L’Internet non allineato

L’Internet non allineato che sorge con Zhenwu non è un’alternativa, è una secessione dalla realtà globale. È il momento in cui il bit smette di essere universale per diventare confine, trasformando la rete in un arcipelago di fortezze incompatibili dove il silicio è la nuova cortina di ferro. In questo multiverso tecnologico, lo stack cinese non offre connessione, ma asilo politico dall’egemonia del dollaro e del dato americano. Chi entra in questa orbita non sta semplicemente cambiando fornitore di cloud; sta cambiando sistema operativo della civiltà. Migliore, peggiore o solo diverso lo lascio dire a chi legge.
Prima di essere un nome sulla scheda tecnica, Zhenwu è una divinità. Nel pantheon taoista, è l’Imperatore Celeste Oscuro, signore delle acque profonde e della montagna settentrionale. È colui che trattiene il caos nel sottosuolo, che struttura senza apparire, che regge il mondo non con la forza, ma con la coerenza dell’ordine nascosto. Non conquista, ma incardina e non guida eserciti, ma tiene unito l’impero con la sua sola esistenza; è il principio che resta in piedi quando tutto crolla.
Il 29 gennaio 2026, Alibaba ha annunciato Zhenwu 810E attraverso T-Head, il suo braccio tecnologico. Non è un prototipo, ma un chip già operativo in settori critici: infrastrutture energetiche, mobilità, ricerca, piattaforme digitali. La sua forza è enorme e non sta nella potenza di calcolo o nella velocità che tanto piace all’Occidente ma nel fatto che l’intera filiera è cinese: progetto, produzione e utilizzo. Zhenwu esiste per funzionare anche sotto embargo totale.
Non è il chip più avanzato né il più miniaturizzato. È però costruito con tecnologie che la Cina controlla integralmente, senza dipendenze esterne decisive.
Questo è il dato politico: Zhenwu rende possibile uno stack completo, chip, cloud, applicazioni, sotto sovranità cinese. Le tecnologie considerate superate in Occidente diventano così una base di autonomia, non un ritardo da colmare. Questa autonomia non nasce dal nulla. Ha un nome, una storia e un centro di gravità industriale. SMIC, fondata nel 2000 a Shanghai da Richard Chang, ingegnere taiwanese. Chang non è un burocrate, è un costruttore; ha passato 20 anni in Texas Instruments (TI), lavorando gomito a gomito con Morris Chang che guarda caso sarà il futuro fondatore di TSMC. SMIC nasce con una missione impossibile: costruire un’industria dei chip cinese in grado di reggere il confronto con i giganti globali dei semiconduttori. Zhenwu di Alibaba non è un miracolo ingegneristico, ma un miracolo politico.
Dal punto di vista economico e industriale, produrre chip avanzati con tecnologie meno efficienti significa accettare costi più alti, consumi maggiori, sprechi che nessuna azienda orientata al profitto puro tollererebbe. Ma Alibaba e SMIC non stanno cercando di massimizzare i margini. Stanno riducendo la possibilità di essere bloccati dall’esterno. Zhenwu dimostra che la Cina è disposta a pagare una vera e propria tassa di sovranità pur di non avere un interruttore straniero nel cuore del proprio cloud.
Perché il potere oggi è nello stack: chi controlla chip, modelli e cloud, non chiede permesso. Per l’Occidente, SMIC rappresenta il punto di frattura: se riesce a produrre chip AI avanzati in isolamento, il sistema sanzionatorio perde efficacia. Se fallisce, la Cina dovrà tornare a bussare alla porta del consorzio ma per ora, SMIC resiste.
Fino a ieri, il potere degli Stati Uniti risiedeva nella capacità di staccare la spina: se non sei dentro lo stack, semplicemente non esisti. Zhenwu mostra che questo veto sta diventando selettivo, non più assoluto. Qui sta il paradosso; più Washington stringe le sanzioni, più accelera il collaudo della fortezza cinese. Le sanzioni funzionano contro chi vuole restare integrato; contro chi ha deciso di isolarsi per sopravvivere diventano un acceleratore dell’autonomia, non un freno. La Cina non vuole vincere sul terreno altrui, vuole semplicemente cambiarlo.
Qui emerge la differenza strutturale tra i modelli. Negli Stati Uniti domina un modello a incastro: il chip di un’azienda, il software di un’altra, il cloud di un’altra ancora. È un ecosistema potentissimo, flessibile, ma fondato su interdipendenze continue. Funziona finché la rete resta aperta.
Il modello che prende forma con Zhenwu è opposto. Il chip è progettato da T-Head, prodotto da SMIC, integrato direttamente nel cloud di Alibaba. Stato, industria e piattaforma non sono separati, ma allineati. Non è un ecosistema aperto: è una fortezza. Meno efficiente, forse, ma molto più difficile da spegnere dall’esterno. Zhenwu non è costruito per battere le migliori schede di Nvidia in prestazioni. È costruito per esserci quando i chip Nvidia saranno scomparsi dal mercato cinese. La sua forza è nell’integrazione verticale, nella proprietà end-to-end della filiera. L’Occidente ottimizza i millisecondi, per il trading e la competizione di mercato. La Cina sta ottimizzando i decenni: la tenuta dello Stato, la continuità dell’infrastruttura e la capacità di reggere shock prolungati. È uno scontro tra due temporalità diverse: la velocità del mercato contro la durata dell’impero.
Qui sta l’eresia, perchè in Occidente il monopolio verticale è considerato un freno all’innovazione. Per la Cina, è una condizione di esistenza. Se Zhenwu è meno potente di un chip americano, non importa: è immune e in biologia quando l’ambiente diventa ostile, spesso sopravvive non l’organismo più forte, ma quello capace di resistere alle nuove condizioni. Se l’aria diventa tossica, il predatore che dominava scompare e resta il batterio che nessuno considerava
Alibaba ha costruito Zhenwu come parte interna del proprio cloud. Non è un chip che si compra: è qualcosa che si usa senza vederlo. Quando un’azienda utilizza Alibaba Cloud, sta già usando Zhenwu, anche se non lo sa. Il chip resta nei data center, non circola sul mercato. Detto in altro modo: chi possiede il chip, il cloud e i servizi controlla tutta la strada. Tu puoi solo entrarci pagando, ma non possiedi né l’autostrada né il motore. Oggi casi così al mondo sono pochissimi. Lo possono fare totalmente Google e Alibaba. In entrambi i casi, il potere non sta nel chip in sé, ma nel controllo completo dell’infrastruttura. Il potere non è nell’interfaccia. È nella base, è in ciò che calcola, in ciò che ospita il calcolo e che dirige il calcolo.
Nel frattempo, l’Europa discute se costruire o meno un’autonomia digitale. Per decenni ha delegato la propria sicurezza strategica a Washington e una parte rilevante della propria crescita economica a Pechino. Finché i due poli restavano interdipendenti, questa ambiguità reggeva. Ora che le filiere si separano e i blocchi si irrigidiscono, l’Europa si trova lacerata tra due dipendenze incompatibili. Si costruiscono supercomputer con GPU straniere, si avviano partenariati senza stack. Questo non significa che l’Europa sia priva di sapere: possiede competenze profonde in fotonica, materiali avanzati, progettazione di chip specializzati, ricerca scientifica di frontiera. Ciò che manca non è l’intelligenza, ma la capacità di integrarla in una filiera completa e sovrana. E quando il sistema si irrigidisce, l’Europa rischia di scoprire di controllare molte parti, ma nessun insieme.
Cosa accadrebbe se ASML, che produce le macchine litografiche più avanzate al mondo e senza le quali non si possono fabbricare i chip di ultima generazione, riaprisse i canali con la Cina? Qui serve ascoltare gli esperti di geopolitica, magari Fagan, io non lo sono e faccio un’ipotesi. Gli Stati Uniti reagirebbero con una pressione immediata e multilivello: restrizioni sull’export di componenti americani integrati nelle macchine ASML, revoca di licenze software critiche, riduzione della cooperazione scientifica e industriale, fino a un possibile isolamento dell’Olanda e forse dell’Europa all’interno della catena transatlantica. Non sarebbe una punizione simbolica, ma un segnale politico: nessuna autonomia europea è ammessa nello spazio strategico del chip. E non parliamo di cosa succederebbe sulla parte militare, della Nato o della Groenlandia, come dicevo non sono un esperto.
Per la Cina, il vantaggio non sarebbe l’accesso immediato alla tecnologia più avanzata, ma il tempo. Tempo per stabilizzare le proprie filiere, per ridurre l’asimmetria tecnologica e per trasformare un recupero tattico in autonomia strutturale. Anche un’apertura parziale, selettiva, rallenterebbe l’efficacia del regime sanzionatorio e indebolirebbe l’idea di separare rigidamente Cina e Occidente: smettere di condividere le stesse filiere tecnologiche, tagliare dipendenze, accessi e punti di controllo comuni, così che Pechino non possa crescere appoggiandosi a infrastrutture costruite altrove.
Per l’Europa, invece, il guadagno sarebbe eminentemente politico. Non nel negoziare con gli Stati Uniti, con cui l’Europa è già integrata, subordinata e dipendente, ma nel farlo con la Cina. Fare di ASML una leva strategica significherebbe, per la prima volta, disporre di uno strumento reale di negoziazione verso l’esterno, non all’interno del blocco atlantico. Non neutralità, ma potere contrattuale. Con Washington, ASML è un vincolo; con Pechino può diventare una leva. L’Europa potrebbe condizionare accessi, tempi e standard, scambiando tecnologia non con allineamento automatico ma con margini di sovranità su industria, ricerca, sicurezza e politiche industriali interne. ASML diventerebbe così non un asset olandese tollerato dagli alleati, ma un’infrastruttura europea capace di ridare peso geopolitico a un continente oggi ridotto a mercato di consumo e spazio regolatorio. Senza questa assunzione di responsabilità, ASML resta esposta: troppo europea per essere americana, troppo strategica per essere davvero sovrana. Con essa, potrebbe invece diventare uno dei pochi punti in cui l’Europa non subisce la guerra tecnologica globale, ma la attraversa con voce propria.
E Taiwan? Non diventerebbe irrilevante. Resterebbe un nodo industriale straordinario, con competenze produttive che oggi nessun altro possiede, e continuerebbe a occupare un posto centrale nell’immaginario politico e identitario cinese. Ma cambierebbe la sua funzione geopolitica dentro l’ecosistema tecnologico globale. Se la Cina può accedere a tecnologia avanzata senza passare obbligatoriamente da Taiwan, l’isola smette di essere il collo di bottiglia sistemico e diventa uno dei nodi, magari identitario, ma non più il nodo.
Zhenwu non è solo un chip per la Cina. È anche un possibile prototipo per il Sud Globale. Se Alibaba Cloud, spinto da Zhenwu, venisse offerto a paesi sotto sanzioni o a chiunque voglia sottrarsi al controllo infrastrutturale di Washington, potrebbe emergere qualcosa di nuovo: un Internet non allineato, non fondato sull’accesso privilegiato allo stack occidentale ma su infrastrutture alternative sufficienti a funzionare in condizioni di isolamento.
L’Internet globale non è mai esistito: è stato solo un’illusione ottica prodotta dal monopolio tecnologico americano. Quello che abbiamo chiamato per decenni standard mondiale è sempre stato lo Stack Atlantico, un’infrastruttura di dominio che abbiamo scambiato per neutralità solo perché non esistevano alternative credibili. Oggi la maschera è caduta e la realtà si rivela per ciò che è: un sistema dove l’hardware non è mai stato libero, con ogni chip Intel o AMD inciso dal veto di Washington attraverso sottosistemi di controllo inaccessibili e dove il calcolo è già interamente dollarizzato. L’AI occidentale non è uno strumento di libertà, ma un’estensione della Federal Reserve e un guardiano morale dello status quo atlantico, recintata da un alignment che è la trascrizione algoritmica dei valori di San Francisco.
L’Internet non allineato che sorge con Zhenwu non è un’alternativa, è una secessione dalla realtà globale. È il momento in cui il bit smette di essere universale per farsi confine, trasformando la rete in un arcipelago di fortezze incompatibili dove il silicio è la nuova cortina di ferro. In questo multiverso tecnologico, lo stack cinese non offre connessione, ma asilo politico dall’egemonia del dollaro e del dato americano. Chi entra in questa orbita non sta semplicemente cambiando fornitore di cloud; sta cambiando sistema operativo della civiltà. Migliore, peggiore o solo diverso lo lascio dire a chi legge.
L’Europa, in tutto questo, continua a comportarsi come se l’AI fosse software da regolare con le leggi, senza capire che l’AI è potere fisico che risiede nei transistor. Senza un proprio stack sovrano, l’Europa resta un continente che scrive le regole del gioco mentre gli altri costruiscono lo stadio, possiedono il pallone e decidono quando spegnere le luci. Per stare nella cronaca di pochi giorni fa “L’Europa non siede al tavolo, ma sta nel menu”.
Zhenwu è l’architetto di questo distacco: l’imperatore che chiude le porte del tempio per garantire che, nell’oscurità del futuro, l’impero non debba mai più chiedere a un server straniero il permesso di esistere. La Cina non sta cercando di vincere la gara dei chip. Sta costruendo un secondo stadio. Un mondo in cui il parametro decisivo non è più il punteggio su un benchmark, ma la capacità di mantenere accesa la rete elettrica, la logistica e l’intelligenza distribuita mentre i porti sono chiusi, le rotte interrotte, i satelliti accecati.
Zhenwu,l’Imperatore Oscuro, non serve a illuminare il mondo. Serve a governare l’oscurità di un futuro possibile fatto di blocchi contrapposti. Non promette velocità né supremazia ma garantisce continuità. Questo, oggi, è il vero potere.
Immagine: l’Imperatore Zhenwu