Too connected to fail

Bisogna smettere di chiedere ai social di essere buoni e iniziare a renderli superflui. Finché il grafo sociale è sequestrato da un’azienda, ogni multa è solo il prezzo del riscatto che lo Stato versa per non far crollare il sistema. La storia non è democratizzare i social estrattivi e colonizzanti, ma espropriare la topologia: trasformare il legame online tra le persone in un bene pubblico portabile.

Le sentenze dei giorni scorsi con la condanna di Meta e Google sono importanti, forse le più significative mai emesse contro le piattaforme social. La speranza è che reggano in appello, che le corti federali e la Corte Suprema, storicamente più vicine agli interessi delle big tech, non le svuotino prima che producano effetti reali. Ma anche se reggessero integralmente, non basterebbero. Miliardi di persone non smetterebbero di usarli perchè non è solo una questione di coraggio politico, è una questione di fisica della rete.

Albert-László Barabási è il fisico ungherese che ha fondato la scienza delle reti complesse. Ha dimostrato qualcosa di controintuitivo: in una rete scale-free, cioè una rete dove pochi nodi concentrano enormemente più connessioni degli altri, rimuovere casualmente anche la maggioranza dei nodi non distrugge il sistema. Ma rimuovere una piccola minoranza di nodi strategici, gli hub, lo frammenta completamente.
Le reti scale-free non crescono in modo uniforme. Crescono secondo il principio della preferential attachment: i nodi già connessi attraggono nuove connessioni più facilmente degli altri. Il risultato è una distribuzione di potere radicalmente asimmetrica: pochi hub enormi, moltissimi nodi periferici.

Per capire cosa significa applicato ai social, bisogna distinguere due livelli di rete sovrapposti.
Il primo è la rete delle piattaforme tra loro. Qui i nodi sono Instagram, YouTube, WhatsApp, TikTok, Facebook e compagnia. In questo grafo alcune piattaforme sono hub, concentrano più connessioni, più traffico, più dipendenze da servizi esterni e altre restano più o meno periferiche. È il livello su cui agiscono le sentenze, le multe, le leggi antitrust.

Il secondo è la rete sociale degli utenti all’interno di ciascuna piattaforma. Qui i nodi sono le persone, i profili, le comunità. Anche in questo grafo esistono hub, gli account con milioni di follower e nodi periferici, gli utenti normali.

Ma questa rete non è regolabile dall’esterno: è la struttura sociale reale che si è sedimentata dentro ogni piattaforma nel corso di anni.
Il problema politico nasce dall’interazione tra i due livelli. Una sentenza può colpire una piattaforma come nodo nel primo grafo, e può intervenire sugli algoritmi che creano dipendenza nel secondo. Ma anche una piattaforma condannata, multata e costretta a modificare i propri algoritmi resta difficile da abbandonare finché il grafo sociale che ospita non è portabile. Le relazioni non spariscono con una sentenza e finché non si va, si resta.
Sei sui social delle Big Tech per due ragioni distinte, che spesso si confondono. La prima: l’algoritmo è progettato per tenerti lì, retention, autoplay, scroll infinito, notifiche calibrate per creare dipendenza. È esattamente quello che le sentenze cercano di colpire e su cui hanno una presa reale.

La seconda è più profonda e meno regolabile: ci sono già i tuoi amici, i tuoi colleghi, le tue comunità, i tuoi riferimenti culturali. Questa è la topologia della rete sociale che si è sedimentata in vent’anni. Puoi multare l’algoritmo. Non puoi multare la rete.

Barabási ci fornisce una mappa brutalmente onesta del problema politico. Se la vulnerabilità è concentrata negli hub, un attacco regolatorio efficace dovrebbe essere mirato agli hub. Ma colpire un hub nel primo grafo, una piattaforma, non scioglie le relazioni nel secondo. Le comunità restano lì, in attesa che la piattaforma riemerga dopo il ricorso, o migrano compatte verso il sostituto più simile. I governi abbastanza potenti da colpire quegli hub sono spesso gli stessi che li usano, per sorveglianza, per comunicazione istituzionale, per gestione delle emergenze. Sono simbiotici. E le piattaforme hanno lavorato deliberatamente per costruirle diventando il sistema di login per milioni di altri servizi, l’archivio delle relazioni familiari, l’infrastruttura di comunicazione di fatto per intere comunità. Non per caso ma per rendere il costo politico della regolazione insostenibile prima ancora che qualcuno la tentasse.

È il too connected to fail: l’analogo topologico del too big to fail bancario. Nel sistema finanziario alcune banche sono così interconnesse che il loro fallimento provocherebbe effetti sistemici. Nelle piattaforme digitali il problema è simile ma di natura topologica: quando una rete sociale è concentrata in pochi hub globali, rimuoverli significa frammentare improvvisamente il grafo delle relazioni.

Una piattaforma che ospita il grafo sociale di miliardi di persone non può essere rimossa senza cascate di disconnessione imprevedibili, frammentazione di comunità, perdita di memoria collettiva, isolamento di chi dipende da quelle reti per sanità, informazione, coordinamento politico. Il risultato è una dipendenza strutturale che le piattaforme hanno progressivamente consolidato e sfruttato.

Ma la teoria delle reti non descrive solo come si distruggono i sistemi. Descrive anche come si costruiscono sistemi resilienti. Le reti scale-free emergono quando la crescita premia sistematicamente i nodi già dominanti. Se invece si favoriscono connessioni orizzontali tra molti nodi medi, si ottengono strutture più distribuite, meno efficienti su scala globale, ma molto più robuste. Se un nodo viene rimosso, la rete regge perché il grafo è ridondante. Barabási ha dato il via agli studi chiamato robustezza per design, reti costruite deliberatamente con una distribuzione di connettività meno estrema delle scale-free naturali. Non è un fenomeno spontaneo perchè richiede un intervento intenzionale nella fase di costruzione e è qui che la politica ci ha abbandonato molti anni fa.
Applicato alla politica: anche le reti civiche, se lasciate crescere da sole, tendono a riprodurre la stessa struttura, qualcuno diventa più visibile, attrae più connessioni, diventa hub. Molte reti che crescono senza vincoli tendono a sviluppare forti concentrazioni di connettività. Per ottenere una struttura più ridondante bisogna intervenire attivamente, finanziando molti nodi medi, incentivando le connessioni orizzontali tra comunità locali invece della dipendenza da un centro. La differenza non è nella dimensione che raggiungono, ma nel modello con cui operano: i media civici non usano algoritmi progettati per creare dipendenza, non estraggono valore dalle comunità che ospitano, non tengono i dati in ostaggio per impedire la concorrenza.

Il finanziamento pubblico ai media civici non è un sussidio. È un intervento sulla topologia della rete pubblica. Non distruggere gli hub esistenti ma renderli irrilevanti come punti di passaggio obbligato.
Ma come? Interoperabilità radicale. Portabilità delle relazioni sociali. Federazione delle reti. Se il grafo sociale, la lista dei tuoi contatti, delle tue interazioni, della tua storia su una piattaforma, fosse disaccoppiato dall’hub e reso portabile, il lock-in topologico si ridurrebbe drasticamente. Non sparirebbe del tutto: rimarrebbero gli effetti di reputazione accumulati, gli algoritmi proprietari di raccomandazione, le economie di scala nell’infrastruttura. Il potere delle piattaforme non deriva solo da chi conosce chi, ma anche dai dati comportamentali sedimentati in anni di utilizzo e dagli algoritmi che li processano. La portabilità del grafo smonta il piano topologico, il più difficile da replicare e il più invisibile, ma lascia aperti gli altri fronti. È comunque la priorità giusta: senza portabilità del grafo, tutto il resto è secondario. Con essa, la piattaforma smette di essere un ostaggio e torna a essere un fornitore di servizi tra altri, valutabile e sostituibile. Questa è la politica eretica: quella che non promette di punire Meta, Google e tutti gli altri davanti a una telecamera, ma lavora per rendere irrilevante la sua posizione di hub unico. È ingegneria delle reti applicata alla politica pubblica.
La domanda alla quale nessuno ha ancora risposto non è solo quanta concentrazione sia accettabile ma è se la democrazia stessa possa sopravvivere a reti dove gli hub sono matematicamente destinati a dominare, come accade quando la distribuzione delle connessioni segue una legge di potenza. Così pochi nodi finiscono inevitabilmente per dominare la rete.
Una sfera pubblica sana richiede una topologia che non sia naturale ma artificiale, progettata deliberatamente per la ridondanza, contro la deriva spontanea verso la centralizzazione. Il web non è più, ma lo era, uno spazio di crescita libera che produce ordine dal basso. È uno spazio che, lasciato a sé stesso, produce hub inevitabili e dipendenza sistemica da essi. Accettarlo significa invertire il dogma fondativo della rete: non liberare il web dalla regolazione, ma progettarlo come si progetta un’infrastruttura pubblica fatta e per le comunità che abitano i paesaggi. Non perché sia più efficiente ma perché è l’unica configurazione compatibile con una sfera pubblica pluralista e federata.
Le sentenze dei giorni scorsi aiutano e molto ma bisogna smettere di chiedere agli hub di essere buoni e iniziare a renderli superflui. Finché il grafo sociale è sequestrato da un’azienda, ogni multa è solo il prezzo del riscatto che lo Stato versa per non far crollare il sistema. La sfida non è democratizzare i social estrattivi e colonizzanti, ma espropriare la topologia: trasformare il legame online tra le persone in un bene pubblico portabile.

E funzionerà solo quando potremo andarcene senza restare soli.

Immagine, Paul Klee, Ad Parnassum, 1932. Il dipinto è costruito con migliaia di piccole unità cromatiche che formano una struttura complessa simile a un mosaico. È quasi l’opposto delle piattaforme: non un hub centrale ma una rete di piccoli elementi cooperanti

  • carl |

    Ahinoi…! Specie le fasce giovanili ed ancora immature. Ed anzichè citare lo stato di cose reso noto come “Too big to (let it) fail” avrei citato W.James e cioè: “l’uomo è un animale di abitudini” ed il fatto è che per lasciarsi alle spalle quelle dannose, inutili, ecc. anche Dante ha detto che ci vuole molta “virtute et conoscenza..” altrimenti, ahinoi, si rimane nella condizione di bruti..

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