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Mangiare adesso per non mangiare domani e cosa centra Raynair?

Tre rapporti pubblicati le scorse settimane sono passati quasi inosservati all’attenzione della sfera pubblica italiana anche se sono intrinsecamente collegati e fondamentali per il nostro futuro.

Uno è il rapporto Solaw della Fao.

Mostra come la produzione alimentare stia diminuendo soprattutto in rapporto alla crescita della popolazione mondiale che secondo le proiezioni sarà nel 2050 di 9 miliardi circa. Secondo il rapporto questo è dovuto principalmente a un metodo produttivo esageratamente intensivo che consuma risorse non rinnovabili, degrada i suoli fertili e inquina le acque dolci. Le conseguenze sono davanti a tutti noi, disastri climatici e geologici, conflitti e migrazioni.

Il secondo è il rapporto Sofonu sempre della Fao.

Mostra come dopo un decennio di trend negativo la fame nel mondo sia nuovamente  in aumento. L’11% della popolazione mondiale non ha da mangiare, non attinge a quella produzione alimentare che come abbiamo scritto sopra sta velocemente diminuendo. Le cause sono imputabili ai conflitti, in aumento pure questi, spesso esacerbati da gravi situazioni climatiche che portano siccità e inondazioni.

Gli esseri umani sono diventati, come scrive Gosh in “La grande cecità”, degli agenti geologici che modificano i pù basilari processi fisici della terra. Lavorando, mangiando, producendo e vivendo stiamo distruggendo la terra sotto i nostri piedi. E le risorse non bastano come mostra ogni anno Earth overshoot day. Quest’anno siamo andati in dispensa il 2 agosto e non c’era più nulla; abbiamo finito le risorse naturali della terra, che ci sarebbero dovute servire fino a fine anno, con 151 giorni di anticipo.

E non è principalmente un problema naturale o economico anche se capitalismo e consumismo e dintorni hanno dato il loro importante contributo. La crisi climatica è prima di tutto una crisi culturale, viene prima di qualsiasi altra condizione e esistenza. E se la crisi è culturale è una crisi dell’uomo. Tecnologia,  economia e finanza vengono dopo.

Siamo quindi agenti geologici ma anche agenti tecnologici, questa è la situazione della terra, mentre dall’altra parte, sembra su un altro pianeta, c’è una narrazione prepotente e continua di come la tecnologia abbia aiutato a aumentare l’aspettativa di vita e abbia diminuito la povertà. Il dato probabilmente è incontrovertibile ma forse bisogna inizia a chiedersi a scapito di cosa e soprattutto a scapito e sulla pelle di chi. Anche a scapito del futuro di tutti.

Se non badiamo alla terra forse non stiamo badando nemmeno alla produzione tecnologica e a quanto questa influisce sulla crisi climatica e sulla crisi dell’umanità intesa come crisi di discernimento. La tecnologia non è l’unica soluzione al problema della fame o alla produzione alimentare.

Il terzo rapporto non è ancora stato scritto o meglio si trova qualche dato e ricerca qua e là ma aiuterebbe a capire come la tecnologia sta imponendo il limite umano.  Certo lo sviluppo è importante, la scintilla, gli aratri, il computer e i big data, come rinunciarvi. Ma prima sono, importanti, anche gli altri, i diversi, gli esclusi e continuare a credere e a raccontare che la tecnologia sia solo d’aiuto non serve. Pare non serva nemmeno guardare un po’ più in la dove stanno quasi un miliardo di persone affamate perché se la misericordia fosse ancora un valore ci vorrebbe davvero poco per sistemare le cose.  Serve discernere con senso cristiano su quello che la tecnologia sta facendo all’uomo o se volete quello che l’uomo sta facendo con e per la tecnologia, divinizzata oltre i limiti. Non è se volete altruismo ma dovrebbe essere almeno la consapevolezza che prima di ogni cosa c’è l’uomo e il suo limite.

L’obiettivo come scrive Papa Francesco nella “Laudato si” non è di raccogliere informazioni o saziare la nostra curiosità, ma di prendere dolorosa coscienza, osare trasformare in sofferenza personale quello che accade al mondo, e così riconoscere qual è il contributo che ciascuno può portare.

Un proverbio in lingua swahili dice: kwanza kupanda miti, kisha kata miti, prima di tagliare un albero piantane uno. Con l’aiuto della scienza certo ma prima di tutto con una gentile, utile e vera responsabilità di ognuno di noi.