Era il 13 aprile 2026. Donald Trump pubblicava su Truth un attacco diretto contro Papa Leone XIV. Lo definiva debole sulla politica estera e aggiungeva, con quella spacconeria che negli anni è diventata stile di governo: se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano.
La risposta del Papa arrivò in volo verso l’Africa, senza alzare la voce, senza concedere allo spettacolo ciò che lo spettacolo pretende sempre: il conflitto come intrattenimento. Disse che non aveva paura dell’amministrazione Trump, che parlava del Vangelo, che non era un politico, che non aveva intenzione di fare un dibattito con lui. Pochi giorni dopo, sul tragitto tra Camerun e Angola, chiuse la questione con quattro parole: non è affatto nel mio interesse.
Molti hanno letto la scena come l’ennesimo scontro tra due figure di potere. Hanno guardato il dito ma la luna era altrove. In quel breve scambio uno dei due aveva già identificato dove si concentra oggi il comando reale, e l’altro continuava a recitare dentro un teatro che non controlla più del tutto. Trump è un terminale, non un centro.
Per capire perché Leone XIV non ha interesse a discutere con Trump, bisogna capire cosa rappresenta oggi Trump nella struttura del potere mondiale.
Lo Stato moderno nasce da una geometria, dalle mappe. Un territorio delimitato, una legge valida in ogni punto, un centro che irradia decisioni. Le grandi piattaforme tecnologiche hanno compiuto una secessione silenziosa da questa geometria. Non hanno abbattuto lo Stato, lo hanno progressivamente aggirato. Esistono dentro gli Stati ma oltre la loro logica, il primo grande potere storico che può coordinare miliardi di vite senza trasformarsi in impero territoriale classico.
Il leader politico non è diventato irrilevante perchè conserva il monopolio della forza fisica, la capacità di sequestrare server su un territorio, di dichiarare guerra con una firma che ha ancora valore giuridico. Ma questa forza residua non è autonomia; è moneta di scambio in una relazione di parassitismo reciproco. La tecnologia usa lo Stato per legittimarsi e lo Stato usa la tecnologia per sopravvivere. Nessuno dei due può fare a meno dell’altro. Ma i termini dello scambio si sono spostati.
Trump non è un simulacro inerte, è un nodo ad alta visibilità che gestisce ancora forza reale, ma dentro sistemi che non ha costruito e non controlla interamente. Quando attacca il Papa, crede di colpire un uomo ma in realtà urta contro una lingua non convertibile nei codici di sicurezza, interesse nazionale, engagement, performance. Due sistemi di legittimità che non si traducono l’uno nell’altro. E la dipendenza non si ferma alla comunicazione, arriva fino alla guerra.
La guerra, per secoli, è stata almeno formalmente un atto politico: dichiarazioni, responsabilità, catene di comando riconoscibili. Oggi tende a trasformarsi in processo computazionale. Il generale firma su liste già preordinate da sistemi tecnici. Il politico decide dentro scenari modellati da infrastrutture che non comprende interamente. Il sangue viene filtrato da dashboard, probabilità, punteggi di rischio. Trump non decide quando fare la guerra. Decide se firmare quello che il sistema ha già calcolato.
E questa architettura non è eterea. Ha una radice geologica brutale. Chip, rame, litio, terre rare, energia, acqua, miniere. Le guerre per le materie prime e la corsa alla AI non sono due storie parallele. Sono lo stesso racconto visto da ingressi diversi.
Il capitale aveva un volto. La AI finge di non averlo. Non esiste la AI in astratto. Esiste la AI di Microsoft, di Google, di Meta, di Amazon, dei complessi militari e delle agenzie statali. Ogni modello è il risultato di selezioni precise: quali dati usare, cosa premiare, cosa censurare, quale mercato servire. Dietro ogni architettura c’è una catena di decisioni umane, economiche e politiche e il soggetto non è sparito ma si è moltiplicato e nascosto dentro le macchine. Sono in competizione feroce tra loro, per i chip, per i talenti, per gli standard tecnici che diventeranno legge di fatto. Il potere tecnologico non è una piramide con un vertice solo ma è un campo di forze in tensione, dove la posta in gioco è chi impone la propria visione del mondo come architettura cognitiva globale.
È il vecchio dominio con una maschera nuova: il potere che si presenta come neutralità tecnica, che non ha nemmeno bisogno di coordinarsi per dominare. Chiunque vinca la competizione, l’umano viene processato.
L’8 maggio 2025: una dichiarazione di campo. Quando Robert Francis Prevost scelse il nome Leone XIV, stava dicendo qualcosa di preciso. Leone XIII fu il Papa della Rerum Novarum, il confronto diretto tra Chiesa e prima rivoluzione industriale. Leone XIV indicava il nuovo terreno: l’intelligenza artificiale come seconda rivoluzione industriale, capace di toccare lavoro, educazione, relazioni, dignità, libertà interiore.
Pochi giorni dopo l’elezione disse che i modelli di AI riflettono la visione del mondo di chi li costruisce e che possono imporre modi di pensare replicando i pregiudizi presenti nei dati. Dentro il software si depositano antropologie, gerarchie, interessi; la tecnica non è neutra e il soggetto non è scomparso.
Il gesto del nome, il contenuto dei primi discorsi, il rifiuto di scendere sul terreno di Trump formano un pattern che vale la pena leggere insieme. Il silenzio su Trump non è deferenza. È disinteresse per una variabile che il Papa ha già classificato come dipendente. Il Papa ha capito dove si concentra oggi il Leviatano.
Custodire l’umano: due parole semplici, quasi antiche, che nel XXI secolo suonano come una presa di posizione radicale. Da duemila anni la Chiesa custodisce l’umano: corpo e anima, nascita e morte, colpa e perdono, sofferenza e senso. Non sempre lo ha fatto bene e non sempre senza abuso. L’Inquisizione, il colonialismo missionario, il controllo della sessualità, il senso di colpa come strumento di governo: storie reali, dolori reali, che non si cancellano e non devono essere cancellate. Ma queste ferite della storia appartengono ai meccanismi di potere delle epoche in cui sono avvenuti, meccanismi che la Chiesa stessa sta provando a smontare uno a uno. Ora rimane per me qui una parte centrale della sua dottrina sociale: che la persona non coincide con la sua utilità. Che esiste qualcosa nell’umano che non si amministra, non si ottimizza e non si converte in funzione.
È esattamente questa tesi che le infrastrutture contemporanee mettono in discussione. Il corpo diventa biometria, tracciato comportamentale, consumo misurabile. L’interiorità diventa preferenza estraibile, emozione monetizzabile, memoria indicizzabile. Non percheè le Big Tech sono cattive ma per per logica di sistema. Il sistema non odia l’umano, semplicemente lo processa.
Il conflitto che si apre non è ideologico e non è destra contro sinistra, neppure capitalismo contro socialismo. È ontologico: incarnato e spirituale contro immortale e estrattivo. Da una parte ciò che è nato, respira, muore e non si può riscrivere. Dall’altra ciò che è stato addestrato, ottimizzato, aggiornato e non ha mai avuto fame.
Per questo Leone XIV non discute con Trump. Non è solo umiltà e non è certo paura. È discernimento, quella qualità che la tradizione spirituale chiama la capacità di vedere dove agisce davvero il potere, e dove agisce solo il fragore.
Trump è una variabile rumorosa dentro un assetto più profondo. Discutere con lui significherebbe parlare con l’ombra invece di guardare la macchina che la proietta. Leone XIV non si sottrae allo scontro: sceglie il bersaglio vero. La fonte non ha volto, non ha territorio; si presenta come servizio, come utility, un progresso inevitabile. È il Leviatano del nostro tempo: distribuito, frammentato, invisibile. E proprio per questo più difficile da nominare e da resistere. Emette una luce che sembra calda ma è fredda. Il conflitto tra chi custodisce il limite umano e chi vuole amministrarlo è uno dei nomi possibili del XXI secolo. Ed è appena iniziato.
Immagine: Christ of Saint John of the Cross — Salvador Dalí, 1951
Se il potere vuole amministrare l’umano qui Dalì rimette al centro il corpo, il limite e una prospettiva che sfugge alla logica della macchina.
PS: Molti pensieri di questo articolo sono di Alessandro Dalla Torre.