Ogni tanto, dentro il dibattito pubblico sull’educazione, compaiono frasi che funzionano come una piccola scossa. Non perché siano provocatorie, ma perché incrinano un’immagine rassicurante che abbiamo costruito intorno all’infanzia. È il caso della riflessione che segue, firmata da Giulia De Monaco, pedagogista che su questi temi continua a interrogarsi con competenza, senza perdere di vista la dimensione umana dell’educazione. Il suo sguardo parte dalla realtà delle relazioni educative e prova a tradurre queste domande in pratiche concrete di cura. La ringrazio molto per questa riflessione.
di Giulia de Monaco
“I bambini si rompono facilmente” è un titolo che spiazza, perché mette subito in discussione un’idea rassicurante e diffusa: quella di un’infanzia da proteggere a ogni costo, da preservare da ogni crepa. Ma l’esperienza educativa racconta altro. I bambini non vivono sotto una campana di vetro: attraversano cambiamenti, assenze, tensioni, attese, fratture. E proprio in questo attraversamento si gioca una parte essenziale della crescita.
È da qui che prende avvio la domanda che orienta l’intero percorso: che cosa significa, oggi, prendersi cura? La risposta non sta in una definizione, ma in un cambio di paradigma: quando la cura smette di essere un ideale astratto o una competenza per professionisti e diventa una pratica quotidiana, cambia il modo in cui stiamo nelle relazioni, nei servizi, nelle comunità.
Il mio obiettivo è proporre uno sguardo nuovo: riconoscere la cura come una competenza umana fondamentale, che non appartiene a pochi, ma riguarda tutti noi. Non qualcosa che si esercita solo nei contesti specialistici, ma una pratica che attraversa la vita quotidiana, ogni volta che scegliamo di andare incontro all’Altro.
In questa prospettiva, la cura non è un atto unidirezionale, ma una postura relazionale: trasforma il modo in cui stiamo insieme, genera responsabilità condivisa, contribuisce a costruire comunità. Chi ascolta non resta spettatore. Tutti sono chiamati in causa: insegnanti, educatori, cittadini, tutti coloro che partecipano alla vita in società.
La cura non è un atto eroico, non significa risolvere tutto. La cura è vedere l’altro, riconoscerne il valore, restare accanto anche quando non possiamo cambiare l’esito delle cose. In questo scenario, ogni piccolo gesto diventa educativo: insegna empatia, attenzione e spirito di collaborazione. Grazie alla cura, la vita si fa piena di significato.
Ed è questa la lezione che voglio condividere con il pubblico: la cura non cambia sempre l’esito delle cose, ma trasforma radicalmente il modo in cui attraversiamo la vita. Ogni gesto conta, ogni presenza è fondamentale, ogni relazione diventa opportunità di apprendimento reciproco.
Durante le mie esperienze formative e professionali ho imparato che la cura non è solo appannaggio degli addetti ai lavori: è una pratica educativa che ci interroga con insistenza. Anche in contesti complessi, come il carcere, la cura trasforma chi la riceve e chi la pratica, aprendo infinite possibilità di riscatto, responsabilità e appartenenza.
Educare, in questo senso, significa davvero prendersi cura: conoscere le pieghe della materia umana, proprie e altrui; imparare dove si incontrano volontà e fragilità, responsabilità e contingenza, azione e reazione. È questa conoscenza che, nel tempo, ha permesso di riconoscere, e non solo collocare, i più fragili, gli esclusi, gli invisibili, i “difficili”, i piccoli.
Sapere come stare dentro i bisogni degli altri ci mette nella condizione di scegliere se e come prendercene cura, con consapevolezza e rispetto. L’idea di fondo è semplice e radicale: nessuno resta fuori, se tutti sappiamo riconoscerci.
Dentro questa cornice si colloca lo sguardo pedagogico che attraversa il percorso. I bambini evocati dal titolo, ripreso dall’immaginario di Silvia Vecchini, sono bambini esposti a questa realtà: attorno a loro si muovono adulti stanchi, a volte fragili, a volte troppo presenti o troppo assenti. Sono bambini che fanno esperienza di ciò che non è perfetto, né prevedibile.
Eppure, questi stessi bambini mostrano una sorprendente capacità di resistenza. Rischiano di rompersi, a volte si incrinano, ma non sono mai definitivamente vinti. Anzi, talvolta riescono perfino ad “aggiustare” gli adulti, e ad aggiustarsi.
È questo rovesciamento che interroga profondamente chi educa. Il compito dell’adulto non è evitare ogni caduta, ma esserci: stare accanto, offrire presenza e contenimento senza invadere.
In questo senso, il riferimento al pensiero di Donald Winnicott è illuminante: l’adulto è chiamato a essere “sufficientemente buono”, cioè affidabile, capace di sostenere senza pretendere.
La riflessione si intreccia anche con la prospettiva filosofica della cura di Luigina Mortari, avere cura significa “prendersi a cuore la vita”: un lavoro quotidiano, discreto, che riguarda sé, gli altri e il mondo. E il pensiero di Simone Weil ci ricorda che ogni essere umano cerca il bene ed evita il male: il lavoro educativo si colloca proprio in questo spazio, nel tentativo di offrire ciò che nutre e di contenere ciò che ferisce.
È dentro questa tensione, tra protezione e accompagnamento, tra fragilità e possibilità, che prende forma il percorso “I bambini si rompono facilmente”, giunto alla sua terza edizione.
Promosso dal Comune di Gorizia insieme ai Comuni di Cormòns e Gradisca d’Isonzo, in collaborazione con l’Associazione èStoria, il progetto si configura come uno spazio diffuso di formazione e confronto rivolto a educatori, insegnanti, operatori del sistema integrato 0-6 e alla comunità tutta.
Da primavera ad autunno, il percorso alterna momenti teorici e laboratoriali, con l’obiettivo di accompagnare i professionisti nella lettura dei processi di crescita. Creatività, gioco, espressività e sviluppo delle funzioni esecutive diventano strumenti per interrogare le pratiche educative e rafforzare le competenze, ma anche per ridurre quello iato, ancora presente, tra servizi educativi e famiglie.
Non è un progetto che promette di evitare le crepe. È, piuttosto, un’esperienza che insegna a riconoscerle, attraversarle e trasformarle. E forse, proprio qui, sta il suo significato più profondo: restituire alla cura il suo valore originario di pratica umana condivisa, capace di tenere insieme fragilità e crescita, limite e possibilità.
Giulia de Monaco