A Fremont, California, in queste settimane si smontano le presse e le stazioni robotizzate che per quattordici anni hanno assemblato la Model S, l’auto che ha reso credibile l’elettrico e miliardario il suo costruttore e al loro posto si installa una linea progettata per produrre un milione di robot umanoidi l’anno.
Le fabbriche cambiano prodotto da sempre, le linee che facevano carrozze fecero automobili, quelle che facevano automobili fecero carri armati e poi di nuovo automobili, ora purtroppo spesso di nuovo carri armati o droni militari. A Fremont sta accadendo una cosa che nella storia industriale non era mai accaduta: una fabbrica smette di produrre merci per produrre lavoratori. La catena di montaggio, il dispositivo che Ford inventò per disciplinare il lavoro umano, scomporlo, misurarlo, comprarlo al minuto viene riconvertita a fabbricare il lavoro stesso, in forma di corpo sintetico che non firma contratti, non si ammala, non sciopera e non vota.
E c’è un’ironia storica triste: quel capannone, prima di Tesla, era la NUMMI, la joint venture tra General Motors e Toyota dove l’America andò a scuola di produzione giapponese, uno stabilimento interamente sindacalizzato, uno dei luoghi simbolo del patto novecentesco tra capitale e lavoro organizzato. Quando Tesla subentrò nel 2010, il sindacato non rientrò dai cancelli: prima è stato espulso il lavoro organizzato, ora viene congedato il lavoratore in carne e ossa. Nello stesso perimetro dove quel patto fu negoziato si produce oggi il suo superamento fisico: non un lavoro migliore, ma il sostituto del lavoratore.
Musk ha deciso questo mentre le sue auto vendono ancora, poco rispetto a una volta e tanto da non essere più fonte di ricavi utili. Tesla ha scritto nel Q1 2026 update che la prima linea di robot Optimus sostituirà le linee Model S e Model X, chiuse a inizio maggio, mentre Gigafactory Texas viene preparata per una seconda linea con un obiettivo dichiarato di lungo periodo di dieci milioni di robot l’anno, con la cautela d’obbligo, perché su Optimus le promesse hanno già slittato più volte.
Una multinazionale da centinaia di miliardi che si comporta come una startup: pivot rapido, distruzione creativa, agilità. Ma la lettura è rovesciata; Tesla può permettersi questo perché è una delle poche grandi imprese al mondo con struttura proprietaria monarchica, nessun sindacato riconosciuto a Fremont, nessun consiglio realmente indipendente, nessun azionista che la valuti sui fondamentali automotive.
E poi c’è la scommessa da testa o croce di Musk, perché la sua capitalizzazione non ha mai riflesso i volumi di vendita ma una promessa narrativa. Tesla non è una fabbrica che vale per ciò che produce: è una macchina di aspettative che usa la fabbrica come scenografia, e quando il prodotto narrativo si esaurisce la scenografia si riconverte alla narrativa successiva, operai inclusi solo che questa volta sono operai sintetici. È la logica del capitale di aspettativa, che può distruggere flussi di cassa presenti per sostenere multipli futuri.
Il prodotto narrativo delle Tesla si è esaurito perché la partita industriale dell’auto elettrica non basta più a sostenere la valutazione politica e finanziaria di Tesla: le consegne sono calate dell’8,6% nel 2025, scivolando sotto BYD, il gigante cinese di auto, nella classifica mondiale dell’elettrico puro, 1,64 milioni di veicoli contro circa 2,26, con il quarto trimestre a segnare il secondo calo annuale consecutivo. L’auto elettrica è diventata commodity, e i cinesi la fanno meglio e a meno, controllando la filiera verticale dalle celle al veicolo.
Il robot muskiano Optimus entra in un sistema dove di nuovo i cinesi sono avanti: nei robot umanoidi Unitree, UBTech e Fourier godono dello stesso vantaggio di filiera su attuatori, motori, terre rare. La fuga che Musk tenta è verso un territorio dove la valutazione non è ancora falsificabile, non perché il robot sia finto, ma perché il suo mercato non ha ancora metriche pubbliche robuste. Un’auto si conta, consegne trimestrali, quote, margini; un robot che farà tutto ciò che gli umani non vogliono fare non si può ancora contare, quindi non si può ancora smentire. Musk ha ammesso che Optimus è ancora in fase di ricerca, che non è impiegato nelle fabbriche in modo significativo, che i robot servono soprattutto a raccogliere dati per l’addestramento. Si chiude una linea che genera valore d’uso per una che non ne genera ancora: un atto di fede imposto per decreto, e in mezzo un tritacarne di azionisti, lavoratori, ambiente e comunità che non sanno che fare perchè lo Stato non sa che fare.
L’atto di fede ha però una teologia, ed è qui che la vicenda passa da industriale e e diventa politica. Musk sostiene che il plusvalore del lavoro robotico ricadrà sui cittadini come “universal high income”, abbondanza che rende il lavoro opzionale. Il vizio strutturale di questa promessa è che confonde il beneficiario con il co-proprietario: nel modello Musk il plusvalore non ricade per gravità naturale, resta interamente dentro l’impresa proprietaria della flotta, e l’eventuale redistribuzione è concessione discrezionale, non diritto, nessun sovracanone, nessuna titolarità territoriale, nessun vincolo giuridico; carità algoritmica al posto di rendita riconosciuta.
E se un solo soggetto privato possiede insieme i mezzi di produzione fisici, l’intelligenza che li anima e l’infrastruttura energetica e computazionale che li alimenta, il reddito universale è non emancipazione ma dipendenza perfetta: il cittadino ridotto a terminale di consumo mantenuto in vita dal signore che ha espropriato la funzione stessa del lavoro.
Tecno-feudalesimo, non più solo estrazione di rendita dai dati, ma sostituzione integrale del rapporto salariale con un vassallaggio assistito.
Mentre Musk costruisce questo, l’America ufficiale prova a rispondere, e le risposte meritano di essere lette in sequenza perché disegnano un unico paesaggio. OpenAI ha avviato discussioni preliminari per cedere al governo il 5% della società, circa 42,6 miliardi sulla valutazione di 852, dentro un’ipotesi più ampia in cui Washington deterrebbe il 5% di ciascuno dei grandi sviluppatori AI, attraverso un veicolo modellato sull’Alaska Permanent Fund. La proposta arriva pochi giorni dopo che OpenAI ha rinviato l’uscita pubblica di GPT-5.6 su richiesta del governo, e dopo che Anthropic ha passato quasi tutto giugno con i suoi modelli più avanzati disabilitati sotto una forma inedita di controllo all’export applicato direttamente all’accesso ai modelli anziché all’hardware.
Il 5% non è ancora redistribuzione; è prima di tutto un prezzo politico. La partecipazione azionaria compra indulgenza regolatoria, e con l’aggravante che entrambe le società hanno depositato in via confidenziale la documentazione per la discesa in borsa, sicché una quota governativa negoziata prima della quotazione bloccherebbe la posizione di Washington prima dell’allargamento proprietario.
Singolare, il regolatore diventa socio di ciò che dovrebbe regolare, alle condizioni del principe. Non è lo Stato che disciplina il capitale né il capitale che fugge dallo Stato: è la sovranità che si fa zona, comprata al 5%. Tributo feudale in senso tecnico, il vassallo cede una quota della rendita in cambio della protezione e della licenza di operare.
Sanders, il politico socialista americano, sull’altro versante, ha depositato il 18 giugno l’American AI Sovereign Wealth Fund Act: tassa una tantum del 50% pagata in azioni dalle società AI con oltre 200 milioni di ricavi annui, fondo sovrano stimato a 7 trilioni, dividendo annuo del 5%, circa mille dollari a testa e una commissione indipendente di sette membri di nomina presidenziale con diritti di voto e rappresentanza nei board.
A me pare una iniziativa novecentesca perchè il vizio non sta nello strumento fiscale, che anzi non è una tassa classica ma un esproprio parziale con governance, più di quanto il Novecento abbia mai osato col capitale privato, bensì nell’assunto che lo Stato-nazione sia il contenitore naturale della proprietà collettiva.
Tanto che Sanders si contraddice da solo: giustifica la legge dicendo che il fondamento dell’AI è la conoscenza collettiva dell’umanità e il lavoro creativo di decine di milioni di persone, ma deposita quel valore nella parte americana. Appropriazione nazionale di un bene che lui stesso dichiara dell’umanità: non federalismo cognitivo ma nazionalizzazione della rendita cognitiva. E un dettaglio del disegno di legge rivela il lock-in: il fondo non potrebbe vendere le azioni e il dividendo pubblico dipenderebbe dai loro rendimenti, sicché l’interesse fiscale del popolo americano verrebbe saldato per legge alla crescita perpetua dell’oligopolio, lo Stato azionista avrebbe ogni incentivo a non frenare mai la concentrazione da cui incassa. Il cittadino come rentier del proprio espropriatore: variante pubblica del vassallaggio assistito di Musk, con la differenza che qui il signore è formalmente eletto.
Il paradosso è che Altman e Sanders citano entrambi l’Alaska Permanent Fund, ed entrambi ne spostano il baricentro. Il modello Alaska nasce da una logica precisa: la risorsa (il petrolio nel caso Alaska) è legata a un territorio, la rendita torna a quel territorio, non per benevolenza ma per titolarità. Applicata coerentemente all’AI, quella logica non produce soltanto un fondo federale unico né un dividendo aziendale discrezionale: apre il problema delle titolarità distribuite alla scala delle comunità che generano dati, conoscenza, lavoro culturale e ambienti sociali d’uso. Il giacimento dell’AI non sta sotto il suolo di Washington; è nelle biografie digitali di miliardi di persone, nei corpora culturali di comunità specifiche, nelle lingue, nei territori, nelle scuole, negli archivi, nelle pratiche sociali, nei corpi.
Resta da guardare in faccia la variante che l’America teme e insegue insieme, perché il modello cinese risponde alla domanda proprietaria con una mossa che il dibattito di Washington non contempla: la dissoluzione della domanda stessa. In Cina la distinzione tra impresa e Stato, tra plusvalore privato e progetto pubblico, non è negoziata caso per caso è strutturalmente porosa. Unitree, UBTech, Fourier non devono cedere il 5% al sovrano né temere una tassa del 50%, perché operano già dentro un ecosistema in cui il partito-Stato è insieme regolatore, committente, azionista indiretto attraverso i fondi di guidance, pianificatore della filiera e proprietario ultimo del quadro giuridico. Il plusvalore robotico non viene redistribuito né trattenuto: viene arruolato. È una risposta coerente, persino efficiente, la filiera verticale dalle terre rare all’attuatore all’algoritmo ne è la prova, ma è la terza declinazione dello stesso schema monarchico: dopo il monarca privato di Fremont e il Leviatano di Sanders, il sovrano-fusione di Pechino, dove non c’è nemmeno bisogno di comprare la corona perché la corona possiede già la fabbrica. Chi genera il valore, il lavoratore, la comunità, il territorio, resta suddito in tutte e tre le grammatiche; cambia solo la lingua in cui gli si comunica la decisione.
E l’Europa? L’onestà impone di partire dal dato umiliante: nella partita fisica dei robot l’Europa non è indietro, è quasi assente. Il suo campione storico della robotica industriale, la tedesca KUKA, è stata comprata da Midea nel 2016, la fabbrica europea di robot appartiene a un conglomerato cinese, ed è difficile trovare un’immagine più esatta della nostra condizione. Non abbiamo un hyperscaler, non abbiamo una filiera di attuatori, non abbiamo un Optimus né un Unitree, e chi propone di colmare il divario evoca quasi sempre una “AI sovrana” che replicherebbe in scala ridotta il modello che pretende di contrastare.
Ma il divario industriale, per quanto reale, non deve nascondere ciò che l’Europa può ancora mettere in campo: non il monopolio delle forme civiche, che esistono, con genealogie diverse, nelle comunità indigene americane, in molte tradizioni asiatiche, africane e latinoamericane, ma una propria tradizione istituzionale di metodi per governare ciò che appartiene a molti senza consegnarlo né al mercato né allo Stato. È la storia lunga delle istituzioni intermedie, delle forme mutualistiche e cooperative, dei patrimoni collettivi, degli usi civici, dei bacini imbriferi, dei sovracanoni, della sussidiarietà come principio costituzionale e non come slogan: strumenti imperfetti, spesso invecchiati, ma capaci di indicare una terza via tra proprietà privata assoluta e proprietà statale centralizzata.
Diciamo però le cose come stanno, perché l’apologia sarebbe la peggiore forma di sabotaggio: quelle istituzioni, così come le incontriamo oggi, sono in gran parte morte. La cooperazione che nacque per dare potere a chi non ne aveva è diventata in molti casi un comparto come gli altri, con i gruppi dirigenti al posto dei soci e il bilancio sociale al posto della mutualità; i “beni comuni” sono scivolati da categoria giuridica a lessico da bando, una parola che profuma di marketing territoriale e sa sempre meno di popolo; la sussidiarietà viene invocata nei convegni da chi non le affiderebbe mai un chilowatt di potere reale. Sono formule stantie che sopravvivono come brand di se stesse, e chi le maneggia lo sa.
Ma la senescenza delle incarnazioni non è la morte del metodo: il metodo, titolarità di comunità, regole proprie, valore che resta dove si genera, resta un modello praticabile alternativo ai tre monarchi, e il fatto che le sue forme storiche si siano imbalsamate dice soltanto che vanno rifondate, non che vanno abbandonate.
Rifondate sul giacimento nuovo: titolarità comunitarie sui dati, infrastrutture federate di calcolo e di intelligenza costruite come atto costituzionale e non come consorzio di comodo, rendite che tornano alle comunità perché ne sono l’origine e non gli utenti. Non un revival: una seconda fondazione, con la stessa fame del primo mutualismo e nessuna delle sue liturgie superstiti.
E c’è un secondo patrimonio, ancora più radicale, che la corsa dei tre monarchi rende invisibile. Musk, Altman, Sanders e Pechino litigano su chi possiede la macchina, ma condividono senza discuterla l’idea che la macchina sia una sola: un’unica traiettoria tecnologica, un’unica forma di intelligenza, un’unica cosmologia industriale che si tratta soltanto di finanziare, tassare o arruolare. È qui che la lezione di Yuk Hui sulla tecnodiversità morde: la tecnica non è universale, è sempre incarnata in una cosmologia, e la monocultura tecnologica che esce da Fremont o da Shenzhen non è la tecnologia ma una tecnologia, una tra le possibili, che si impone cancellando le alternative prima ancora che vengano pensate. Un’Europa che si limitasse a inseguire il proprio Optimus avrebbe già perso due volte: sul piano industriale, dove il ritardo è quello che è, e sul piano più profondo, dove avrebbe rinunciato all’unica mossa che nessuno dei tre monarchi può fare, moltiplicare le forme, aprire lo spazio a intelligenze e macchine pensate dentro cosmologie diverse, difendere la noodiversità come si dovrebbe difendere la biodiversità: non perché sia decorativa, ma perché è la condizione di sopravvivenza del pensiero stesso. La distanza tra questa possibilità e la realtà attuale per ora è enorme. Ma la storia industriale che si chiude a Fremont dice che il tempo delle risposte è più corto di quanto crediamo: quando le flotte arriveranno, americane o cinesi che siano, la domanda su chi ne possiede il plusvalore, e quella ancora più profonda su quale forma di intelligenza incarnano, saranno già state risposte da altri, nei termini di altri. L’America la sta formulando dentro un’alternativa mutilata, monarca privato o monarca pubblico; la Cina l’ha sciolta nella fusione. Qui c’è una cosa sola da cui iniziare e è quella di dire che non abbiamo più alibi.
Immagine: Diego Rivera, Detroit Industry Murals, 1932–33.
Auto, fabbrica, catena di montaggio, lavoro umano, macchine, Fordismo, Detroit, industria come cosmologia. Rivera mostra il momento in cui la macchina industriale e il lavoro umano sono ancora dentro lo stesso patto tragico-produttivo. Ma oggi il lavoratore viene espulso dalla scena.