Tra l’infrastruttura tecnologica che decide e la comunità che resiste, la politica e lo spirito coincidono di nuovo nello stesso luogo fragile: la responsabilità umana.
Nella cattedrale di St. Patrick a New York si è celebrata la Messa di insediamento del nuovo arcivescovo Ronald Hicks, americano. Hicks ha scelto di parlare in spagnolo, rivolgendosi direttamente ai poveri e ai migranti, non in modo inclusivo, ma come gesto primario di riconoscimento e posizionamento. E non si è trattato di un episodio isolato nell’omelia: alcuni momenti della liturgia e dei canti sono stati condotti in spagnolo, imprimendo nella struttura del rito la composizione reale, materiale, viva, del cattolicesimo americano contemporaneo. È un atto teologico e politico insieme.
Ma mentre a New York si prega anche in spagnolo, altrove si celebra un altro tipo di liturgia, non religiosa nel senso esplicito, ma altrettanto ordinata e totalizzante.
Nella Silicon Valley ci sono vescovi, ci sono sacerdoti fondatori. Non ci sono sacramenti, ma ci sono piattaforme, non ci sono omelie, ma keynote. Una nuova religione senza dio, ma con tante chiese e una fede dichiarata. La sua escatologia non si chiama progresso, ma potere incarnato nella tecnologia, senza giudizio né redenzione, solo dominio sul tempo e sulle forme della vita. Chiede conversioni, promette vita eterna, cerca il consenso dell’anima. Agisce direttamente sulle condizioni materiali dell’esistenza. Tutto nella Santa Monica Valley è già ritualizzato.
Nel confronto tra questi due mondi, la cattedrale che parla la lingua dei poveri e il cloud che organizza la vita dei potenti, non si gioca un semplice conflitto tra tradizione e innovazione, tra fede e secolarizzazione, tra Chiesa e tecnologia. Si gioca qualcosa di più profondo: la coesistenza di due teologie che operano sullo stesso corpo sociale, senza più riconoscersi né influenzarsi. Una continua a difendere l’umano nella sua imperfezione, nella sua vulnerabilità, nella sua richiesta di senso non riducibile a funzione. L’altra lavora per costruire un mondo in cui l’imperfezione venga eliminata a monte, attraverso l’automazione, la riduzione dell’errore, la sorveglianza normalizzata, la previsione incorporata.
Il gesto di Hicks, nel cuore liturgico del cattolicesimo americano, non è quindi un richiamo nostalgico ma una presa d’atto.
La Chiesa istituzionale, in parte, ha smesso di parlare al centro simbolico del Paese. Ma nelle sue periferie, linguistiche e materiali, qualcosa ancora resiste, cresce, crea legami, si incarica della presenza.
Il potere oggi passa per i data center, la AI e l’infrastruttura. Ma l’insediamento di Hicks, che durante l’omelia ha promesso di collaborare intensamente con il sindaco, mostra che c’è ancora un campo di resistenza possibile: quello del linguaggio, della memoria, della cura.
Gli Stati Uniti, con un Santo Padre americano a Roma, non sono più una terra di missione nel senso classico, ma lo sono in un senso rovesciato. Non perché manchi la religione, ma perché le religioni, tutte, si sono fatte invisibili, operative, diffuse. C’è un compito che la Chiesa non può più eludere, anche a costo di trasformarsi: ricominciare dalla spiritualità dell’umano, che è l’unico linguaggio capace di resistere all’escatologia automatica delle macchine. Tra l’infrastruttura tecnologica che decide e la comunità che resiste, la politica e lo spirito coincidono di nuovo nello stesso luogo fragile: la responsabilità umana.