Benvenuti nella preistoria del futuro geopolitico

Se gli Stati, fino a pochi anni fa, offrivano almeno una parvenza di sicurezza e di assistenza dentro l’ordine industriale e sociale novecentesco, l’infrastruttura del calcolo introduce una condizione diversa. Nessun paesaggio, nessuna comunità, nessun essere biologico, umano, animale o vegetale è davvero al riparo dentro questa apparente pace digitale.
L’illusione della sovranità tecnologica è il velo di Maya che gli Stati stendono su una realtà più concreta e meno governabile: la nascita di un’infrastruttura globale del calcolo. Non è un club geopolitico, non è il G7 e non sono i BRICS. È una rete materiale fatta di silicio, rame, energia, acqua e fabbriche, che non risponde alle mappe politiche ma alla densità dei flussi industriali e termodinamici.
La sovranità tecnologica è il cadavere eccellente della geopolitica moderna. I governi continuano a evocarla come un traguardo, ma la realtà è che la sovranità non è più una condizione raggiungibile: è una negoziazione permanente dentro una filiera acefala. Il vero segreto indicibile dei potenti è che l’autonomia non è solo difficile, è fisicamente impossibile. Anche quando uno Stato finanzia una fab o progetta un’architettura, sta solo affittando una stanza in un condominio globale gestito dalla termodinamica e dai materiali rari. Non esiste un centro da conquistare, perché il potere è polverizzato tra la litografia olandese, il silicio purificato giapponese, la memoria coreana, il software americano, l’estrazione di Africa e Sud America. Il problema non è la dipendenza, ma l’impossibilità strutturale di scioglierla e l’autonomia tecnologica è una finzione contabile. Esiste solo la posizione relativa: non sei libero, sei solo più o meno indispensabile all’interno di una catena di montaggio planetaria che non puoi fermare senza autodistruggerti. Così la potenza di una nazione oggi non si misura in bandiere, ma in quanti colli di bottiglia riesce a presidiare prima che il flusso del calcolo la scavalchi.
Esiste un’entità planetaria che ha già reso obsoleti i confini, ma non è il web: è la Rete Materiale del Calcolo. Non è nata da un trattato, non ha una capitale e non risponde a nessuna strategia militare coordinata. È una massa spontanea di decenni di specializzazione cieca e accumulazione tecnologica che ha creato un organismo vivente fatto di silicio, acqua e gigawatt. La politica non la vede perché non sa come tassarla o bombardarla senza uccidere sé stessa. È un’infrastruttura che non serve più a connettere le persone, ma a permettere al calcolo di esistere, scalare e non fondersi. È la costruzione più complessa della storia umana, eppure nessuno l’ha progettata interamente. Si è auto-organizzata seguendo la disponibilità di energia a basso costo e la purezza dei materiali. La politica crede ancora di governare il mondo attraverso la diplomazia, mentre il mondo è governato dalla densità dei flussi industriali digitali. I chip, l’energia e i data center non sono strumenti nelle mani degli Stati; sono i nodi di un sistema nervoso globale che sta ridisegnando la geografia a sua immagine e somiglianza. Noi non possediamo questa rete; ne siamo semplicemente i manutentori biologici.
Gli Stati Uniti dominano la progettazione dei chip e gli ecosistemi software che li rendono programmabili; l’Europa controlla la litografia avanzata, cioè il processo che consente di incidere i circuiti nel silicio; il Giappone domina materiali e wafer; Taiwan produce i semiconduttori più avanzati; la Corea del Sud controlla la memoria elettronica; la Cina raffina una parte decisiva dei materiali industriali e della manifattura elettronica; Africa e America Latina restano centrali nell’estrazione di minerali critici. Non si tratta di una divisione pianificata, ma di una distribuzione storica di competenze industriali che oggi costituisce la vera infrastruttura del calcolo globale.
Nessuno controlla l’intero processo, e non è un fallimento della strategia, è la protezione immunitaria del sistema biologico. Questa distribuzione non è una scelta democratica, ma un’impossibilità tecnica: la complessità del calcolo ha superato la scala delle nazioni. La stabilità del mondo digitale non poggia su trattati di pace o diplomazie illuminate, ma su una dipendenza parassitaria reciproca, altro che sovranità.
Per questo la sovranità tecnologica cambia significato. Non è più una condizione raggiungibile attraverso l’autosufficienza industriale, ma una negoziazione permanente dentro una filiera globale. La potenza tecnologica non consiste nel possedere tutto, ma nel controllare nodi critici della catena del calcolo e nel saperli difendere politicamente ed economicamente. Se nel Novecento il potere industriale coincideva con il controllo delle risorse energetiche, nel XXI secolo coincide sempre più con il controllo dei colli di bottiglia tecnologici.
Nel petrolio contava il giacimento; nel silicio contano i punti in cui la catena non può essere sostituita. Questa infrastruttura del calcolo è profondamente diversa da quella energetica del Novecento. Il petrolio era una filiera relativamente lineare: estrazione, trasporto, raffinazione, consumo. Il potere si concentrava nei territori che controllavano i giacimenti e nelle rotte di distribuzione. La filiera del silicio, invece, è modulare e distribuita: materiali in un continente, macchine in un altro, progettazione altrove, produzione in Asia, energia e data center in territori diversi. Non esiste un equivalente del giacimento di silicio che garantisca sovranità tecnologica; il potere non nasce dalla proprietà di una risorsa unica, ma dall’interdipendenza tra molti nodi industriali insostituibili.
Una distinzione materiale aiuta a capire la struttura di questa nuova infrastruttura. Le materie necessarie alla produzione del silicio non coincidono con quelle necessarie alla produzione dell’energia che alimenta il calcolo. I semiconduttori dipendono da silicio ultrapuro, rame, tungsteno, gas industriali e chimica di precisione; la transizione energetica dipende da litio, nichel, cobalto, grafite e terre rare. Sono due sistemi industriali distinti che si incontrano nell’intelligenza artificiale, dove il calcolo diventa allo stesso tempo elettronica ed energia.
Negli ultimi anni l’intelligenza artificiale ha reso visibile una trasformazione più profonda: il digitale è tornato a essere una tecnologia materiale. Addestrare e far funzionare modelli su larga scala significa trasformare elettricità in calcolo in modo continuo e industriale. I data center AI stanno assumendo la scala di impianti energetici, e la crescita dell’intelligenza artificiale è sempre più limitata dalla disponibilità di energia stabile piuttosto che dalla sola innovazione algoritmica.
Per questo l’elettricità sta diventando la vera materia prima dell’intelligenza artificiale. Non una metafora, ma una condizione fisica. Come il petrolio alimentava l’industria del Novecento, l’elettricità alimenta l’infrastruttura del calcolo contemporaneo, trasformando il digitale in un sistema termodinamico prima ancora che informatico.
Accanto all’elettricità riemerge un’altra infrastruttura materiale decisiva: l’acqua. Se l’elettricità è la materia prima del calcolo, l’acqua è la condizione operativa che permette al calcolo di esistere senza distruggere sé stesso. L’acqua serve per produrre semiconduttori attraverso processi di purificazione estrema e per raffreddare data center sempre più potenti. Senza acqua ultrapura e sistemi di raffreddamento industriale, il silicio non diventa chip e il calcolo non può scalare.
Il digitale, improvvisamente, torna a dipendere dal territorio, dal clima e dalle risorse locali. Ma questa materialità ha un costo che raramente entra nella narrazione tecnologica: lo pagano le comunità locali. Le miniere di litio, cobalto e nichel trasformano ecosistemi e economie regionali; le fabbriche di semiconduttori competono con l’agricoltura per l’acqua; i data center assorbono energia elettrica e infrastrutture pubbliche che spesso eccedono i benefici diretti per i territori che li ospitano. L’infrastruttura del calcolo non è neutra: redistribuisce rischi, consumo di risorse e impatti ambientali in modo diseguale lungo la filiera globale. La geopolitica del silicio non si gioca solo tra Stati e aziende, ma anche tra territori e comunità che diventano supporto materiale del calcolo globale senza partecipare realmente al suo potere decisionale.
Negli ultimi cinque anni è esplosa una competizione silenziosa che non ha nulla a che fare con la retorica delle startup o del talento. La vera lotta è per diventare infrastruttura; gli Stati non competono più per ospitare piattaforme software, ma per trasformarsi in corpi fisici in grado di reggere il calcolo. È una nuova geografia industriale, brutale e materiale. Il calcolo non è fluido: si sposta solo dove trova energia stabile, acqua in abbondanza e un clima che permetta di non fondere i circuiti. La logica della manodopera a basso costo è morta; oggi conta solo la sostenibilità fisica del sistema. Non è più una scelta politica, è una mutazione genetica: lo Stato smette di essere un’entità sociale e diventa la condizione operativa affinché il calcolo possa esistere. Se non hai l’infrastruttura per nutrire e raffreddare il silicio, non sei un attore della storia, sei solo un’area bianca sulla mappa del potere. È una nuova geografia industriale che non segue più la logica della manodopera o dei mercati, ma quella della sostenibilità fisica del calcolo.
Il prossimo ciclo tecnologico ha già emesso la sua sentenza: la geopolitica delle idee è finita, sostituita da una geopolitica della scarsità. AI, difesa ed elettrificazione non sono sogni politici, ma voragini che richiedono materie concentrate in pochissimi angoli della Terra. Un pugno di giacimenti e di raffinerie e di imprese tecnologiche pesa più di qualsiasi trattato della NATO o dei BRICS.
Il potere non abita più nei confini dello Stato né nei blocchi ideologici, ma nella capacità quasi biologica di sostenere simultaneamente calcolo, energia e materia. Se manca uno solo di questi pilastri, la sovranità crolla. La filiera del silicio non è un’alleanza tra amici, è un patto suicida: una dipendenza reciproca talmente profonda che nessuno può permettersi di vincere davvero, perché annientare l’avversario significherebbe spegnere la propria infrastruttura.
Il digitale non è mai stato immateriale. Siamo finiti dentro una trappola termodinamica dove la politica è solo la scenografia di un processo industriale cieco. La pace che viviamo non è il frutto della saggezza diplomatica, ma della paura del buio tecnologico: nessuno può staccare la spina all’avversario senza condannare sé stesso alla preistoria digitale.
La sovranità è morta sotto il peso di una filiera che non ha un centro, ma solo colli di bottiglia così il potere nel XXI secolo appartiene a chi presidia l’intersezione tra la purificazione del silicio e la gestione del calore. Non esistono più le nazioni, ma nodi di un’unica infrastruttura planetaria che ci costringe alla collaborazione attraverso la dipendenza materiale.
Siamo tenuti insieme da un equilibrio del terrore materiale; non sono le diplomazie o le dichiarazioni ufficiali a evitare il collasso del sistema internazionale, ma il timore reverenziale per la fragilità di questa rete. La pace digitale non è un valore morale, è la conseguenza di una catena di montaggio globale che non permette a nessuno di essere autosufficiente. Siamo prigionieri della materia, e questa prigionia è l’unica cosa che impedisce al sistema di andare in pezzi.
Se gli Stati, fino a pochi anni fa, offrivano almeno una parvenza di sicurezza e di assistenza dentro l’ordine industriale e sociale novecentesco, l’infrastruttura del calcolo introduce una condizione diversa. Nessun paesaggio, nessuna comunità, nessun essere biologico, umano, animale o vegetale è davvero al riparo dentro questa apparente pace digitale. L’espansione del calcolo richiede energia, acqua, estrazione mineraria, trasformazioni territoriali e nuove dipendenze industriali che attraversano ecosistemi e società senza riconoscere confini politici o naturali. La stabilità promessa dal digitale convive così con una nuova forma di esposizione materiale del vivente.
Il digitale ci ha promesso la smaterializzazione del mondo ma ci ha consegnato la più grande infrastruttura termodinamica della storia umana, distribuita su tutto il pianeta, dipendente da risorse fisiche concentrate in pochi luoghi, tenuta insieme non dalla diplomazia ma dalla paura condivisa del collasso. Benvenuti nella preistoria del futuro.
Immagine: Kazimir Malevič, Quadrato nero. Non perché rappresenti qualcosa, ma perché rappresenta l’astrazione totale della materia. Il digitale come infrastruttura invisibile potrebbe stare perfettamente sotto un’immagine che è solo superficie, opacità, assenza. E nascondere molto.