L’innocenza dei progressisti

Il potere dell’intelligenza artificiale nasce da quella politica che oggi sembra incapace di intervenire su di essa. Le stesse istituzioni che negli anni Novanta e Duemila hanno reso possibile la crescita del capitalismo digitale si trovano ora davanti a un’infrastruttura che non riescono più a governare. Per quasi vent’anni, infatti, il digitale è stato trattato non come un settore industriale strategico, ma come un processo spontaneo di emancipazione tecnologica: mentre il potere infrastrutturale del calcolo cresceva, la politica smetteva progressivamente di riconoscere la tecnologia come luogo di decisione pubblica.
La stagione politica statunitense che va dagli anni Novanta alla metà degli anni Dieci, guidata in buona parte da amministrazioni democratiche ma sostenuta anche da un consenso repubblicano sulla deregolamentazione tecnologica, ha avuto una funzione decisiva. Non come motore, ma come anestetico. Non un anestetico intenzionale, ma strutturale: un insieme di scelte e cornici morali condivise dall’intero sistema politico che hanno permesso al digitale di crescere senza essere nominato per ciò che era.
L’amministrazione Clinton è stata il vero incubatore legale dell’ecosistema digitale contemporaneo. Il Telecommunications Act del 1996, con la Sezione 230, non ha solo protetto l’innovazione nascente: ha stabilito un principio più profondo, l’idea che un’infrastruttura possa non rispondere di ciò che rende possibile. Le piattaforme non erano editori, ma ambienti, non responsabili anzi, ma neutrali. In quella distinzione giuridica apparentemente tecnica nasce una delle finzioni più potenti dell’era digitale: l’idea che un’infrastruttura che organizza il discorso pubblico, l’attenzione e le relazioni sociali possa essere considerata un semplice contenitore. Non fu visto come un attore ma come uno spazio e non come un potere, ma come un mezzo. È una trasformazione concettuale enorme, perché sposta la responsabilità dal sistema che struttura la comunicazione agli individui che la abitano, rendendo invisibile il potere architetturale della piattaforma stessa.
Non è che nel 1996 non si potesse prevedere l’algoritmo predittivo o l’economia della disattenzione. La storia industriale del Novecento aveva già mostrato con chiarezza che ogni infrastruttura strategica, dal petrolio alle telecomunicazioni, tende alla concentrazione di potere. La Sezione 230 non fu soltanto un gesto di protezione dell’innovazione nascente, ma anche una scelta deliberata di deregolamentazione per accelerare l’adozione della rete, trattando l’immunità legale come una forma di sovvenzione indiretta. In questo senso, più che un errore prospettico, si può parlare di una decisione strutturale: creare un’eccezione giuridica permanente per un ecosistema che si presumeva ancora fragile, ma che già mostrava le caratteristiche tipiche delle infrastrutture monopolistiche.
Con Obama, questo processo non cambia direzione, ma cambia profondità simbolica. Dopo la crisi finanziaria del 2008, la Silicon Valley appare come il contrario di Wall Street: un capitalismo creativo e meritocratico. La tecnologia diventa promessa di modernizzazione senza conflitto apparente.
Il monopolio cosi diventa piattaforma, la sorveglianza diventa personalizzazione, l’estrazione di dati diventa innovazione e l’infrastruttura privata diventa ecosistema. Non è solo marketing aziendale: è un regime culturale condiviso da università, media, politica e capitale di rischio.
Il legame tra Silicon Valley e potere politico diventa poi organico non solo per affinità culturale, ma per necessità geopolitica. La supremazia tecnologica diventa parte della sicurezza nazionale. Il risultato è una concentrazione di dati e infrastrutture che costituisce l’architrave dell’attuale industria dell’intelligenza artificiale. Certo non è solo questione del progressismo del centrosinistra. Il potere dell’AI nasce anche da una convergenza profonda tra capitale finanziario, sicurezza nazionale e ricerca pubblica.
Negli anni Novanta la tecnologia è innovazione. Negli anni Duemila diventa progresso sociale. Negli anni Dieci diventa infrastruttura geopolitica.
Questa sequenza spiega perché la resistenza politica arriva tardi. Tardo e inutile è anche il progressismo europeo e italiano. Per anni una parte significativa delle culture politiche progressiste hanno visto nella Silicon Valley un alleato naturale: imprese globali, linguaggio dei diritti, retorica dell’inclusione, promessa di democratizzazione della conoscenza. Questa lettura non nasce solo da ingenuità ideologica: la prima stagione del digitale è stata davvero uno spazio deliberativo e partecipativo senza precedenti, capace di ampliare l’accesso all’informazione, coordinare movimenti sociali e rendere possibile una produzione culturale distribuita. Proprio questa esperienza reale di apertura ha però finito per confondersi con la struttura economica che la sosteneva. Il capitalismo digitale appariva così come una versione più civile e cosmopolita del mercato, compatibile con l’idea di globalizzazione liberale, mentre sotto quella superficie si consolidava un’infrastruttura privata di coordinamento sociale su scala globale.
Oggi quella alleanza implicita è evaporata. Le Big Tech non hanno più bisogno della legittimazione culturale del progressismo europeo, e il progressismo europeo non dispone delle infrastrutture per sfidarle davvero. Ne nasce una posizione scomoda: criticare un potere tecnologico che, per lungo tempo, è stato percepito come parte dello stesso orizzonte morale e politico. Non è solo un conflitto economico o regolatorio, ma una rottura sociale. Le imprese tecnologiche si sono rivelate attori di potere industriale e geopolitico, mentre una parte della politica progressista continua a parlare il linguaggio del bene comune digitale.
Così tra immaginario e realtà si gioca una delle difficoltà attuali dell’Europa: riconoscere che la tecnologia resta un’opportunità storica, ma non è un’estensione automatica e naturale della democrazia. È un campo di potere che ha abbandonato chi lo ha culturalmente legittimato, perchè non è stato trattato come infrastruttura politica.
E mentre l’Occidente interpretava la tecnologia come emancipazione, Cina e Russia l’hanno trattata fin dall’inizio come strumento di sovranità e potenza. Gli Stati Uniti hanno costruito il dominio digitale attraverso capitale e piattaforme globali; la Cina attraverso la fusione tra Stato, industria e controllo dei dati; la Russia sfruttando l’asimmetria informativa e la guerra cognitiva più che l’infrastruttura. L’Europa, invece, è rimasta una potenza normativa senza sovranità tecnologica: capace di scrivere regole, ma dipendente da cloud, hardware e piattaforme costruiti altrove.
Il confronto rivela un paradosso: mentre l’Occidente interpretava la tecnologia come progresso sociale, Cina e Russia l’hanno trattata fin dall’inizio come strumento di potere statale. Hanno riconosciuto prima che l’AI non sarebbe stata un bene comune, ma un’infrastruttura politica.
L’intelligenza artificiale così non è un capitolo nuovo. È la maturazione industriale di quell’infrastruttura. Per fare AI servono dataset globali, cloud, capacità di sorveglianza diffusa e interfacce dominanti. Tutto ciò si è costruito nel periodo in cui il digitale veniva percepito come neutrale o emancipatorio.
Forse il punto più difficile da accettare è questo: la presidenza democratica non crea il potere delle Big Tech, ma contribuisce a renderlo moralmente abitabile. E quando un potere diventa abitabile, entra nella vita quotidiana senza bisogno di imporsi. Per questo il potere dell’AI oggi è meno visibile e più profondo. Non perché sia stato imposto con la forza, ma perché è diventato infrastruttura prima che la politica imparasse a riconoscerlo.
Il volto progressista del capitalismo digitale ha reso possibile l’accumulazione dei dataset necessari senza sollevare conflitti sulla proprietà intellettuale, sul lavoro cognitivo o sulla sovranità dei dati. L’open source ha rappresentato una contraddizione reale: da un lato ha permesso competizione e autonomia tecnologica, Linux contro Windows, l’infrastruttura del web costruita su software libero, interi ecosistemi scientifici e universitari resi indipendenti dai monopoli proprietari, dall’altro ha ridotto drasticamente il costo di innovazione proprio per chi controllava infrastrutture globali di calcolo. La distinzione decisiva non è tra codice aperto e codice chiuso, ma tra infrastruttura aperta e servizi proprietari costruiti su di essa. Il software poteva essere comune, ma cloud, dataset e potenza computazionale restavano concentrati. In questo senso l’open source non ha fallito né tradito: è stato assorbito dentro un’economia delle piattaforme in cui il valore si sposta dall’applicazione all’infrastruttura. Per anni tutto questo è stato raccontato come condivisione e progresso comune, mentre si accumulava la materia prima dell’intelligenza artificiale.
Ora che la cattura è compiuta, il capitalismo digitale mostra la propria struttura materiale: non un ecosistema di innovazione diffusa, ma un regime infrastrutturale fondato sulla rendita del calcolo. Forse questa struttura non è mai stata davvero nascosta: è rimasta a lungo invisibile perché mancavano le categorie politiche e culturali per riconoscerla mentre si formava. Una cecità di questa imbarazzante politica che, in forme diverse, continua colpevolmente anche oggi.
Mentre l’esperienza collettiva diventa dato, il dato diventa previsione e la previsione diventa potere economico, il recinto, con noi dentro, si chiude.
Immagine: Timo Arnall, Internet Machine, 2014. È una documentazione estetica di un data center reale.
  • Michele Kettmaier |

    Gentile Carl, grazie per tutte le tue osservazioni precise e puntali, sono sempre motivo di approfondimento.

  • carl |

    Probabilmente non molti avranno la pazienza di leggere lentamente questo nuovo articolo, e ancor meno ne capiranno i contenuti.
    Ragion per cui parto dal, diciamo, sunto conclusivo:
    “Mentre l’esperienza collettiva diventa dato, il dato diventa previsione e la previsione diventa potere economico, il recinto, con noi dentro, si chiude.”.
    E pongo il logico quesito che ne deriva: “Quali, dunque e con ogni probabilità, risulteranno essere per un lasso di tempo più o meno lungo le successive prospettive..?
    Almeno per coloro che, all’interno del recinto (che Orwell argutamente volle definire “La fattoria degli animali”) non siano “più uguali degli altri”…???

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