Nella primavera del 2021, a Taiwan, non pioveva da mesi. Era la peggiore siccità degli ultimi cinquant’anni: due stagioni dei tifoni saltate, bacini ai minimi storici, canali d’irrigazione ridotti a solchi asciutti. Tra febbraio e aprile il governo annunciò la sospensione dell’irrigazione agricola in ampie aree del centro e del sud dell’isola. Migliaia di ettari di risaie vennero lasciati a secco. I contadini furono compensati per non coltivare. L’acqua disponibile venne dirottata altrove. Perché a pochi chilometri di distanza, le fabbriche non si fermarono. Autobotti, condotte prioritarie, sistemi di riciclo accelerati garantirono continuità all’industria dei semiconduttori. In particolare a TSMC, nodo critico della filiera globale dei chip avanzati. Non ci fu uno scontro frontale, né una decisione drammatica. La scelta venne presentata come tecnica, temporanea, razionale. In fondo, si disse, il riso si può importare. I chip no.
È in questa decisione che il caso Taiwan smette di essere una cronaca locale e diventa un fatto politico globale. Perché non è vero che l’agricoltura consumasse più acqua dell’industria: lo faceva, eccome. Ma quel dato non contava più. In condizioni di scarsità non si è fatto un bilanciamento tra bisogni concorrenti; si è applicata una gerarchia già scritta. L’acqua non è andata dove sosteneva la vita quotidiana, ma dove manteneva in funzione l’infrastruttura che rende il mondo digitale, logistico, militare ed economico continuamente operativo.
Le risaie potevano fermarsi senza mettere in crisi il sistema globale; i chip no. E quando una società arriva a questo punto, il problema non è più la gestione dell’emergenza climatica, ma la definizione di ciò che è sacrificabile prima ancora che l’emergenza inizi. Il mondo così era già stato ridefinito prima della crisi; quella scelta era già scritta nelle premesse, molto prima che mancasse l’acqua. Non si è deciso se sacrificare l’agricoltura: si è semplicemente reso esplicito che era già sacrificabile.
L’acqua non è andata dove produceva più valore economico, ma dove alimentava il dispositivo che rende il mondo calcolabile. Il riso serve alla sopravvivenza; i chip servono a far funzionare i sistemi che decidono come organizzare la sopravvivenza.
A Taiwan non ha vinto chi aveva più bisogno dell’acqua, ma ciò che definisce cosa conta come bisogno nel mondo contemporaneo. Il costo reale non è l’acqua, o l’energia. È la perdita di un legame tra territorio e vita. Le risaie, i vigneti e cosi centinaia di altri paesaggi non sono solo produzione alimentare; sono un sistema di conoscenza locale, di adattamento climatico, di temporalità ecologica. Sospenderle non significa solo perdere un raccolto, ma spezzare un sapere. Un costo che non entra in nessun bilancio, ma rende tutto più fragile.
Taiwan sta nel presente espanso; viviamo già in un mondo in cui il riso è una variabile e il chip una condizione di possibilità. Quando dichiariamo il riso sostituibile, stiamo dichiarando che il territorio è un non-luogo. Stiamo trasformando Taiwan da un’isola, entità biologica, a una scheda madre, entità logica. Se il territorio è solo un supporto fisico per dei circuiti, allora la vita umana che vi risiede è un bug o un costo di manutenzione. Ancora una volta il calcolo stesso è parte del problema.
Stiamo sviluppando un cervello globale sempre più raffinato che però, per pensare, deve prosciugare il corpo che lo ospita. È una forma di encefalizzazione parassitaria. E come ogni forma parassitaria, ha bisogno di nutrirsi continuamente di materia vivente: suolo, acqua, energia, e soprattutto lavoro umano.
Chi lavora all’interno della filiera dell’AI, soprattutto nei paesi del Sud Globale, dalle miniere di cobalto e terre rare al pompaggio idrico, dalle centrali elettriche ai data center, non gode mai dei benefici promessi dal calcolo, ma ne assorbe le esternalità. Non sono cittadini del futuro digitale: sono corpi messi a disposizione, appendici logistiche di un’intelligenza che non li rappresenta. Non sono collaboratori dell’AI, ma la sua carne; in molti casi, sono legati a condizioni di semi-schiavitù, sfruttamento, lavoro coatto. E tutto questo non compare nel modello e nemmeno nella narrazione di Davos dei giorni scorsi.
Una domanda per me è questa: a che serve un modello climatico perfetto generato da un’AI, se l’energia e l’acqua usate per calcolarlo sono ciò che ha dato il colpo di grazia all’ecosistema che il modello poteva studiare? Stiamo applicando una razionalità inadatta a sistemi che non comprendiamo. L’AI consuma come decine di altre industrie estrattive, certo è troppo, ma non dobbiamo calcolare il beneficio e il suo costo. Perchè non sappiamo cosa stiamo pagando, né cosa stiamo comprando. Acqua, energia, minerali non sono solo input e materie prime: sono prima di tutto relazioni spezzate, storie locali rese irrilevanti da un’astrazione globale.
Il primo spostamento: la natura del costo. Non è ciò che perdi per ottenere qualcos’altro. È ciò che smetti di poter vedere e sentire. Estrarre acqua per l’AI significa rendere invisibili le relazioni che quell’acqua sosteneva. Una valle irrigua sacrificata non è solo meno riso: è meno memoria, meno resilienza, meno possibilità di apprendere dal territorio. Sono perdite non sostituibili che abbiamo già fatto molte volte nei secoli scorsi.
Il secondo spostamento: dal consumo alla trasformazione. Un territorio che entra nella filiera dell’AI cambia stato: diventa infrastruttura. Anche se i consumi sono efficienti, l’ecosistema viene riconfigurato per una funzione remota. Il costo non è il prelievo, è la perdita di reversibilità.
Il terzo: l’asimmetria cognitiva. L’AI promette di comprendere la complessità, ma produce complessità inaccessibile a chi ne paga i costi. Le comunità che perdono acqua, suolo, stabilità non hanno accesso né al modello, né alle decisioni. Un sistema che richiede sacrifici locali per produrre conoscenza globale è epistemicamente violento.
Allora, come rivedere davvero l’analisi? Forse cominciando a cambiare il tipo di domande che ci poniamo. Non solo quanta acqua, quanta energia, quante Terre Rare consuma l’AI, ma quali relazioni spezza per funzionare. Non se il beneficio globale superi il costo locale, ma chi ha il potere di definire quel beneficio, e chi ne resta escluso. Non come rendere più efficiente l’estrazione, ma quali forme di vita diventano impensabili dentro questo regime di efficienza.
Finché la domanda è quanto costa, quanto consuma?, continueremo a perdere ciò che rendeva la domanda sensata. Quanto costa l’estrazione è importante ma lo è ancor più che tipo di mondo diventa necessario affinché questa estrazione abbia senso. Ed è una domanda che nessun modello economico attuale e dominante, per costruzione, può permettersi di fare.