Karp e Drogo: il nemico come istituzione

Ricevo dall’amico e poeta Alessandro Canzian, questo testo. Mi interessa molto quando la poesia incontra l’intelligenza artificiale, perché non la racconta: la mette a nudo. La riconduce a quello che è: un potentissimo strumento che ci aiuterà.
di Alessandro Canzian
C’è un elemento che, se ragionato a fondo, appare affascinante e al contempo terribile: il modo in cui il linguaggio riesce a modificare la realtà e, con essa, la storia stessa. Alcuni giorni fa ho scritto sul libro di poesie di Francesca Mannocchi (QUI) che, in pochi tratti (che vorremmo poter dire surreali, ma non lo sono), spiega come il linguaggio diventi capace di travestire il presente anestetizzando il futuro. Basta parlare di terrorista per non definire più la persona ma la necessità della sua eliminazione. Così facendo si svuota del suo essere persona diventando minaccia, cancro, da eliminare con ogni mezzo possibile. Che si tratti di una donna, di un anziano o di un bambino di tredici anni. Il termine terrorista crea la necessità dell’eliminazione. Poi accadono gli incidenti, le scuole bombardate per sbaglio a cui vengono negati i volti, le amputazioni, i dolori, perché deve restare un linguaggio capace non di spiegare quanto di giustificare: “La parola / terrorista / non cresce: cristallizza. / È sale: / dove cade non nasce più nulla. // La parola / collaterale/ non indica un corpo: / archivia un errore. / Fa di un bambino un imprevisto calcolato, / una parentesi da ignorare” (Crescere, la guerra, Francesca Mannocchi, Einaudi, 2026).
Recentemente è nata una nuova Casa Editrice, Foglio Edizioni, che in un’intervista al curatore delle pubblicazioni Riccardo Cavallero fa emergere una mission interessante: “Ci interessano saggi che riescano ad aprire discussioni” (illibraio.it, QUI). Al netto della scelta programmatica il primo titolo pare andare proprio in quella direzione: Il filosofo nella Valley – Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza di Michael Steinberger (traduzione di Marta Salaroli).
Il libro, muovendosi tra biografia, inchiesta e saggio politico, ricostruisce la vita di Alex Karp (filosofo di formazione) focalizzandosi su Palantir. Azienda, di cui è co-fondatore e amministratore delegato, di software statunitense specializzata nell’integrare, organizzare e analizzare enormi quantità di dati provenienti da fonti diverse, così da aiutare governi, forze armate e grandi imprese a prendere decisioni operative. Nata dopo l’11 settembre (e questo già dice molto) si è progressivamente trasformata in uno dei punti di incontro più sensibili tra big data, intelligence, guerra, sicurezza nazionale e sorveglianza. Il libro racconta la formazione e l’eccentricità di Karp e l’ascesa di un progetto che pare uscito da un film di fantascienza (distopico) affrontando questioni come la privacy, l’immigrazione, la guerra. Fino alla sua consacrazioneoperativa e simbolica in Afghanistan, in Ucraina e, più di recente, nel contesto dell’IA e delle crisi geopolitiche attuali.
Il punto che più mi interessa non sono tanto i fatti in sé quanto l’identità profonda tra Karp e Palantir: più che una software company è una visione del mondo basata sulla difesa dell’Occidente, che è la visione ossessiva di Karp. È emblematico che una start-up, intrecciando nel giro di pochi anni relazioni profonde e strategiche, arrivi perfino a fare causa all’esercito degli Stati Uniti per l’esclusione da una gara e a vincerla in modo netto contribuendo a modificare procedure, criteri di approvvigionamento, rapporti di forza. Un soggetto che, entrando dentro le strutture della sicurezza, di fatto contribuisce a ridefinirne la logica.
Karp, ebreo afroamericano, dislessico con una formazione filosofica e sociologica, di matrice progressista, finisce per costruire una tecnologia figlia di una civiltà che teme il vuoto come minaccia, in quanto possibile nascondimento di una minaccia sempre presupposta. Nel suo mondo nulla può restare opaco, tutto deve diventare leggibile, tutto deve essere collegabile, analizzabile, anticipabile. E dunque sorvegliabile, integralmente sorvegliabile.
Palantir è davvero una software company efficace nel raccogliere, ordinare e rendere operativi i dati, e proprio in virtù di questo trasforma la tecnologia in postura, in necessità morale sulla base di una lettura molto chiara (e molto schierata): Facebook come emblema della degenerazione parassitaria, Wall Street come spazio dell’ottusità, i manifestanti anti-israeliani come sintomo del collasso etico, Cina/Russia/terrorismo/immigrazione irregolare come minacce continue e diffuse. Karp mette a sistema il nemico trasformandolo in una necessità interiore, strutturale, politica e simbolica. Come figura senza la quale il soggetto non riesce più a definirsi.
Guardando alla cronaca internazionale è difficile non riconoscere una delle logiche dominanti del nostro tempo: la paura come principio organizzatore (ad esempio il ReArm europeo che purtroppo evidenzia che il lessico della minaccia è ormai istituzionalizzato anche in Europa), il nemico come attesa tanto da diventare necessità. Il nemico come grammatica attraverso cui il mondo viene riorganizzato. Si tratta di un processo che mette al centro il linguaggio in maniera molto simile a quello che la succitata Mannocchi ci ha mostrato. Stesso dispositivo, funzioni diverse. La prima attenua il reale, la seconda lo riorganizza.
È qui che torna alla mente Il deserto dei tartari di Buzzati. Drogo entra nella Fortezza con l’idea di restarci poco e finisce per consegnare la propria vita a un orizzonte vuoto che è lo spazio su cui si proietta il bisogno del nemico. I Tartari servono a dare senso alla disciplina, alla rinuncia, al sacrificio. I Tartari finiscono per dare senso alla sua vita. Anche Karp abita un orizzonte dominato dalla minaccia e l’autore del libro spiega bene che la percezione della minaccia guida molte decisioni di Palantir. Solo che al posto del deserto c’è un mondo saturo di segnali che Karp continua a identificare, spostare, moltiplicare. Palantir è una moderna Fortezza tecnologica che istituzionalizza il nemico come categoria operativa.
Come nel romanzo di Buzzati (ed è per questo che torna utile per interpretare ancora più a fondo la lettura del nostro tempo) il nemico è necessario perché senza di lui la Fortezza/Palantir rivelerebbe la propria verità: un dispositivo identitario che, senza il nemico, crolla. In Il filosofo nella Valley – Alex Karp, Palantir e l’ascesa dello Stato di sorveglianza il nemico è ciò che giustifica l’infrastruttura e ne garantisce la necessità, il principio che tiene in piedi l’apparato, la visione del mondo e di sé. Si potrebbe obiettare che laddove Drogo attende Karp agisce, e sarebbe assolutamente vero. Ma entrambi hanno bisogno che l’orizzonte resti minaccioso perché solo così la loro posizione conserva senso. Forse la differenza è che Drogo teme che i Tartari non arrivino mai, mentre Karp teme che il mondo smetta di confermargli che sono ovunque.

Da Palantir a un mondo colonizzato dalla minaccia, che organizza il proprio tempo, il proprio valore, la propria idea di sé, il passo è breve. Non sto parlando di una consequenzialità (sarebbe errato) ma di un sintomo di ciò che già siamo o che stiamo comunque diventando.
Un mondo in cui si distingue, con crescente brutalità, chi agisce da chi esita, chi difende l’Occidente da chi lo indebolisce. E in questo schema il soggetto che denuncia la minaccia finisce per confermare continuamente la propria necessità.

Dall’11 settembre viviamo in un mondo che ha acquisito un nuovo immaginario: guerra al terrore, nemico invisibile, intermittente, disperso nei flussi. In questo Steinberger spiega Palantir come forma tecnica di una civiltà che ha interiorizzato il paradigma della minaccia permanente. In Afghanistan, Ucraina, Israele, Palantir entra in gioco come macchina capace di rendere il caos operabile. E qui ci troviamo di fronte a una delle intuizioni più disturbanti del libro: Palantir funziona davvero.
Oggi il confine tra impresa privata, apparato di sicurezza, guerra, dato e visione del mondo è diventato sempre più poroso e Karp è il punto in cui questo processo prende volto. Un volto eccentrico, colto, vulnerabile, ironico, risentito, capace di parlare di filosofia ma di farsi interprete di un nuovo nazionalismo tecnologico. Karp vede se stesso, almeno inizialmente, come uno che vuole difendere la democrazia liberale da minacce reali, finendo con il risultare funzionale a un ordine politico che conserva soprattutto la forza, meno i limiti. Prima la paura, poi la necessità dell’ordine, poi il desiderio di controllo, poi l’infrastruttura tecnica che rende il controllo possibile, poi il nemico inteso come categoria organizzativa. Riprendendo una frase dell’inizio di questo articolo, che ora acquisisce un significato terribilmente più ampio, basta parlare di terrorista (nemico) per non definire più la persona ma la necessità (l’apparato, l’istituzione) della sua eliminazione.
Quando il nemico diventa necessario non basta più trovarlo. Bisogna produrlo, estenderlo, disseminarlo. E, come nella Fortezza di Buzzati, alla fine arriverà.
Immagine tratta dal film: il deserto dei Tartari