiale. Sarà un’occasione per affrontare questi temi mettendo in relazione esperienze professionali e prospettive diverse.
Il percorso proseguirà al DIGEAT Festival, dal 5 all’8 novembre tra Lecce e Gallipoli. La seconda edizione, “Io, Umano. Giorni di un futuro passato”, intreccia intelligenza artificiale, protezione dei dati, archivi digitali e regole del futuro.
Ad Andrea Lisi, ideatore del festival, riconosco il valore di aver costruito un progetto nel quale il digitale diventa materia di confronto fra diritto, ricerca, professioni, imprese e istituzioni. È una scelta culturale con conseguenze concrete: chi sviluppa una tecnologia deve poterne discutere con chi ne risponde, con chi la utilizza e con chi ne subisce gli effetti. Il festival crea le condizioni perché queste prospettive si incontrino.
In un dibattito spesso occupato dalle prestazioni dell’ultimo modello, questo spazio permette di approfondire questioni che dureranno più a lungo: la qualità dei dati, la possibilità di verificare una decisione, l’autonomia professionale, la dipendenza dalle piattaforme. Qui vedo il significato del DIGEAT e del lavoro di Lisi: dare continuità a una discussione che deve poter incidere sul modo in cui la trasformazione viene governata.
Per chi potrà nelle prossime settimane ci vediamo a Lecce.