Il Meridiano dell’innovazione è in Sardegna.

Cagliari, 4 marzo 2026.

Il vento che risale il Poetto non porta solo il sale del Mediterraneo, ma il segnale nitido di una primavera che qui, per diritto geografico e climatico, arriva sempre in anticipo. Guardare l’orizzonte dal lungomare non è un esercizio di nostalgia, ma una lezione di strategia: il mare non è un recinto, è un’infrastruttura di connessione totale. Siamo nel cuore di un bacino che per millenni ha filtrato intelligenze e merci, e oggi la Sardegna smette di percepirsi come periferia per rivendicare il suo ruolo di laboratorio a cielo aperto. Non è un caso che questa traiettoria parta da qui, da una terra che ha imparato a trasformare l’isolamento in indipendenza di pensiero e la scarsità di risorse in efficienza ingegneristica. Mentre il sole cala e accende i profili delle torri costiere, i bit e gli algoritmi del CIS Group si intrecciano con la storia tech di un territorio che già trent’anni fa aveva intuito il futuro. Non siamo di fronte all’ennesima startup, ma alla nascita di una massa critica che parla il linguaggio della sovranità tecnologica e della responsabilità sociale. L’aperitivo al tramonto è solo la breve pausa di chi sa che la vera sfida non è abitare l’isola, ma renderla il nodo centrale di una rete globale dove l’intelligenza artificiale non è un miraggio, ma uno strumento di governo del reale. E è qui che ho incontrato, Nicola Pirina, il presidente, per capire cosa stava nascendo attorno al CIS Group. Un pezzo di imprese e di territorio che prova a costruire un’infrastruttura comune di innovazione.

Nicola, ho letto la composizione del consorzio CIS Group e le aziende che ne fanno parte. La mia curiosità non è tanto cosa farete, ma quale traiettoria intendete aprire insieme. 

La traiettoria che vogliamo aprire non è quella di un semplice network di imprese, ma quella di una massa critica capace di competere sul grande mercato della trasformazione tecnologica globale. Il CIS nasce da una constatazione molto semplice, oggi nessuna azienda da sola, soprattutto nei territori periferici, è in grado di affrontare le grandi sfide della transizione digitale, della sicurezza delle infrastrutture, della gestione dei dati, dell’intelligenza artificiale applicata alla pubblica amministrazione e alle grandi organizzazioni. Servono ecosistemi industriali integrati, non singole eccellenze isolate. Per questo abbiamo riunito competenze molto diverse con l’obiettivo di costruire una piattaforma di innovazione capace di operare su scala internazionale. La nostra ambizione non è soltanto produrre progetti, ma costruire un modello replicabile di cooperazione tra imprese tecnologiche, capace di generare innovazione, attrarre talenti e dialogare con le grandi amministrazioni e le big corporation. Se dovessi sintetizzarlo, il CIS vuole dimostrare che anche da un territorio come la Sardegna può nascere un’infrastruttura industriale dell’innovazione che parla il linguaggio dei mercati globali.

La premessa. Cos’è il consorzio che avete fatto e da chi è curato, perché credo che di cura si debba parlare se si vuol essere sistema sostenibile, occupazionale, formativo e generativo per un territorio come la Sardegna?

Il Consorzio Innovazione Sardegna nasce da un’idea molto semplice ma spesso dimenticata, ossia che l’innovazione non è mai il prodotto di un singolo attore, ma di un ecosistema che decide di lavorare insieme. Il CIS è un consorzio industriale e tecnologico che riunisce imprese con competenze molto diverse con l’obiettivo di costruire una piattaforma cooperativa capace di affrontare progetti complessi su scala globale. Ma la parola che lei usa, cura, è effettivamente quella giusta. Un ecosistema non nasce spontaneamente e non si mantiene da solo, va progettato, coltivato e tenuto insieme con visione e responsabilità condivisa. Il CIS nasce proprio con questa intenzione. Non è una rete occasionale di imprese, ma una struttura stabile pensata per generare lavoro qualificato, attrarre talenti, sviluppare nuove competenze e creare opportunità industriali durature. La governance è affidata a un consiglio di amministrazione e a una presidenza che hanno il compito di garantire direzione strategica, ma la vera forza del consorzio è nella pluralità dei soci fondatori, che rappresentano un patrimonio di competenze molto ampio e complementare, vere eccellenze, persone e team straordinari. Per un territorio come la Sardegna, che spesso ha visto nascere eccellenze isolate senza riuscire a fare sistema, il CIS vuole essere esattamente l’infrastruttura collaborativa, collettiva e connettiva capace di trasformare il talento diffuso in capacità industriale e occupazionale stabile. Perché senza ecosistemi solidi l’innovazione resta episodica, con ecosistemi solidi diventa sviluppo.

Perché avete scelto di unirvi ora? È una scelta dettata dalla necessità di avere maggiore massa critica sul mercato dell’intelligenza artificiale, oppure nasce dalla consapevolezza che l’AI, per essere davvero strategica, debba essere affrontata come infrastruttura collettiva e non come somma di progetti individuali? In altre parole: qual è la visione culturale che tiene insieme le vostre imprese?

Ci siamo uniti ora perché stiamo entrando in una fase dell’innovazione in cui la scala conta quanto l’idea. Negli ultimi anni molte imprese tecnologiche hanno lavorato bene, spesso producendo eccellenza anche in territori periferici come il nostro. Ma la trasformazione che stiamo vivendo – intelligenza artificiale, gestione dei dati, infrastrutture digitali, cybersicurezza, GovTech – ha cambiato le regole del gioco, non si compete più solo con competenze verticali, ma con ecosistemi capaci di integrare competenze diverse. L’intelligenza artificiale è l’esempio più evidente. Non è semplicemente una tecnologia o una linea di business, è un’infrastruttura cognitiva che attraversa tutte le filiere economiche e amministrative. Per questo non può essere affrontata come una somma di progetti individuali, ma richiede piattaforme cooperative, capacità di integrazione, governance dei dati e una massa critica industriale adeguata. Il CIS nasce esattamente da questa consapevolezza. Non è un’alleanza difensiva tra imprese, ma una scelta culturale prima ancora che economica: passare dalla logica delle eccellenze isolate alla costruzione di un ecosistema capace di progettare e realizzare innovazione complessa. La visione che ci tiene insieme è mettere in comune competenze, relazioni e capacità industriali per affrontare sfide che nessuno potrebbe sostenere da solo. Se vogliamo che territori come la Sardegna partecipino davvero alla nuova economia tecnologica globale, dobbiamo imparare a costruire infrastrutture collaborative, collettive e soprattutto connettive dell’innovazione. Il CIS nasce con questo obiettivo.

La Sardegna può essere molto più di una sede operativa: può diventare un laboratorio europeo di innovazione responsabile. Quali strumenti concreti immaginate per legare il consorzio alle comunità locali, alle PMI, alle amministrazioni, affinché il valore generato non sia solo economico ma anche strutturale e radicato?

La Sardegna ha una caratteristica che in Europa sta diventando sempre più preziosa, è un territorio complesso ma governabile, con una dimensione che permette di sperimentare innovazione sistemica senza la frammentazione tipica delle grandi aree metropolitane. Questo la rende un luogo ideale per testare nuovi modelli di trasformazione tecnologica. Per questo il CIS non nasce solo come aggregazione di imprese, ma con l’idea di costruire una piattaforma territoriale di innovazione che dialoghi stabilmente con amministrazioni pubbliche, università, PMI e sistema formativo. Gli strumenti concreti su cui stiamo lavorando sono diversi.  Il primo è la creazione di una casa comune del consorzio, uno spazio operativo che fungerà anche da academy permanente. L’obiettivo è formare competenze avanzate e attrarre giovani talenti, anche dall’estero, creando un bacino professionale che possa alimentare non solo le imprese del CIS ma l’intero ecosistema regionale. Il secondo è la costruzione di progetti pilota, in particolare nei campi di frontiera dell AI, serve sperimentare soluzioni che poi possono essere replicate everywhere. Il terzo elemento riguarda il rapporto con le imprese, il consorzio vuole essere una piattaforma abilitante, capace di includere competenze e imprese che spesso restano ai margini dei grandi progetti perché non hanno dimensioni sufficienti per accedervi. In sintesi, il nostro obiettivo è fare in modo che l’innovazione non resti confinata dentro le imprese che la producono, ma diventi una infrastruttura territoriale capace di generare lavoro qualificato, nuove competenze e sviluppo duraturo.  Se questo accade, allora il valore non sarà solo economico, ma strutturale e radicato nel tempo.

Oggi parlare di AI significa parlare di impatto energetico, ma anche di impatto sociale. Come intendete misurare e rendere trasparenti gli effetti delle vostre soluzioni su lavoro, organizzazione, competenze? Pensate che la sostenibilità possa diventare un tratto distintivo competitivo del consorzio, non solo una voce di compliance?

Oggi l’intelligenza artificiale non è più soltanto una questione tecnologica. Per questo la sostenibilità non può essere trattata come un capitolo accessorio o di compliance, ma deve diventare un criterio progettuale fin dall’inizio. Il primo punto riguarda l’impatto energetico.  Le tecnologie digitali e l’AI in particolare, richiedono infrastrutture molto energivore. Questo significa che ogni soluzione deve essere progettata con attenzione all’efficienza computazionale, alla gestione dei dati e all’integrazione con modelli energetici sostenibili. Non è solo un tema ambientale, è anche un tema di competitività industriale, perché l’innovazione del futuro sarà sempre più legata alla capacità di ottimizzare risorse e consumi.

Il secondo punto riguarda l’impatto sociale. L’intelligenza artificiale cambierà profondamente il lavoro e l’organizzazione delle imprese e delle amministrazioni. Per questo riteniamo fondamentale accompagnare ogni progetto con processi di formazione, riqualificazione delle competenze e misurazione degli effetti sull’organizzazione del lavoro. L’innovazione non può essere percepita come una sostituzione delle persone, ma come uno strumento che aumenta capacità e qualità del lavoro umano. Per quanto riguarda la misurazione, la direzione è quella di adottare metriche trasparenti sull’impatto delle tecnologie, che riguardino non solo le performance tecniche ma anche gli effetti su competenze, occupazione e qualità dei servizi generati. Credo che proprio qui ci sia un punto distintivo possibile per il consorzio. Se l’intelligenza artificiale diventa una infrastruttura diffusa della società, allora la vera competitività non sarà solo nella potenza tecnologica, ma nella capacità di sviluppare soluzioni affidabili, sostenibili e socialmente intelligenti.  Ed è su questo terreno che vogliamo costruire la nostra identità.

Un consorzio come il vostro può incidere davvero solo se costruisce una filiera formativa solida. Avete già immaginato percorsi strutturati con scuole superiori, ITS, università, academy interne, dottorati industriali? E soprattutto: l’obiettivo è formare giovani che poi trovino opportunità occupazionali concrete in Sardegna, contribuendo a trattenere e attrarre talenti?

Il capitale umano è probabilmente la questione più decisiva di tutte.  Senza una filiera formativa forte, l’innovazione resta episodica e i territori continuano a perdere talenti. Per questo uno degli obiettivi centrali del consorzio è proprio costruire un’infrastruttura formativa connessa al mondo produttivo. Stiamo lavorando per creare una filiera che parta dalle scuole superiori, si sviluppi attraverso ITS e università e arrivi fino a academy interne e percorsi di ricerca applicata, inclusi dottorati industriali. L’idea è superare la distanza che spesso esiste tra formazione e lavoro, costruendo percorsi in cui le competenze vengono sviluppate già in connessione con progetti reali e con le esigenze delle imprese. In questo senso la casa comune del consorzio non sarà solo uno spazio operativo per le aziende, ma anche un luogo di formazione permanente, dove giovani e professionisti possano sviluppare competenze avanzate nelle tecnologie emergenti e nei nuovi modelli organizzativi. Il punto, però, non è soltanto formare. Il vero obiettivo è creare opportunità concrete in Sardegna, perché troppo spesso i territori investono nella formazione dei giovani per poi vederli partire altrove. Se riusciamo a costruire un ecosistema industriale capace di generare progetti, lavoro qualificato e connessioni internazionali, allora diventa possibile non solo trattenere talenti ma anche attrarne di nuovi. In altre parole, la formazione non è un capitolo parallelo al consorzio, è una delle infrastrutture fondamentali su cui si regge il suo futuro. E attenzione, il CIs is always hiring!

In Italia nascono molti consorzi tecnologici; pochi cambiano davvero le regole del gioco. Qual è l’elemento strutturale che può rendervi diversi nel medio-lungo periodo? La governance? La capacità di costruire un ecosistema stabile? La redistribuzione del valore sul territorio? O la scelta di integrare innovazione tecnologica e innovazione sociale in modo sistemico?

Credo che la differenza non stia in un singolo elemento, ma nell’architettura complessiva del progetto. Molti consorzi nascono per rispondere a bandi o per sommare competenze su singoli progetti. Il CIS nasce invece con un obiettivo più ambizioso, costruire un’infrastruttura industriale stabile dell’innovazione, capace di operare nel tempo e non solo su opportunità contingenti. Questo significa alcune scelte molto precise.  La prima è la governance, un modello che tiene insieme imprese diverse ma con una direzione strategica chiara, capace di orientare il consorzio verso mercati complessi come quelli dei dati e delle tecnologie emergenti. La seconda è la costruzione di un ecosistema reale, non solo formale. Il consorzio vuole essere una piattaforma cooperativa in cui le competenze dei soci si integrano per affrontare progetti che nessuna azienda potrebbe sostenere da sola, generando allo stesso tempo nuove opportunità per PMI, professionisti e giovani talenti. La terza riguarda il rapporto con il territorio. Se l’innovazione resta confinata dentro le imprese che la producono, il suo impatto è limitato. Se invece diventa una infrastruttura diffusa che coinvolge formazione, pubbliche amministrazioni e sistema produttivo, allora può generare valore duraturo. In questo senso la nostra ambizione è chiara, non creare l’ennesimo consorzio tecnologico, ma un ecosistema capace di coniugare innovazione tecnologica, sviluppo economico e crescita delle competenze. Se riusciremo a farlo con continuità, allora la differenza emergerà naturalmente nel tempo. Chi ha ricevuto molto — opportunità, fiducia, conoscenza, salute, protezione, famiglia, amici — ha anche una responsabilità più grande, quella di restituire. Restituire ai territori che ci hanno fatto crescere, alle persone che hanno creduto in noi, alle generazioni che verranno. Per noi il give back non è un gesto simbolico né una strategia di reputazione, è un principio morale e civile. Significa trasformare ciò che abbiamo imparato e costruito in nuove possibilità per gli altri, perché il vero successo non è arrivare lontano da soli, ma lasciare dietro di sé una strada percorribile per molti. Da percorrere insieme.

La Sardegna, in particolare il distretto di Cagliari ha una storia eccezionale che parte dall’inizio degli anni novanta del secolo scorso, una grande storia tech e sul web, un epicentro di innovazione grazie alle competenze ed alle intuizioni di una comunità lungimirante.

La Sardegna e in particolare l’area di Cagliari, ha una storia tecnologica molto più importante di quanto spesso si ricordi. Già all’inizio degli anni Novanta si è formato qui uno dei primi ecosistemi italiani legati al digitale e al web, grazie all’incontro tra università, ricerca, imprenditorialità e una generazione di pionieri che ha avuto il coraggio di guardare lontano. In quegli anni sono nate esperienze che hanno anticipato molte delle trasformazioni che oggi consideriamo normali come la diffusione di Internet, lo sviluppo di servizi digitali avanzati, la creazione di imprese tecnologiche capaci di competere a livello internazionale. Intorno a queste intuizioni si è formato un patrimonio di competenze tecniche e culturali che ancora oggi rappresenta una delle basi più solide dell’innovazione nell’isola. Quella stagione ha dimostrato che anche un territorio periferico può diventare un epicentro di innovazione se riesce a mettere insieme ricerca, imprese e visione. Il punto oggi è non disperdere quella eredità, ma trasformarla in una nuova fase di sviluppo. Il CIS si inserisce esattamente in questa traiettoria.  Non nasce dal nulla, ma si colloca dentro una storia che ha già prodotto talenti, imprese e capacità tecnologiche di alto livello.  La sfida della nuova fase è fare un passo ulteriore, passare da una stagione di eccellenze e pionieri a una stagione di ecosistemi strutturati, capaci di competere stabilmente nei mercati europei dell’innovazione.

Se riusciremo a fare questo, la Sardegna potrà tornare ad essere non solo un luogo dove l’innovazione nasce, ma un territorio che la organizza, la sviluppa e la porta nel mondo.