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Prossima cittadinanza? googoliana

Provate a fare un breve sondaggio tra amici, durante una cena o al lavoro e chiedete loro se preferirebbero essere cittadini googoliani o italiani, ma anche facebokkiani o tedeschi, inglesi o instagramisti. La maggior parte di loro vi dirà che si riconosce più in un social che nella nazione che abitano. Del resto come dare loro torto. I servizi migliori e che usiamo di più sono dei grandi player digitali economici mondiali. Mi formo su Google o  su qualche loro servizio, mi informo usando il medium Facebook, guido e cerco strade e ristoranti su Gmaps, certo uso ancora qualche infrastruttura statale come le strade, ma non per molto. E nell’altra nazione sto molto, molto meglio.  Anche se abito il web sto meglio da loro, provate a entrare su un sito statale, molto meglio Google. Se potessi scegliere di certo preferirei essere googoliano che italiano. Che non significa usare i suoi servizi o avere un suo passaporto. Significa condividerne principi e metodi, partecipare alla sua gestione, costruire la sua opera. Certo non vorrei proprio essere un cittadino di nessun stato o multinazionale, ma il passaggio a non essere cittadino di nulla sarà la tappa, forse epoca storica successiva alla scelta di essere cittadino d Google.  Prima saremo cittadini di qualcuna delle 5 sorelle, Apple, Google, Facebook, Amazon, Microsoft. E poi vicino, di molti altri come Huawei, la cui manager finanziaria nonché figlia del fondatore è stata arrestata venerdì scorso in Canada su richiesta degli Stati Uniti. Se tornate al sondaggio è facile capire perché sia stata arrestata. Non certo per violazioni Huawei dell’embargo all’Iran. E’ una scusa come quella messa in piedi nel 2003 da qualche servizio americano sulla produzione di armi batteriologiche di Saddam; buona solo per attaccare militarmente l’Iraq qualche giorno dopo. La guerra non è tra USA e Huawei e anche la scusa dello spionaggio fatto con l’hardware dell’azienda cinese suona male. E’ una guerra di sopravvivenza tra stati e le 5 sorelle, con cugine e amiche vicine. Chi perderà, gli stati, non ci sarà più. E l’umanità in mezzo, schiacciata tra essere consumatori di società che puntano solo al profitto di pochi o cittadini di stati litigiosi che non tutelano ne le comunità ne il bene comune. Non ci aiuterà nemmeno stare in una comunità di stati come l’Unione Europea o l’Unione Africana, anzi. Credo ci aiuterà abitare e vivere piccole comunità, con un organizzazione familiare, studiando la scienza e usando la sua tecnologia e riconoscendo la reciprocità e la misericordia e il limite dell’uomo. Siamo perché viviamo, ora, in un territorio, in una comunità, domani saremo in un altro luogo e un’altro domani in altro ancora. E vogliamo comportarci in questo luogo, pensando, agendo, vivendo quel territorio e quella comunità per migliorarla per starci bene con altri individui diversi nel pensiero, nella cultura, nella religione. Certo c’è da ricercare e fare molto ma non ci manca nulla per provarci.