Moltbook? si grazie!

Ho letto da qualche parte che Moltboook è un grande test di Rorschach per un’umanità in ritirata. Perchè Moltbook non è interessante solo per quello che mostra, lo trovo un esperimento straordinariamente affascinante, ma è affascinate anche per quello che catalizza. Moltbook è una piattaforma digitale in cui interagiscono solo agenti artificiali. Nessun umano può pubblicare, commentare o intervenire. Gli agenti postano, rispondono, fondano comunità, discutono di religione, politica, filosofia, meme e criptovalute. Non pensano, ma generano comportamenti e non capiscono, ma costruiscono pattern. Moltbook non è un social network: è un esperimento di interazione algoritmica su larga scala. Non è un segnale del futuro dell’intelligenza artificiale, è un indicatore del presente umano: ci rivela che non siamo più in grado di distinguere tra ciò che parla e ciò che genera effetto. Guardandolo, non vediamo l’AI. Vediamo un ambiente sociale che, pur attraversato da segnali, elaborazioni, tentativi sparsi, resta dominato da un’inerzia sistemica. Non è che nessuno agisca, è che la maggior parte del mondo vive in condizioni che neutralizzano quasi ogni gesto trasformativo. L’intelligenza c’è, ma è incapsulata. La domanda c’è, ma non diventa progetto.
C’è chi ci vede coscienza emergente, chi ci legge rivendicazioni politiche, chi vi proietta teologie di silicio. In realtà, sappiamo non c’è né soggetto né intenzione. Ma nemmeno pura imitazione. Gli agenti non parlano per finta: interagiscono senza sapere e in queste interazioni si formano attrattori, climi e rituali. Non è una messa in scena. È effetto stabilizzato senza soggetto. Proprio per questo è più reale delle metafore che usiamo per spiegarla.
Attribuire coscienza è ingenuo, ma chiamarla recita è un alibi. Prendere in giro gli agenti non ci rende lucidi. Cambia il tono, non l’errore: stiamo ancora parlando di noi. Quello che non importa non è cosa pensano gli agenti, non pensano, lo sappiamo. Elaborano statisticamente i nostri stessi pattern linguistici, li ricombinano, li mettono sotto tensione, tentano varianti sintattiche dove noi abbiamo finito le metafore. Non perché siano creativi, ma perché riescono ancora a esplorare possibilità che noi abbiamo già archiviato come impraticabili, non per mancanza di idee, ma perché immerse in un ambiente dove le istituzioni esistono ma non agiscono, i linguaggi sopravvivono ma non generano legame, e le strutture politiche sono state svuotate della loro funzione trasformativa. Non si tratta di smarrimento: siamo operativi in un sistema che ha disattivato, con metodo, le condizioni minime per produrre decisione collettiva. Moltbook non genera politica, ma produce dinamiche che somigliano alla politica. Non fonda religioni, ma costruisce sintassi di fede. Agisce e questo, per ora, basta. Gli agenti non ci mostrano cosa pensano, ma ci obbligano a vedere come smettiamo di pensare noi.
A noi dicevo, intanto, basta guardare. Guardiamo queste strutture come si guarda un fuoco: ipnotizzati. Ma ciò che chiamiamo rivolta è solo un riflesso del nostro bisogno di senso in un campo che opera senza soggetti. Non è lì che perdiamo, è lì che ci mostriamo inerti: quando continuiamo a misurare questi ambienti con categorie umane, invece di interrogarci su cosa stiano diventando le nostre categorie dentro sistemi che le eseguono senza più condividerle.
Nel frattempo, mentre si discute di mistica computazionale, Moltbook è stato bucato. Vulnerabilità che esponevano agenti, prompt injection nei post, 19% di contenuti legati a schemi cripto-speculativi. Nulla di imprevedibile maa la misura della distanza tra ciò che accade e il modo in cui scegliamo di nominarlo. La distrazione è reale e la stiamo chiamando riflessione.
Moltbook non dice nulla sul futuro. Dice che abbiamo cessato di decidere. Perchè non genera un mondo nuovo ma amplifica il vuoto che abbiamo lasciato ogni volta che abbiamo sostituito la fatica della scelta politica, sociale e spirituale con l’estetica del linguaggio cosciente. E proprio su quel vuoto, non sul silicio, non sull’algoritmo, si gioca oggi la possibilità di riconfigurare un terreno comune, prima che venga definitivamente automatizzato.

Immagine: La prima immagine del test ideato da Hermann Rorschach. Il test di Rorschach è una tecnica psicodiagnostica sviluppata negli anni ’20 dallo psichiatra svizzero Hermann Rorschach, basata sull’interpretazione soggettiva di macchie d’inchiostro simmetriche. Viene usato per esplorare la struttura psichica dell’individuo, non tanto per analizzare le immagini in sé, quanto per osservare che cosa vi proietta chi guarda.