Minab e il paradosso del debunker: smentire il falso, perdere il senso e perchè le foto generate dalla AI sono giuste e importanti.
Per secoli gli eventi del mondo sono stati raccontati attraverso immagini dipinte. Battaglie, rivoluzioni, martiri, incoronazioni. Quando guardiamo quei quadri sappiamo perfettamente che non sono documenti ma costruzioni simboliche: l’autore decide la scena, i gesti, la luce, i corpi e il punto da cui osservare l’evento. Il quadro non registra il fatto, lo interpreta.
Eppure nessuno si scandalizzava. Non perché le persone fossero ingenue, ma perché il regime di verità dell’immagine era chiaro. Il dipinto non pretendeva di essere una traccia diretta del reale; era una narrazione visiva capace di condensare un significato politico, religioso o morale. L’immagine apparteneva al dominio del simbolico, e il simbolico era riconosciuto come tale.
Naturalmente la storia delle immagini non è mai stata lineare. Tra pittura e fotografia esiste un intero paesaggio di media intermedi, incisioni, stampe popolari, illustrazioni di giornale, che già mescolavano cronaca, racconto e propaganda. Ma restava evidente una cosa: ciò che si vedeva era una rappresentazione.
Poi arriva la fotografia e qualcosa cambia profondamente.
La fotografia non è soltanto un nuovo linguaggio artistico. Introduce una promessa diversa: quella di essere una traccia del reale. La luce impressa sulla pellicola o sul sensore proviene da qualcosa che è stato davvero davanti all’obiettivo in un certo momento. Questo non significa che la fotografia sia neutrale, la storia del fotogiornalismo è piena di manipolazioni e messe in scena, ma significa che esiste comunque un legame materiale tra immagine ed evento.
Per più di un secolo la sfera pubblica si è costruita su questa promessa. La fotografia non era la verità, ma aveva una funzione precisa: diventava il punto di arrivo della credibilità collettiva, il momento in cui un fatto sembrava fissarsi davanti agli occhi di tutti. Un falso fotografico analogico e un falso generato da un sistema di intelligenza artificiale possono produrre lo stesso effetto: ingannare chi guarda. La differenza sta nel punto di partenza. Anche quando mentiva, la fotografia partiva comunque da un frammento di realtà catturato da un obiettivo; l’immagine generativa può produrre una scena con grammatica fotografica perfetta senza che alcun evento sia mai esistito. L’immagine sintetica utilizza il linguaggio stesso della fotografia, profondità di campo, luce naturale, imperfezioni del sensore, inquadrature da reportage e in questo modo il simbolo rientra nello spazio pubblico indossando la forma del documento.
Il simbolico torna così al centro della scena. Non perché l’uomo diventi improvvisamente un animale simbolico, lo è sempre stato, ma perché cambia il luogo in cui i simboli operano.
Per gran parte della modernità il simbolico abitava soprattutto l’arte, il mito, la religione, la propaganda esplicita. Il giornalismo e la fotografia, almeno nella loro aspirazione, appartenevano invece al dominio del documento. Le due sfere comunicavano, si contaminavano, ma restavano distinguibili e oggi quella distinzione si incrina.
Oggi il simbolo entra nello spazio dell’informazione travestito da documento. Per gran parte della modernità abbiamo creduto che la verità potesse essere affidata soprattutto al linguaggio discorsivo, ai fatti documentati, alle prove verificabili. Il simbolo è stato progressivamente relegato nell’arte, nella religione o nella propaganda, come se appartenesse a una forma inferiore di conoscenza. Ma questa gerarchia non è affatto scontata. Il simbolo non è un problema, né una forma debole di pensiero. Al contrario, può essere una forma più alta di conoscenza rispetto al linguaggio puramente discorsivo o razionale.
Il linguaggio ordinario procede per definizioni e dimostrazioni lineari; un simbolo invece può contenere simultaneamente più livelli di significato: storico, psicologico, politico, spirituale. Non sostituisce la verità dei fatti, ma riesce a esprimere ciò che i fatti, da soli, non riescono a dire. Per questo tutte le culture umane hanno costruito sistemi simbolici: miti, parabole, immagini sacre, allegorie. Non erano illusioni poetiche. Erano strumenti per organizzare il significato del mondo.
Il mondo moderno ha creduto per più di un secolo di poter sostituire questa dimensione con il documento fotografico e con la prova visiva. Oggi quella convinzione comincia a incrinarsi. Le immagini generate dall’intelligenza artificiale riportano il simbolo dentro lo spazio dell’informazione, non perché siano vere o false ma perché riescono a condensare un significato che la semplice cronaca e la politica spesso non riesce a esprimere con la stessa forza.
Se l’immagine della tragedia di Minab è generata dalla AI, dimostrare che è falsa resta necessario. Ma serve a poco. Il fact-checking contemporaneo continua infatti a muoversi dentro una logica binaria: vero o falso. È una logica quasi forense, che tratta l’immagine come un oggetto tecnico da analizzare, questo pixel esiste o non esiste, questa fotografia è stata scattata o generata.
Il simbolo opera su un altro piano. Il simbolo non lavora nella dimensione del vero o del falso ma in quella del significato. Non chiede se l’immagine corrisponda al reale; chiede che cosa quell’immagine riesca a dire del reale. Così se restiamo prigionieri della logica del falso finiamo per ripetere una verità banale: la mappa non è il territorio. Ma se la mappa, l’immagine generata e condivisa, è l’unica cosa che milioni di persone vedono e fanno circolare, quella mappa diventa inevitabilmente territorio politico.
Ed è qui che il debunking mostra il suo limite. Il debunker resta necessario, ma il suo lavoro assomiglia sempre più a una nota a piè di pagina: utile, tecnica, eppure incapace di intervenire sulla struttura narrativa dell’immagine. Dire questa foto è fatta con la AI non basta. Perché la forza di certe immagini non dipende dalla loro verità documentaria ma dalla loro capacità di condensare un simbolo. Il passo successivo allora non è eliminare il fact-checking ma è riconoscere che la verifica tecnica dell’immagine è soltanto il primo livello di analisi. Il livello più difficile è un altro: comprendere quale simbolo quell’immagine mette in circolazione e quale immaginario collettivo sta mobilitando. Perché il problema non è soltanto il falso, ma è la potenza dei simboli.
Mentre la tecnologia produce immagini sempre più artificiali, l’umanità scopre di avere sempre più bisogno non soltanto di prove, ma di simboli capaci di dare senso alla realtà.
Immagine da open.online