Il CERN dell’intelligenza artificiale non è un centro di ricerca.

Un CERN europeo dell’intelligenza artificiale non è solo un centro di ricerca. È un atto costituente: la nuova costituzione europea, scritta non su carta ma su infrastruttura.
Chi possiede cosa, chi governa cosa, a quale scala, con quale ritorno per quali comunità. Non un nuovo trattato. Non un nuovo programma industriale. La forma materiale di un’Europa che non si è ancora data, comunità autonome, federate, sussidiarie, tenute insieme non da un mercato ma dal governo condiviso dell’infrastruttura cognitiva del continente. È dentro questa visione che la Magnifica Humanitas pone la sua domanda più radicale: l’intelligenza artificiale al servizio di quale idea di umano, di quale bene comune, di quale comunità di destino. Non una domanda teologica. Una domanda politica fondativa, che precede ogni scelta tecnica e ogni accordo industriale.
L’intelligenza artificiale non è software: è geografia. Ha bisogno di centrali elettriche, reti di trasmissione, miniere, litografia, semiconduttori, sistemi di raffreddamento, acqua, contratti energetici, satelliti, fibra e ha bisogno di giuristi, ingegneri, medici, insegnanti, sindaci, imprese, cittadini. La prima è l’infrastruttura materiale: estrazione, energia, calcolo, raffreddamento, connettività. La seconda è l’infrastruttura umana: le competenze, le istituzioni, le comunità che danno senso e direzione alla potenza computazionale, senza le quali quella potenza non produce civiltà ma solo dipendenza. Entrambe devono essere federate e sussidiarie, l’infrastruttura materiale articolata per livelli, con nodi territoriali che servono comunità locali, nodi regionali che aggregano ciò che la scala locale non può sostenere, capacità europee condivise solo per ciò che nessun livello inferiore può fare; l’infrastruttura umana radicata nei territori che devono governare quella tecnologia, costruendo reti di sapere che circolano verticalmente tra i livelli senza svuotare la periferia a vantaggio del centro. Non esiste un pezzo senza gli altri, e non esiste federazione senza sussidiarietà.
Chi addestra il modello è la domanda sbagliata. Quella giusta è chi accende le centrali, chi consuma l’acqua, chi scava i minerali, chi controlla i chip, chi firma i contratti militari, chi possiede i dati, chi paga la rete elettrica, chi sopporta il calore, chi decide dove viene costruito un data center e chi riceve il valore prodotto e a quale scala, perché un’infrastruttura comune europea non deve essere per forza un’infrastruttura centralizzata europea. Deve essere federata, articolata per livelli, europeo, nazionale, regionale, territoriale, comunale, dove ogni livello fa ciò che solo a quella scala può fare, e non sale al livello superiore ciò che può essere governato a quello inferiore. La sussidiarietà non è solo una formula dell’architettura istituzionale: è il modo in cui un’infrastruttura cognitiva evita di riprodurre, con bandiera diversa, la stessa concentrazione di potere che dice di voler contrastare. Un data center regionale che serve ospedali, scuole e amministrazioni locali non è una copia in piccolo del cloud americano: è un nodo di governo, con proprietà, responsabilità e ritorni radicati nel territorio che lo ospita, e la potenza di calcolo si scala verso l’alto solo quando la scala superiore è l’unica in grado di sostenerla, non per default, non per efficienza astratta, non perché è più comodo concentrare.
L’Europa ha il materiale per rispondere a queste domande diversamente dagli altri: ha industria, sanità pubblica, università, ricerca, territori, scuole, amministrazioni, manifattura, energia, welfare, diritto, archivi, lingue, città, cooperative, piccole e medie imprese, dati regolati, conflitti democratici. Gli Stati Uniti costruiscono la loro AI come alleanza tra Big Tech, Wall Street, cloud, chip, Pentagono ed energia; la Cina la costruisce come infrastruttura nazionale legata alla pianificazione industriale, alla manifattura, alle reti elettriche, alle materie prime e alla sicurezza dello Stato.
L’Europa non può permettersi né l’ingenuità morale né la copia subordinata, e deve costruire una terza forma: una AI pubblica, industriale, territoriale, strategica. Un CERN europeo dell’intelligenza artificiale non può fingere che il perimetro della difesa non esista. L’AI è già dentro la cyberdifesa, la protezione delle infrastrutture critiche, la sorveglianza delle reti, lo spazio, le telecomunicazioni strategiche. Una AI europea che escludesse questo campo nascerebbe monca e inutile proprio dove la sicurezza collettiva diventa materiale. Ma il compito non è costruire un complesso militare-tecnologico europeo: è garantire che l’infrastruttura serva anche la difesa senza venire posseduta dalla sua logica.
Per questo il CERN europeo dell’AI ha tre gambe: una civile, sanità, scuola, pubblica amministrazione, giustizia, welfare, ricerca, cultura, lingue, archivi, servizi territoriali , una industriale,manifattura, energia, logistica, semiconduttori, farmaceutica, finanza regolata, agricoltura, mobilità, PMI,, una strategica,cyberdifesa, spazio, infrastrutture critiche, protezione civile, difesa, sicurezza delle reti.
Il cittadino, in questo schema, non è escluso: arriva dopo, ma arriva meglio, non come utente solitario da catturare con un’app più seducente, ma come persona che incontra la AI nel fascicolo sanitario, nel Comune, nella scuola, nel lavoro, nelle imprese, nella formazione, nella banca, nell’energia domestica, nei servizi pubblici, e può capire che una AI europea non è migliore perché scrive frasi più brillanti, ma perché si può controllare, contestare, verificare, perché non trasforma ogni interazione in un trasferimento invisibile di valore verso una piattaforma privata e perché i dati possono essere governati come patrimonio collettivo invece che come miniera.
La parte più radicale è il regime di proprietà dei dati: sanitari, amministrativi, ambientali, industriali, energetici, linguistici, territoriali, non aperti ingenuamente, pronti per essere catturati da chi ha più potenza di calcolo, non chiusi in silos pubblici e privati inutilizzabili, ma custoditi, negoziati, condivisi secondo regole, con ritorni misurabili per le comunità che li generano. Una scuola che produce dati educativi non deve diventare una miniera per un fornitore, un ospedale che produce dati clinici non deve essere la materia prima gratuita della farmaceutica algoritmica, un territorio che produce dati ambientali, agricoli, energetici, turistici, urbanistici non deve consegnarli a una piattaforma che li restituisce sotto forma di servizio in abbonamento: se i dati sono prodotti da comunità, lavoro, corpi, istituzioni e territori, il valore che generano deve tornare almeno in parte a comunità, lavoro, corpi, istituzioni e territori. Non è romanticismo del bene comune, è politica industriale, perché senza proprietà, governance e ritorno dei dati l’Europa resterà cliente, potrà avere regolamenti avanzati, ma comprerà modelli altrui, cloud altrui, chip altrui, sicurezza altrui, e continuerà a discutere di etica mentre altri costruiscono potenza.
Il CERN europeo dell’AI deve essere una macchina di domanda pubblica, perché non basta produrre offerta, non basta avere supercomputer, ricercatori, fondi, bandi, startup: bisogna creare soggetti che abbiano convenienza, capacità e obbligo di usare AI europea dove sono in gioco dati sensibili, infrastrutture critiche, servizi pubblici, sicurezza, sanità, scuola, industria. Negli Stati Uniti questa domanda pubblica esiste già e spesso indossa l’uniforme; in Europa va costruita, civile, industriale, territoriale, con un perimetro difensivo chiaro, ma senza che quel perimetro detti la logica dell’intero progetto.
Il rischio è che la politica europea di oggi costruisca un grande nome, qualche edificio, molti tavoli, qualche modello, molti comunicati, alcuni data center, qualche retorica sulla sovranità digitale, mentre le imprese continuano a comprare Microsoft, Google, Amazon, OpenAI, Nvidia, le pubbliche amministrazioni fanno progetti pilota, le università producono prototipi, le startup cercano fondi, i dati restano chiusi, il cloud resta americano, i chip restano asiatici, l’energia viene trattata come dettaglio tecnico, l’acqua come nota ambientale, le terre rare come problema lontano, la difesa come imbarazzo, e il CERN dell’AI diventa un’altra cattedrale europea senza culto e senza popolo.
Il progetto ha senso solo se accetta la durezza della materia: l’intelligenza artificiale consuma energia, acqua, suolo, minerali, reti, lavoro, attenzione, decisione, produce dipendenza, valore, classificazioni, esclusioni, vantaggi industriali, asimmetrie di potere, e non è neutra perché appartiene sempre a qualcuno, gira da qualche parte, consuma qualcosa, serve qualcuno, esclude qualcuno, arricchisce qualcuno. Il CERN europeo dell’AI dei miei sogni parte da qui, non dalla promessa di una AI più buona, ma dalla decisione di rendere visibile la sua infrastruttura: dove si addestra, con quale energia, con quanta acqua, con quali chip, con quali materiali, con quali dati, con quali contratti, con quale ritorno pubblico.
L’Europa può permettersi una AI disarmata, non per ingenuità, non per debolezza, ma per scelta costitutiva, dentro il patto che la Magnifica Humanitas ha posto al centro del dibattito globale: l’infrastruttura cognitiva del continente non può essere governata dalla sola logica della potenza, della deterrenza, della competizione tra blocchi, ma da una logica di comunità federate che decidono insieme cosa vale la pena calcolare, cosa vale la pena custodire, cosa vale la pena distribuire. È da questa scelta che nasce il contributo europeo originale al confronto globale: la noodiversità, la pluralità delle forme di intelligenza, individuali e collettive, che non si riducono al calcolo e la tecnodiversità, la pluralità delle architetture tecnologiche, delle scale, delle proprietà, dei modelli di governo, che non si riducono alla piattaforma. Il segno che un continente ha scelto di governare l’intelligenza invece di subirla.
Per questo non si sta parlando solo di un centro di ricerca. Si sta parlando di qualcosa di più grande e più urgente: l’atto costitutivo della nuova Europa, costruita sulle ceneri di quella che abbiamo conosciuto e che non regge più, non regge ai blocchi, non regge alle piattaforme, non regge alla concentrazione del potere computazionale, non regge alla domanda su chi siamo e cosa vogliamo governare insieme.
Come i padri fondatori dell’Europa unita hanno ragionato non su accordi commerciali ma su una nuova forma di convivenza politica tra i popoli, così ora tocca a questa generazione fare lo stesso, con un nuovo trattato, una nuova costituzione scritta su infrastruttura. Un CERN dell’AI europeo su un’Europa che si sta sfaldando ha senso solo se è l’atto che la rifonda. Un’Europa che non si dà questa infrastruttura non è un’Europa che sceglie la pace o la neutralità: è un’Europa che sceglie di non esistere.
Grazie a Giorgio Parisi a Giuseppe Attardi e a chi come loro si sta adoperando per dare risposte scientifiche e umane al potere dominante delle Big Tech e a costruire questo nuovo CERN europeo
Immagine: La prima Carta Europea, Polonia,3 maggio 1791.