L’Afrofuturismo dell’intelligenza artificiale

Il laboratorio del mondo ci dice che la sfida non è umanizzare l’intelligenza artificiale con l’etica, ma territorializzarla con la politica

La Rift Valley non è solo un luogo. È una frattura della Terra lunga migliaia di chilometri, una geologia viva che lentamente separa il continente africano in due. Il suolo si apre, il magma risale, il vapore cerca una via verso la superficie. È da questa instabilità profonda che nasce una delle infrastrutture energetiche più strategiche del XXI secolo.

A Olkaria, nel parco nazionale di Hell’s Gate, l’acqua piovana scende nel sottosuolo fino a incontrare rocce incandescenti. Torna in superficie come vapore ad altissima pressione, incanalato in tubazioni d’acciaio che attraversano la savana dove non ci sono più giraffe e leoni. Quel vapore alimenta una costellazione di centrali geotermiche costruite in fasi successive: da Olkaria I, la prima, avviata negli anni Ottanta fino a Olkaria V, entrata in funzione nel 2019 come uno dei più grandi impianti geotermici dell’Africa. Insieme formano un unico sistema industriale che trasforma il calore del sottosuolo in elettricità continua.

Senza quel calore sotterraneo, la Silicon Savannah non esisterebbe. La Silicon Savannah non è solo uno slogan urbano nato attorno agli incubatori di Nairobi, ai campus tecnologici come Konza Technopolis e all’ecosistema di startup fintech costruito intorno a M‑Pesa; è un esperimento politico‑industriale in cui infrastruttura energetica, piattaforme digitali e finanza mobile si sovrappongono.
Nairobi però non è uno dei soliti hub tecnologici africani pieni di Big Tech, ma è una combinazione tra telecomunicazioni diffuse, pagamenti digitali di massa e una generazione di sviluppatori cresciuta dentro problemi locali come l’agricoltura, il microcredito e la logistica informale.

La Silicon Savannah non è la copia africana della Silicon Valley: è un ecosistema nato dalla scarsità, dove il digitale è stato prima infrastruttura sociale che industria del digitale e che oggi tenta di trasformarsi in nodo del calcolo globale grazie all’energia della Rift Valley. È un’evoluzione post‑industriale accelerata.

Se la Silicon Valley californiana è nata per ottimizzare l’abbondanza, rendere più veloce il consumo, più fluido il capitale, più pervasivo l’intrattenimento, la Silicon Savannah è nata per gestire l’assenza. Questa distinzione non è solo accademica: è una divergenza ontologica della tecnologia, con implicazioni enormi per il nostro futuro.

In Kenya, il digitale non è un prodotto ma un tessuto connettivo. In Occidente il software è spesso un bene di consumo: si compra un servizio, si scarica un’app, si sottoscrive un abbonamento. A Nairobi, invece, il digitale diventa la struttura portante che sostituisce istituzioni mancanti. È una banca senza banca: M‑Pesa nasce perché le banche non esistevano per la maggior parte della popolazione. Il codice sostituisce il cemento degli sportelli. È logistica senza strade: piattaforme di distribuzione medica e commerciale operano dove la mappa fisica è interrotta o impraticabile. Qui il digitale non è stato primordialmente un miglioramento della vita quotidiana, ma la condizione minima per renderla possibile. È tecnologia di necessità e della scarsità.
La scarsità ha reso il Kenya capace di innovare in condizioni difficili. Ma i data center della AI delle Big Tech sono arrivati e non sono il frutto di quella scuola: sono l’importazione di un modello industriale dell’abbondanza piantato dentro un ecosistema nato dalla necessità. Non è detto che la seconda evolva la prima: potrebbe invece assorbirla, marginalizzarla o renderla irrilevante, trasformando un ecosistema nato per colmare vuoti istituzionali in una piattaforma energetica al servizio del calcolo globale. C’è un grande lavoro da fare e il governo keniano ci sta provando nonostante difficoltà sociali enormi. La Silicon Savannah, con tutte le contraddizioni e le ombre scurissime degli slum di Korogocho e Kebira, controlla almeno una parte della catena fisica, il vapore e il codice di necessità. Ma la rete è spesso sotto pressione, la priorità energetica va alle infrastrutture critiche e ai contratti industriali stabili, tra cui i data center delle Big Tech, perché il calcolo non può interrompersi senza costi economici immediati. Questo crea una tensione strutturale: la Rift Valley alimenta l’economia del calcolo globale mentre le grandi slum come come Korogocho e Kebira vivono ancora una condizione energetica precaria. La frizione tra loro e la Silicon Savannah non è simbolica, ma elettrica: è il punto in cui la sovranità del calcolo incontra la realtà sociale della città.

Il governo keniano ha però compreso che questa energia geotermica è più di una risorsa naturale: è una leva negoziale. Permettere ai colossi tecnologici di costruire data center senza condizioni significherebbe trasformare la Rift Valley in una nuova miniera, non di minerali, ma di potenza elettrica. Per questo Nairobi sta tentando una mossa difficile: territorializzare il calcolo. Localizzare i server, mantenere i dati nel paese, usare l’energia come strumento di negoziazione industriale, formare competenze locali capaci di gestire infrastrutture critiche.

Ma questa scelta espone il Kenya a un confronto diretto con imperi tecnologici e finanziari molto più grandi. I data center non sono semplici edifici: sono nodi di catene globali controllate da chi possiede GPU, capitale e piattaforme cloud. Anche quando i server sono fisicamente in Kenya, il potere operativo può restare altrove, nei contratti di fornitura hardware, nelle licenze software, nei finanziamenti infrastrutturali e nelle clausole legali che regolano il cloud. Il rischio allora è una nuova forma di dipendenza: infrastrutture localizzate, ma sovranità limitata. Se il debito per costruire i data center è esterno, se i chip arrivano dall’estero e se i servizi cloud restano proprietari, la territorializzazione del calcolo può trasformarsi in una forma di vassallaggio tecnologico. Il paese fornisce energia stabile e territorio, mentre il valore economico e strategico del calcolo continua a concentrarsi altrove.

È un equilibrio fragile. La distanza tra risorsa energetica e sovranità tecnologica è enorme. Per secoli la Rift Valley ha nutrito il mondo con caffè e tè; oggi estrae qualcosa di diverso, una forma di capacità decisionale. Il vapore che muove le turbine di Olkaria è lo stesso che permette a un modello linguistico di rispondere a una query a San Francisco o a Londra. Il Kenya esporta energia sotto forma di bit, trasformando l’instabilità geologica in stabilità algoritmica globale.

La Rift Valley espelle calore per creare ordine digitale; la città espelle rifiuti elettronici a Dandora, la grande discarica di componenti digitali alla periferia est di Nairobi, dove migliaia di persone lavorano informalmente tra fumi tossici e circuiti bruciati per recuperare rame e metalli rivendibili, per gestire il proprio disordine tecnologico. Sono due facce della stessa economia termodinamica.

A questo punto il problema non è più sociologico ma verticale e infrastrutturale. Nairobi mostra che democrazia, diritti e istituzioni possono restare parole se un territorio non controlla l’energia che alimenta il calcolo e l’infrastruttura su cui gira la vita digitale.

Perchè le grandi piattaforme tecnologiche sono già metaterritoriali. Non hanno bisogno di coincidere con uno Stato né con un territorio preciso per esistere: il loro valore risiede nel software, nei modelli, nei dati e nelle reti globali di calcolo che possono essere spostate, replicate o distribuite tra più giurisdizioni. Così come i loro cittadini digitali che non abitano territori ma bit. Il potere delle Big Tech non dipende più da un territorio politico specifico, ma dalla capacità di orchestrare infrastrutture distribuite su scala planetaria. È qui che la Rift Valley, come molti altri luoghi del mondo, diventa politica: è una delle poche cose che non può essere delocalizzata nemmeno dalle Big Tech, almeno finché il calcolo resta legato alla Terra. Le visioni di un’infrastruttura computazionale nello spazio, come quelle immaginate da Musk o da altri attori della space economy, mostrano proprio questo limite: il sogno di un calcolo completamente slegato dai territori nasce dal desiderio di sottrarsi, si ai vincoli energetici, ma soprattutto a quelli geopolitici del pianeta.

La sovranità comincia ad assumere una forma metabolica e, nel caso del Kenya, geotermica. Non è soltanto legge e rappresentanza, ma capacità di trasformare instabilità materiale in stabilità sociale: il vapore della Rift Valley in elettricità continua, il calore del calcolo in valore economico, l’infrastruttura digitale in possibilità politica. Questa è la nuova verticalità del potere. Sotto il suolo, il magma; sopra, il cloud. In mezzo, territori che cercano di non diventare semplici batterie del calcolo globale.

E Nairobi anticipa almeno tre segnali che riguardano già le metropoli globali.
La priorità del silicio. L’energia può diventare più preziosa per i server che per gli esseri umani, perché l’interruzione del calcolo industriale ha costi economici immediati.
La geopolitica del raffreddamento. Il potere si sposta verso chi possiede pozzi di calore, fiumi, ghiacciai, venti costanti o vapore geotermico, perché il controllo termico diventa una nuova forma di controllo infrastrutturale.
L’identità infrastrutturale. La cittadinanza comincia a dipendere dall’accesso alla capacità di calcolo del territorio. Chi resta fuori dall’infrastruttura digitale vive nella stessa città, ma in una realtà parallela. Questa non è una previsione teorica; è già visibile in forme diverse nel mondo contemporaneo. In Cina, l’accesso ai servizi pubblici, al credito e alla mobilità è sempre più mediato da sistemi digitali integrati: senza identità algoritmica si diventa amministrativamente invisibili. In India, il sistema biometrico Aadhaar collega identità, servizi e sussidi statali a un’infrastruttura digitale centrale: chi resta fuori dal database fatica a esistere civilmente. In Estonia, al contrario, l’infrastruttura digitale estende la cittadinanza oltre il territorio fisico attraverso la e‑Residency, mostrando come il potere amministrativo possa ormai essere esercitato attraverso il calcolo. Anche a Nairobi questa frattura è concreta. A Korogocho, cosi come a Kebira, la connettività intermittente e l’accesso instabile all’energia, per milioni di persone, limitano l’ingresso nell’economia digitale: lavori online, servizi finanziari, istruzione e documentazione amministrativa diventano difficili o impossibili.

Non esiste un passaporto diverso tra centro e periferia, ma esiste una diversa capacità di esistere dentro l’infrastruttura del calcolo. La cittadinanza, lentamente, smette di essere solo una condizione giuridica e diventa una condizione infrastrutturale: non definita dai confini dello Stato, ma dalla possibilità concreta di partecipare al metabolismo digitale del territorio.

Allora se la sovranità diventa metabolismo, la politica non scompare, ma cambia scala. Non si tratta più soltanto di distribuire ricchezza, ma di governare la trasformazione della materia in intelligenza.

Nairobi non è semplicemente il futuro dell’Africa: è un laboratorio del mondo. La sovranità del XXI secolo non si misura più nei confini, ma nella capacità di governare il metabolismo che collega energia, infrastruttura e intelligenza artificiale.

Il futuro non si decide nei laboratori californiani perché lì il digitale è ancora inteso come un’estrazione di valore astratto dai dati come il capitalismo della sorveglianza. Cosi mentre l’Occidente, i suoi popoli e i suoi Stati pagano una sudditanza culturale verso il digitale e le big tech, il futuro si decide a Nairobi, lì è costretto soprattutto a fare i conti con la scarsità fisica e con la violenza del contrasto sociale.

Il laboratorio del mondo ci dice che la sfida non è umanizzare l’intelligenza artificiale con l’etica, ma territorializzarla con la politica. Lo Stato-infrastruttura deve diventare un guardiano del metabolismo locale: deve assicurarsi che il vapore della Rift Valley non alimenti solo i sogni di gloria di una Big Tech, ma la capacità di una comunità di autodeterminarsi.

Immagine: Cyrus Kabiru, artista keniano che trasforma i rifiuti elettronici di Nairobi (in particolare vecchi occhiali e componenti radio) in sculture futuristiche.